Non si abbassa la guardia sul Lambro

A un mese dalla catastrofe del Lambro, quando oltre 2.500 tonnellate di oli combustibili provenienti dal deposito della Lombarda Petroli di Villasanta  si sono riversate nel fiume che dai monti del lecchese scorre fino al Po attraversando le città di Monza e Milano, un computo preciso dei danni non è stato fatto e con buona probabilità non si potranno mai conoscere appieno tutte le conseguenze di quel fatto.
53651_772404_RONZONI_51_7526838_medium«Le conseguenze – spiega il presidente del Parco della Valle del Lambro, Emiliano Ronzoni – si potranno valutare solo nel tempo». Quello che finora è stato accertato, proprio ad opera dei tecnici dell’ente naturalistico che ha sede a Triuggio (MB) (i primi a intervenire per verificare il danno), è un ambiente compromesso laddove gli oli hanno raggiunto il corso d’acqua. «Stiamo parlando di un territorio che non è di stretta competenza nostra – prosegue Ronzoni – perché lo sversamento vero e proprio è avvenuto dopo il depuratore di Monza». Infatti i confini del Parco si fermano al limitare della città brianzola, ma essendo l’ente attrezzato per la tutela del territorio è stato individuato come soggetto privilegiato dalla Regione Lombardia per avviare tutti i passi che precedono la bonifica vera e propria.
Quindi le analisi dello stato delle acque, il carotaggio dei terreni e gli interventi preparatori alla bonifica, sono e saranno affidati al Parco del Lambro. Un incarico da 250mila euro, già finanziato; e si tratta soltanto dei primi immediati costi che la comunità dovrà sostenere: la bonifica vera e propria costerà circa 100milioni di euro e su questo fronte gli ambientalisti premono perché venga effettuata al più presto. Sul fondo del fiume infatti, passata la prima ondata di materiale (quello più leggero che è arrivato fino al Po) si sono depositate almeno 400tonnellate di catrame. «I primi riscontri che abbiamo effettuato – dice ancora il presidente del Parco – hanno evidenziato come siano stati gli uccelli a soffrire per l’inquinamento. I pesci, al contrario, li abbiamo trovati in buona salute e in buona quantità. Tuttavia il problema vero è il catrame che si è depositato sul fondo e che nel tempo rischia di entrare nella catena alimentare». Inoltre i microrganismi del fondo sono l’altra categoria falcidiata dalla “marea nera”.

<p>Operazioni di pulitura del fiume Lambro dai liquidi inquinanti sversati - foto: Andrea Canali</p>
Operazioni di pulitura del fiume Lambro dai liquidi inquinanti sversati - foto: Andrea Canali

Se il fronte istituzionale si è mosso, anche la cosiddetta società civile non è stata a guardare. Nei giorni immediati al disastro nove associazioni della Brianza, del milanese e del cremonese hanno dato vita al Comitato dei cittadini del fiume, un coordinamento che ha già cominciato a muoversi per dare vita a una serie d’iniziative che mantengano alta l’attenzione rispetto all’accaduto, ma che, soprattutto, hanno intenzione di farsi portavoce di iniziative che possano ridare vita al Lambro.

<p>Roberto Albanese, portavoce del "Comitato dei cittadini del fiume" e responsabile dell'associazione Greenman</p>
Roberto Albanese, portavoce del "Comitato dei cittadini del fiume" e responsabile dell'associazione Greenman

«Se questa è un’occasione per cercare di mettere insieme le forze in maniera organica e partecipata – afferma Roberto Albanese, portavoce del comitato e responsabile dell’associazione Greenman –, l’incidente può essere un’opportunità. Il punto è che per ora sentiamo molte dichiarazioni d’intenti; perché tutto ciò sia vero occorrerà aspettare i fatti».
E le idee messe sul piatto dal comitato sono chiare e precise: come prima cosa occorre un monitoraggio delle conseguenze; secondo punto è la richiesta di una compensazione ambientale del danno con un’attenzione al recupero a verde delle aree; in quest’ottica s’inquadra poi l’ampliamento del sistema di aree protette lungo la valle media e bassa del Lambro e magari l’impiego degli interventi di riparazione per dar corpo a un tessuto imprenditoriale di economia verde.

C’è però attenzione anche verso la normativa, problema che da Ambient&Ambienti nel precedente articolo avevamo sollevato (“Lambro, chi pagherà?”), perché si giunga a una revisione della modalità di gestione della legge Seveso; in ultima istanza si chiede anche l’ammodernamento del depuratore di Monza. Infine si sta valutando anche la possibilità di costituirsi parte civile al processo che il tribunale di Monza predisporrà per individuare colpevoli e responsabilità. «Questa è però ancora un’ipotesi tutta da valutare – afferma Albanese– perché dobbiamo analizzare con attenzione i costi e trovare eventualmente le persone per rappresentare il nostro gruppo. A livello europeo – continua il portavoce del comitato – esiste soltanto un solo esempio di disastro di queste proporzioni ed è quello accaduto nel Danubio, dove vi fu lo sversamento di cianuro da parte di una società di estrazione mineraria. Per questo vorremmo riuscire a creare un precedente che consenta poi di fornire ad altri gli adeguati strumenti di prevenzione».

esempio di inquinamento di alcuni dei nostri fiumi
esempio di inquinamento e degrado di alcuni dei nostri fiumi

Di certo c’è però che si sta redigendo una petizione, da presentare al Parlamento europeo, perché Bruxelles predisponga un programma di monitoraggio sugli effetti di questo inquinamento, perché i risultati del monitoraggio vengano resi pubblici, perchè si proceda a un eventuale aggiornamento della legislazione in tema d’incidenti rilevanti e perché, qualora vi fossero gli estremi, venga aperta una procedura d’infrazione contro l’Italia per carente applicazione della normativa UE, in particolare la 96/82.  Inoltre si sta anche raccogliendo materiale per creare un documentario che renda viva la memoria dei fatti e in tal senso sono stati avviati dei contatti con un’associazione della Campania, propostasi per la realizzazione del filmato. «Noi vogliamo mantenere alta l’attenzione – ha concluso Albanese – perché si possa trarre esempio da quanto è accaduto ed evitare il suo ripetersi o eventualmente avere degli strumenti migliori d’intervento per simili emergenze». Un’azione di contrasto molto simile a quella vista nel lontano 1894, quando mugnai e pescatori protestarono contro lo sversamento in acqua di sostanze nocive da parte di una filanda, nei pressi di Sovico.

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