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Nobel contro i veleni di guerra

L’ Opac è stata coinvolta dal’ONU per smantellare l’arsenale siriano e sovrintendere all’eliminazione delle armi chimiche del regime di Bashar al-Assad (foto Euronews.com)

E’ di pochi giorni fa la notizia che il Nobel per la pace 2013 è stato assegnato all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), l’ente intergovernativo che ha il compito di far applicare la Convenzione di Parigi del 1993 sulla messa al bando delle. La scelta dell’Accademia norvegese ha così voluto premiarne la lotta che dal 1997  l’Organizzazione intergovernativa sta volgendo per ridurre, fino all’eliminazione, le armi chimiche. La stessa Opac è stata coinvolta dal’ONU per smantellare l’arsenale siriano; i suoi esperti sono stati designati a sovrintendere all’eliminazione delle armi chimiche del regime di Bashar al-Assad. E’ stata proprio quest’ultima azione a indurre la scelta del Comitato per il Nobel di Oslo, il cui presidente, Thorbjoern Jagland, ha motivato la decisione con la volontà di premiare l’organizzazione «per i suoi estesi sforzi tesi  all’eliminazione delle armi chimiche». Nella motivazione si mette in risalto come «i recenti eventi in Siria, dove le armi chimiche sono state ancora una volta impiegate, abbiano evidenziato la necessità di intensificare ulteriormente tali sforzi». Il premio Nobel per la pace all’Opac «è un messaggio ai Paesi che non hanno ratificato il Trattato di bando delle armi chimiche». Il direttore generale che guida l’Opac dal 2008, il diplomatico turco Ahmet Uzumcu, ha auspicato che il riconoscimento convinca anche gli ultimi sei Paesi (Angola, Birmania, Corea del nord, Egitto, Israele e Sud Sudan) a mettere al bando le armi chimiche.

La sede dell’Opac a l’Aja (Olanda)

Come opera l’Opac – L’Opac con sede all’Aja (Olanda), nasce nel 1997 con il compito di far applicare la Convenzione di Parigi del 1993 che proibisce l’uso di tali armi e ne chiede la distruzione e riunisce 188 Paesi. L’Organizzazione, finanziata dai suoi Stati membri che nel 2011 hanno messo a disposizione 74milioni di euro, in 16 anni di attività ha distrutto nel complesso quasi 60mila tonnellate di armamenti (circa 80% delle riserve mondiali dichiarate), in gran parte derivanti dagli arsenali americani e russi risalenti all’epoca della Guerra Fredda. Oltre alla distruzione delle armi l’Opac è impegnata anche nella distruzione e riconversione degli stabilimenti per la produzione di armi chimiche.

Il ruolo dell’Italia – L’Italia, che ha ratificato la Convenzione di Parigi nel 1997, fa parte dell’Opac sin dalla sua nascita e siede al consiglio esecutivo con il mandato di vice presidente. In Italia, presso il Centro tecnico logistico interforze per le armi nucleari, chimiche e batteriologiche (Cetli Nbc) di Civitavecchia, si formano degli ispettori dell’Opac. A Civitavecchia dalla fine degli anni ’80 vengono materialmente distrutte le armi chimiche della Seconda guerra mondiale. L’eredità di veleni del conflitto bellico, oltre l’abbondante arsenale chimico italiano di epoca fascista, contiene tutti i residuati bellici chimici che alleati (americani e inglesi) e tedeschi hanno lasciato nel nostro Paese, veleni in molti casi abbandonati sui fondali dei nostri mari, o peggio stoccati sui fondali come sede “definitiva” di discarica: tonnellate di sostanze tossiche (iprite, arsenico, fosgene) che in alcuni casi si rinvengono prossimi alla costa e destano molta preoccupazione.

In queste foto la devastazione del porto di Bari dopo il bombardamento del 2 dicembre 1943 e gli effetti delll’iprite liberata dalla “John Harvey”. Di questi aspetti si parlerà nella tavola rotonda “Bari racconta: veleni di guerra di ieri e di oggi”, organizzata da Ambient&Ambienti il prossimo 2 dicembre

Presto a Bari una tavola rotonda sull’argomento – Proprio di questa eredità di veleni e di come – oggi – si fanno prevenzione e bonifica si discuterà a Bari il 2 dicembre 2013 nella tavola rotonda Bari racconta: veleni di guerra ieri e di oggi 2 dicembre 1943 – 2 dicembre 2013, organizzata da Ambient&Ambienti.  All’incontro, organizzato in occasione dei 70 anni dal bombardamento del Porto di Bari da parte dell’aviazione tedesca la sera del 2 dicembre 1943, sono stati invitati i massimi esperti locali e nazionali per discutere degli effetti di ieri e di oggi del bombardamento durante il quale la nave americana John Harvey scoppiò col suo carico di iprite, provocando la morte di oltre mille (numero sottostimato e che mai nessuno è riuscito a definire con precisione) di civili e militari e, soprattutto, effetti devastanti protrattisi nel tempo ben oltre le operazioni di bonifica a partire dal 1947.

 

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