Rifiuti, nessun risarcimento per l’azienda “in odor di mafia”: ma non tutto quadra

Le indagini compiute dagli organi di polizia hanno evidenziato operazioni "non limpide" da parte della Cogea (nella foto, la Procura di Lecce)

Cogea ci riprova, ma i giudici non abbassano la guardia. «L’azienda di Foggia è in odor di mafia», è il verdetto. Dopo il Tar Lecce anche il Consiglio di Stato boccia la richiesta di risarcimento formulata dalla società che, il 3 marzo 2012, ha subito la revoca dell’appalto per la gestione dell’appalto dei rifiuti urbani a Casarano – aggiudicato poi a Igeco costruzioni spa – perché colpita da interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Lecce. Un provvedimento quest’ultimo, che gli stessi giudici – con l’ordinanza pubblicata il 31 maggio – hanno pienamente legittimato. 

Cogea si era rivolta al Consiglio di Stato per ottenere la riforma della sentenza con cui lo scorso 29 marzo il Tar Lecce bocciava la richiesta della stessa società di annullare la revoca dell’appalto in questione del Comune di Casarano nonché la stessa interdittiva antimafia emessa l’1 marzo 2012: quest’ultima, di fatto, aveva procurato la revoca dell’appalto, di durata annuale, da 1,9 milioni di euro. Con la sentenza dello scorso 29 marzo il giudice amministrativo leccese ha, anzitutto, riconosciuto la piena competenza della Prefettura di Lecce relativamente all’emanazione dell’interdittiva: Cogea ha, infatti, sede operativa a Gallipoli, in provincia di Lecce.

Il Comune di Casarano aveva affidato alla Cogea un appalto annuale per la gestione dei rifiuti urbani da 1,9 milioni di euro

Nel merito dell’interdittiva, il Tar Lecce ha, poi, motivato la bocciatura in quanto Cogea risulta riconducibile alla stessa società di Gianluigi Rosafio che risulta, allo stato, imputato in ordine al legame anch’esso provato con il boss di Taurisano Giuseppe Scarlino, identificato come capo della omonima organizzazione mafiosa «incardinata – si legge sulla sentenza del Tar – nella Sacra Corona Unita».

Le indagini compiute da tutti gli organi di polizia e in particolare dalla Dia di Lecce (Direzione investigativa antimafia) evidenziano – e di questo il Tar prende atto – come all’atto di rescissione del contratto col comune di Casarano le quote societarie di Cogea siano effettivamente tornate nelle mani dello stesso Rosafio; non solo, a Rosafio si contestano anche operazioni non “limpide” attuate con la stessa Cogea al fine di occultarne la sua stessa titolarità. L’imputazione del Rosafio è appesantita dall’aggravante mafiosa, «per la quale – aveva ribadito il Tar Lecce – è stato sì, da ultimo, assolto dalla Corte di Cassazione – peraltro in epoca successiva alla data di emanazione dei provvedimenti amministrativi impugnati -, ma con pronuncia di rinvio, per un nuovo giudizio sul punto incentrato essenzialmente sull’approfondimento della questione inerente la cronologia delle prove, ad altra sezione della Corte d’Appello di Lecce, che lo aveva condannato in secondo grado nell’anno 2011». Il Consiglio di Stato, respingendo l’istanza cautelare, formulata da Cogea, il 31 maggio ha validato l’intero quadro a supporto della sentenza del Tar Lecce, confermando il giudizio come segue: «Rilevato, sotto il profilo del danno, nella specie lamentato con riferimento agli effetti della medesima interdittiva sull’intera attività d’impresa, che ben potrà l’attuale appellante sollecitare la definizione dell’istanza di riesame presentata il 3 agosto 2012».

Sviluppi dell’ultim’ora – Ma sulla questione, gli interrogativi ancora aperti non mancano. Proprio ieri è stata formalizzata l’iscrizione sul registro degli indagati del presidente del Tar Lecce, Pietro Cavallari, che accolse il decreto di Cogea a 24 ore dall’avviso di revoca dell’appalto. Nelle scorse settimane è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a firma del procuratore capo Cataldo Motta, anche all’avvocato Luigi Quinto, a Enzo Giannuzzi, direttore generale della segreteria della prima sezione del tribunale amministrativo leccese. Secondo la stessa Procura il decreto non sarebbe stato motivato dal carattere di “estrema gravità e urgenza”.

 

 

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