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NO TRIV: ambientalisti accusano Renzi

no triv - protesta ambientalisti ombrina ministero sviluppo economico

La manifestazione del 9 novembre sotto la sede del Ministero dello Sviluppo Economico per dire NO alle trivelle in Adriatico

NO TRIV: WWF, Legambiente e Greenpeace Italia, nel giorno in cui la Corte Costituzionale ha deciso di rimandare la Camera di Consiglio sui sei referendum proposti dalle Regioni sulle norme contenute nel decreto Sviluppo del 2012 e nel decreto Sblocca Italia del 2014, denunciano “una grave distorsione nell’operato del ministero dello Sviluppo Economico, che sostiene e attua politiche di retroguardia in una difesa d’ufficio dei combustibili fossili”.

Le associazioni segnalano, quindi, “quattro peccati originali”:

1_ Il 23 dicembre il governo ha dovuto cambiare le norme, volute dal ministero dello Sviluppo Economico, con le quali si stabiliva la strategicità per legge delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi da autorizzare con iter semplificati e super accelerati che emarginavano le Regioni. Con quelle norme si facevano salvi non solo gli atti abilitativi acquisiti, ma anche i soli procedimenti connessi e conseguenti in corso sino alla fine di giugno 2010 nell’area off limit delle 12 miglia marine. Il governo l’ha fatto per disinnescare i referendum ma quelle norme e procedure, contestate da almeno tre anni dagli ambientalisti, erano evidentemente di dubbia legittimità.

2_ Il ministero dello Sviluppo Economico ha sempre fatto proprie pedissequamente le valutazioni e le richieste di Assomineraria, garantendo un regime di franchigie, royalty e agevolazioni tra i più favorevoli al mondo (le royalty in Italia sono al massimo al 10% mentre negli altri paesi produttori di petrolio vanno dal 25% della Guinea all’80% di Norvegia e Russia) sposando anche gli studi, non verificati, prodotti dai petrolieri sullo sviluppo del settore (stimando 25.000 nuovi occupati), quando il turismo nelle aree costiere messe a rischio dalle trivelle fa registrare ogni anno 43 milioni le presenze di stranieri. Il solo settore della pesca occupa, già oggi, 25mila addetti, senza contare l’indotto e la maricoltura (pesci e molluschi).

3_ Il ministero dello Sviluppo Economico, per la vigilanza sui grandi rischi connessi alle trivellazioni, ha preteso e ottenuto l’istituzione di un comitato interministeriale e di strutture territoriali in cui sono presenti dirigenti e funzionari dell’UNMIG (Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse del ministero) avrebbe invece dovuto far nascere anche in Italia una “Autorità competente”, indipendente, come richiesto dalla normativa europea (Direttiva 2013/30/UE), chiaramente distinta dagli uffici ministero, per evitare conflitti di interesse nello svolgimento dei suoi compiti, come richiesto dall’Europa;

4_ Il ministero dello Sviluppo Economico è refrattario a qualsiasi forma di pianificazione settoriale. Con la scusa dell’abrogazione della norme sottoposte a referendum è stato fatto anche scomparire il Piano delle aree per le trivellazioni, da sottoporre a valutazione ambientale strategica, richiesto dalla normativa comunitaria.

Gli ambientalisti accusano il governo Renzi e “i pasdaran pro-trivelle del ministero dello Sviluppo Economico di favorire il più clamoroso conflitto istituzionale oggi in atto (con dieci Regioni che hanno promosso sei referendum), e gli interessi dei petrolieri” e di non difendere, invece, “con altrettanta forza, gli altri settori economici consolidati strategici per il Paese come il turismo e la pesca”.

WWF, Legambiente e Greenpeace Italia sostengono che l’Italia, dopo gli impegni assunti a livello internazionale alla COP 21 a Parigi, dovrebbe abbandonare le strategie pro-fossili del governo Renzi e promuovere, invece, le energie rinnovabili, il risparmio e l’efficienza energetica per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C.

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