Non è una tipica giornata d’inverno

Andrea Cagnazzi

Lo scorso 16 aprile cinque studenti dell’ultimo anno di scuola superiore sono stati premiati a Bari con una borsa di studio di 1200 euro. Il concorso, intitolato alla memoria dell’On. Giuseppe Tatarella e già alla sua seconda edizione, chiedeva ai candidati un elaborato sulla base di una delle tre tracce proposte dalla giuria, composta da docenti e giornalisti. Tra le tre tracce proposte, una  – che riportiamo – trattava di periferie e della loro capacità propositiva. Il direttore di “Ambient&Ambienti”, Lucia Schinzano, componente della giuria, ha voluto aggiungere, proprio per il legame tra questo tema e la mission del magazine, un ulteriore premio: la pubblicazione dei cinque elaborati vincitori. Cominciamo da quello del barese Andrea Cagnazzi, che ha già chiaro cosa farà “da grande”: il giornalista.

”Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l?energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli.C?è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee. […] Le periferie sono la città del futuro, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. […] Spesso alla parola “periferia” si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città? (Renzo Piano, Il rammendo delle periferie, “Il Sole 24 ORE” del 26 gennaio 2014)

«…Perché nelle periferie c’è tanta umanità, ma essa stenta a emergere, soffocata da mani fatte di negligenza e rassegnazione. E allora la periferia non splende, ma rimane lì, come una stella, che non si specchia perché ha paura di sé stessa…» «Le lenti attraverso le quali si può guardare la periferia sono molteplici, ma una cosa è certa, se non ci si nasce e non ci si vive non la si potrà mai comprendere fino in fondo»

