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Ospedali a impatto zero

Hanno scelto l’energia pulita il Guy’s Hospital e il St. Thomas Hospital, a Londra, gli ultimi, in ordine di tempo, prestigiosi ospedali europei che si sono affidati alla cogenerazione (cioè la produzione congiunta e contemporanea di energia elettrica e calore onsite) per ridurre drasticamente costi di gestione ed emissioni di gas serra e migliorare l’assistenza ai pazienti, evitando interruzioni di servizio non pianificate. I due nosocomi si sono affidati per la realizzazione del progetto al colosso americano General Electric; in ciascuna struttura è stato installato un motore a gas da 3 mW approvato da Ecoimagination (la divisione ambiente di GE che si interessa di ecosostenibilità ); così le emissioni CO2 si sono ridotte di circa 11.300 tonnellate l’anno, quanto ne producono 3.500 auto, con un risparmio superiore a 1,5 milioni di sterline in costi energetici – il necessario per fornire energia in una settimana alla città di Newcastle -. Le unità installate forniscono l’intero fabbisogno estivo di calore e acqua calda e metà del calore richiesto nella stagione invernale; inoltre producono la metà circa dell’elettricità consumata dai due ospedali – uno di quali, il Il Guy’s Hospital con i suoi 34 piani, è la più alta struttura ospedaliera mai realizzata a livello mondiale . Il ministero britannico della Salute ha finanziato il tutto con 10 milioni di sterline. E il risparmio in termini di bolletta è già evidente.

Ospedale "Madonna delle Grazie" a Matera

Cogenerazione Made in Italy – Quella britannica non è l’unica esperienza di cogenerazione in Europa. Solo in Italia più di una quarantina di ospedali l’adottano, e tra gli ultimi arrivati ci sono quelli di Alessandria, Milano, Cuneo, Conegliano e Matera. Il “Madonna delle Grazie”, primo e ancora unico in Basilicata, recupera quasi 1.100 kw di energia termica, metà di quella necessaria per il suo fabbisogno; in più abbatte col suo impianto il 50% di emissioni di Co2. In Puglia, purtroppo, non ci sono ospedali con queste caratteristiche. Eppure l’Unione Europea raccomanda questa strada per queste grandi comunità, in modo da procedere gradualmente verso strutture ecosostenibili e ridurre la cosiddetta impronta ecologica, cioè il corrispettivo in termini di superficie produttiva necessaria per rigenerare le risorse consumate e assorbirne i rifiuti generati. Può infatti sembrare paradossale, ma un ospedale tradizionale, anche se aiuta le persone a guarire, contribuisce a far ammalare il pianeta di inquinamento. Colpa dei consumi energetici, (un ospedale deve funzionare h.24 per 365 giorni l’anno), dei rifiuti ospedalieri e il traffico veicolare legato agli spostamenti di pazienti e staff. Una struttura come il “Gemelli” di Roma con 1900 posti letto, ha un’impronta ecologica pari a 31 campi di calcio.

Texas Children's Hospital

Fatti i conti è indispensabile pensare e soprattutto progettare ospedali “verdi” , anche se questo significa investimenti iniziali maggiori di quelli tradizionali (l’esempio più famoso è il Dell Children’s Hospital in Texas). E questo significa, ha detto l’architetto americano Roger Hay, preside della Ratcliff di Emeryville (California), « un ospedale fatto con materiali rispettosi dell’ambiente, che funziona a risparmio energetico sfruttando al massimo la luce naturale e che adotta soluzioni nanotecnologiche per produrre involucri, filtri di impianti di aerazione, pavimenti, elementi di arredo nanotecnologici, il tutto con capacità anti-inquinanti (mangiatori di smog), antibatteriche e autopulenti». In Italia esempi di strutture ecosostenibili non mancano: l’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, il Bambin Gesù a Roma, gli Ospedali Riuniti di Bergamo l’ospedale Alba-Bra che sorgerà a Verduno, (Cuneo). Ma molto ancora c’è da fare.

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