Ofanto, Ofanto, dove sei?

Il brigante Angiolello Del Duca in una riproduzione d'epoca

“Nel 1784 Angiolello del Duca fece un bagno memorabile. I compagni davano le spalle all’Ofanto, tutti in fila sulle sponde e con gli archibugi pronti. Angiolello nuotava tra le trote e poi si levava in piedi sulle ciottolaie, dove il fiume era appena un filo d’acqua. La sua figura gigantesca appariva a spariva tra gli aghi di pinastri, il sole era bello alto, appeso sui cerri e le albanelle…”. E’ così che racconta l’Ofanto Raffaele Nigro ne I fuochi del Basento. Noi, a distanza di duecento anni circa, cerchiamo oggi di recuperare il fiume, le sue sponde, le sue trote, i suoi ciotoli tra pini e canneti, la sua antica funzione di luogo fresco e salutare ma soprattutto per recuperarne la sua storia.

L’approccio al luogo sembra, visto dall’esterno, ancora freddo, distaccato, burocratico: costituzione del Parco dell’Ofanto, nomina del presidente, vicepresidente,  segreteria, sede, comunicati stampa e atti di richiesta fondi economici per recuperare un territorio – quello dell’Ofanto che dalla foce del mare Adriatico risale, sino alla fonte nell’alta Irpinia, passando per le campagne – . L’ambiente, il suo tipico ambiente fluviale, fatto di storia, vita, contadini, briganti, campi di pannocchie di granturco, sere d’inverno intorno al camino quando, con una manciata di parole si poetava il racconto della vita degli uomini che vivevano l’Ofanto non c’è più.

Oggi, non c’è una vita, una storia, un lavoro intorno al fiume, che s’impone sulle sue sponde; in conseguenza a ciò, mancando vita, lavoro, uomini e famiglie, manca anche il racconto e il poetare degli uomini “… Andavo a mattutino alla pineta/quando vidi un brigante con le ali di uccello/faceva di nome Del Duca Angiolello/era un brigante che si bagnava/e l’acqua dell’Ofanto tutta seccava/seccava di gloria e seccava di ardore/per questo brigante di genio e d’onore…”. Uomini diversi, uomini semplici ma ricchi di genio e d’onore che vivevano il territorio conoscendolo palmo a palmo, sentendoselo proprio. Non burocrati gestori di una terra di nessuno.

Il fiume Ofanto, ormai ridotto a poco più di un torrente

Lo Stato, Roma, non c’erano e non c’erano ministri e uomini che si occupavano in prima persona di governare questi ampi territori rurali. Ma vi era da parte degli uomini e le donne che vivevano il territorio, concentrandosi con piccole case nei borghi a ridosso del fiume, un approccio vitale con l’Ofanto. D’estate, quando il fiume riduceva la portata, l’acqua riempiva solo il suo letto e le trote si rifugiavano nelle pozze, dove l’acqua era più alta, ma dove era più facile, per gli uomini, pescarle con le mani calandosi sino alla cintola. Oggi, questa tecnica di pesca praticata da pochi contadini/pescatori, i giovani, la nostra generazione, non la conoscono e non conoscono l’Ofanto vissuto sia dalla vita lavorativa e sociale sia dalla sua storia ricca di segni, battaglie, sudore, pace, fatica, lavoro e briganti, per cui non percepiscono il territorio, l’ambiente come un valore storico-sociale.

Non vedono le tamerici lungo il fiume o i verdoni e le vipere scivolare tra le canne, o la luna piena che cade nelle sere di maggio tra i canneti, o l’odore del grano mietuto portato dal vento caldo che soffia dalle terre arse della Capitanata, o l’odore degli orti di patate che s’affacciano alle sponde per abbeverarsi, o l’odore della rucola selvatica dei viottoli di campagna che si snodano tra vigneti d’aglianico e malvasia. Odori che se non si percepiscono, non riescono a far sentire l’Ofanto, i territori, l’aria, il sole, il profumo dei canneti umidi: e non riuscendosi a percepire ciò l’Ofanto non riesce ad esistere con il suo Parco nella vita dell’uomo contemporaneo perché slegato dalla vita sociale e dal lavoro nei campi.

Bibliografia essenziale:

Raffaele Nigro, I fuochi del Basento, Giunti Editore, Prato, 1999.

Sito web: http://www.ofanto.info

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