Non è una tipica giornata d’inverno. Il cielo è di un azzurro intenso, limpido, terso. Sembra colorato da un pastello nelle mani di un bambino. I raggi del sole lo rendono iridescente e pervadono l’atmosfera di uno strano tepore, quasi primaverile. Procedo con i finestrini abbassati, e il paesaggio si muove sfuggente a pochi metri da me.
La radio trasmette qualcosa di indistinto, le vibrazioni non permettono un ascolto chiaro.
La strada è la solita, quella verso casa. Il bianco della linea di mezzeria è ormai sbiadito, ingoiato dal nero pece dell’asfalto. Uno stradone dritto, lungo e largo. Finisce dove un grande segnale stradale indica ‘’Bari S. Paolo’’. Il limite è di cinquanta all’ora. O almeno dovrebbe esserlo.
Proseguo per qualche metro, su Viale Europa, prima un semaforo, poi un altro. Sulla destra c’è un enorme palazzone, abbandonato da quando ne ho ricordo.
Subito di fronte c’è un parco. Una volta mio padre mi ci portò, ricordo che dei bambini volevano rubarmi la bici.
Su un lato del parco c’è un’edicola, una delle poche qui, fu rinnovata dopo che un incendio la distrusse.
Ingrano la prima, poi la seconda, Viale delle Regioni. È un altro vialone, a quattro corsie, separate da due file di ippocastani altissimi e pini marittimi, i polmoni del quartiere. È una delle strade più celebri del San Paolo, le case popolari la racchiudono in uno sfondo fatiscente e aggrinzito. Le facciate sono sfigurate da fenditure che penetrano il calcestruzzo, come rughe, profonde e severe.
Un motorino color oro è appoggiato al fianco di un portone.
Le costruzioni, alte al massimo qualche piano, si accavallano le une sulle altre, divise da stradine labirintiche. Se ci si addentra senza conoscerle, è facile perdersi.
Non è raro trovare anche delle enormi distese di terreno sterrato, incolto. La vista riesce a spaziare, ma oltre i campi ci sono solo altre case, così simili che sembrano parenti l’una dell’altra.
Un altro semaforo, l’ultimo, quello che segna la fine del viale. Sulla destra, ci sono una serie di grandi palazzi giallo ocra, che si sviluppano in altezza; i loro piedi sono tozzi e massicci pilastri grigi, che formano lunghe serie di portici. Di sera sono spesso bui.
A qualche centinaio di metri dal semaforo c’è l’ospedale; un’enorme e imponente struttura. La più grande, nei paraggi. I dintorni dell’ospedale sono stati tramutati in una vastissima area edificabile. Prima anche lì c’erano dei campi. Ora i fiori sono gru, e il cemento cresce come erba selvatica. La luce del semaforo è ancora rossa. Girando a sinistra la strada porta alla Zona Cecilia. Una zona che appartiene al territorio di Modugno, ma che è stata lentamente inglobata dall’espansione del quartiere S. Paolo, che l’ha trasformata in un suo arto. Quando frequentavo la scuola elementare, ordinavamo i libri da una cartoleria che si trovava da quelle parti. Non so se ci sia ancora.
Scatta il verde e riparto. Giro a destra, e dopo qualche strettissima rotonda, arrivo nei pressi di Piazza Europa, un altro complesso edilizio di recente costruzione che comprende una palestra, una piscina, negozi di vario genere, un supermercato e decine di uffici. Sono tutti in stato di abbandono da quando i lembi del nastro rosso della inaugurazione toccarono il pavimento dell’entrata.
Ancora un’altra rotonda, poi raggiungo una delle stazioni della metropolitana, che collega l’ospedale con il centro della città, e dall’anno scorso, anche con l’aeroporto. Ci sono poco meno di una decina di stazioni in tutta la città, qualcun’altra è in costruzione.
La linea della metro che attraversa il quartiere è lunga qualche chilometro. Il San Paolo ha un’estensione di circa venti chilometri quadrati.
Un altro tratto di strada. Altre case popolari. Un’ altra rotonda. Non molto lontano è situata la mia vecchia scuola elementare. Quando me ne separai per iscrivermi alle medie, cambiai scuola, e per la prima volta conobbi un quartiere che non fosse il mio.
Ricordo che il primo anno provavo una certa vergogna nel confessare che abitavo in periferia. I miei compagni di classe reinterpretavano la sigla CEP, “Centro Edilizia Popolare”, in “Centro Estrazione Portafogli”. Non venivano quasi mai a trovarmi, ero sempre io che mi spostavo; i genitori non vedevano di buon occhio il posto dove abitavo. Lo reputavano pericoloso. E forse lo è stato, lo era e lo è ancora oggi.
Nel suo articolo Renzo Piano scrive del rammendo delle periferie: ‘’Le periferie sono la città del futuro, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. […] Sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni.’’
Ma si può rammendare qualcosa di apparentemente non-rammendabile?
Spesso le periferie sono come piccole città satellite, che ruotano attorno al centro-città, come la luna ruota attorno alla terra. Si influenzano a vicenda, si sfiorano a distanza, ma rimangono entità completamente differenti. Quella delle periferie è un’altra realtà.
C’è chi da piccolo vede i propri genitori, fratelli o amici, diventare delinquenti, spacciatori, rapinatori. E c’è chi un domani li vedrà morire, o non tornare mai più a casa.
C’è chi non può permettersi di soggiornare in appartamenti di lusso, e vede consumata la propria esistenza di stenti tra il malessere e il degrado generale.
C’è chi qui ha messo le radici e si sente il padrone di tutto e di tutti.
C’è chi come me, si limita a osservare, e a essere qualche volta intimorito, anche dopo anni, della strada di casa quando è sera.
Le lenti attraverso le quali si può guardare la periferia sono molteplici, ma una cosa è certa, se non ci si nasce e non ci si vive non la si potrà mai comprendere fino in fondo.
Ogni quartiere popolare è un microcosmo e come tale, ha delle falle connaturate. E quindi ineliminabili.
Le periferie potrebbero non diventare mai parte integrante delle città a cui appartengono perché, la maggior parte delle volte, sono state ideate, progettate e costruite per non esserlo.
Tuttavia il rammendo di cui parla l’architetto genovese può essere interpretato non solo come l’unione di centro-città e periferia, ma anche come il ripristino e l’ammodernamento di ciò che già esiste. O di quello che potrebbe esistere.
Da un certo punto di vista le periferie sono come dei fogli bianchi che aspettano solo di essere scritti. O fogli già scritti ma pieni di errori di ortografia, che aspettano di essere corretti.
Servirebbe però uno sforzo di volontà per capovolgere la situazione. Interventi tempestivi e mirati per migliorare il migliorabile e per creare qualcosa di nuovo e moderno.
Le periferie hanno bisogno di individui che riescano a valorizzarle, che vogliano investire in forzieri di potenzialità che troppo spesso vengono ingoiati nel fondo dell’abisso.
Le periferie hanno bisogno di idee, di progetti, di cambiamento.
Un cambiamento che non deve provenire solo da chi guarda dall’esterno il degrado in cui vertono i quartieri popolari, ma anche e soprattutto da chi ci vive.
Da tutti quelli che vedono con i propri occhi, ogni giorno, il male e il brutto che si posano su ogni marciapiede e su ogni strada, come una nebbia densa e fitta, che non permette di guardare al di là del proprio naso.
Solo chi conosce dall’interno i meccanismi di un fenomeno può modificarlo. Il raggiungimento di questo obbiettivo sarebbe l’espressione massima di quella energia umana di cui parla Piano, che dovrebbe essere sfruttata fino all’ultima goccia, ma che invece viene trascurata. Perché nelle periferie c’è tanta umanità, ma essa stenta a emergere, soffocata da mani fatte di negligenza e rassegnazione. E allora la periferia non splende, ma rimane lì, come una stella, che non si specchia perché ha paura di sé stessa.
Ci vorrebbe un’iniezione di ottimismo, per sostenere quest’onda rivoluzionaria, ma questo stesso ottimismo, filo di Arianna delle parole dell’articolo di Renzo Piano, viene subito reciso dall’esperienza di tutti i giorni.
La malattia che affligge le periferie, infatti, troppo spesso, è incurabile.
Ogni volta che qualcosa viene costruito, ogni volta che una pietra viene posata, qualcuno arriva e con un calcio la spazza via.
Perché forse a molti va bene così, perché a volte abbracciare ciò che è sbagliato è più facile che combattere per quello che è giusto.
E allora i palazzoni, come quello alla fine della strada che porta al S. Paolo, rimangono abbandonati, mentre si potrebbero ristrutturare, abbellire, con moderni balconi di vetro e pannelli solari sui tetti.
I parchi non vengono manutenuti e, lasciati a sé stessi, diventano luoghi dove i bambini non possono giocare al sicuro, le famiglie passeggiare e gli anziani leggere in tranquillità seduti alle panchine.
Le case basse di Viale delle Regioni restano prede della decadenza, con quelle rughe che diventano sempre più profonde, invece di tornare alla giovinezza. Con la vernice fresca, colorata, vivace, raggiante.
Gli uffici di Piazza Europa giacciono vuoti, invece di essere pullulanti di vita, di impiegati, di gente che va e che viene, con le ventiquattrore in mano e le giacche lunghe al ginocchio.
E infine la linea della metropolitana, che sebbene sia una delle poche opere pubbliche che hanno migliorato la vita degli abitanti di questa zona, ha un bacino d’utenza insufficiente a servire una periferia popolosa come la nostra.
Queste potrebbero apparire come situazioni particolari, ma ritengo che come al San Paolo, anche in tutte le periferie d’Italia e del mondo, esempi del genere siano più che diffusi.
Mancano motivazioni. Quello sforzo di volontà, quel gesto, necessario a far partire il domino della metamorfosi.
A volte penso che queste motivazioni possano essere trovate semplicemente guardandosi intorno. In ciò che sembra ostile, abbandonato, e senza senso. In tutto ciò si trova la bellezza delle piccole cose. Quei campi incolti, così comuni da queste parti, in primavera fioriscono, e sembrano quadri impressionisti. Come tanti piccoli miracoli della natura da quell’erba gialla, scarna e triste, nascono dei bellissimi fiori, i cui petali sono sfumature di viola, pennellate leggere, che contrastano, quasi combattono, con il decrepito sfondo delle case che li sovrastano.
Il condominio dove abito si affaccia sul confine del quartiere. Anch’esso è circondato da campi di questo genere. Quando qualche settimana fa nevicò, lo spettacolo che mi si aprì davanti agli occhi era paralizzante. Un’onda bianca che si estendeva a perdita d’occhio e che ricopriva ogni ostacolo, ogni albero, ogni macchina che incontrava sul suo cammino. Un maremoto di insostenibile leggerezza.
Se non abitassi dove abito, probabilmente davanti ai miei occhi ci sarebbe stato un altro palazzo, magari un grattacielo, che sarebbe rimasto grigio, e scuro, e la neve avrebbe ricoperto solo l’asfalto della strada, in attesa di essere spazzata via, rapidamente.
Invece la neve sui quei campi ha avuto il tempo di sciogliersi, e più si scioglieva, più abbracciava tutto quello che c’era intorno con minuscoli granelli di luce che si disperdevano nell’atmosfera.
E poi, sullo sfondo del mio piccolo angolo di paradiso, si staglia il mare. Perché io dalla ringhiera del mio balcone, al primo piano del mio condominio, ho la fortuna di poter guardare il mare. E non tutti hanno questa possibilità.
Lo scenario che si delinea quando si parla delle periferie è sicuramente complesso.
Una matassa difficile da scogliere, un puzzle i cui pezzi non vanno quasi mai al loro posto.
Italo Calvino una volta ha scritto: ‘’Le città come i sogni sono costruite di desideri e paure’’; leggendo queste parole si può realizzare come forse solo le periferie potrebbero essere davvero le città del futuro. Perché solo la periferia, nella sua natura così diversa e speciale, coniuga questi due estremi. Desiderio e paura. Desiderio di strade illuminate dall’alba e paura di strade latenti nell’oscurità.

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