Navi dei veleni, riaperte le indagini sull’omicidio Alpi – Hrovatin

Di rifiuti si muore! Non stiamo parlando, però, delle cataste di immondizie colpevoli di ammorbare Napoli. Stiamo parlando di rifiuti pericolosi. Di colleghi morti perché avevano scoperto un traffico clandestino di rifiuti tossici e radioattivi.

Ilaria Alpi in Somalia per un reportage

Era il 20 marzo del 1994 quando a Mogadiscio, in Somalia, la giornalista Ilaria Alpi e il telecineoperatore Miran Hrovatin sono stati uccisi. Un’inchiesta di Greenpeace “The toxic ships” – Le navi tossiche – fornisce elementi che possono contribuire a fare chiarezza sulle esportazioni di rifiuti dall’Italia e dall’Europa verso i Paesi in via di sviluppo e in particolare nell’area mediterranea e verso l’Africa. L’indagine si inserisce tra le attività dell’Osservatorio per un Mediterraneo libero da veleni, istituito in Italia a febbraio 2010 da numerose associazioni ambientaliste e del mondo della pesca insieme a comitati e istituzioni scientifiche. Lo stesso filone sul quale la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, che lavora a una più ampia inchiesta sulle cosiddette navi dei veleni e sul traffico transfrontaliero dei rifiuti tossici o radioattivi, ha deciso di fare chiarezza e con questo ha espresso con una nota del 18 gennaio di quest’anno l’intenzione di voler riaprire le indagini sulla morte dei due giornalisti. La scelta di riaprire il caso – scrive in un comunicato il presidente della Commissione, Gaetano Pecorella, fonte www.liberainformazione.it – è stata presa dopo l’audizione del maresciallo Scimone, collaboratore del capitano De Grazia e dei magistrati della procura di Reggio Calabria. Il maresciallo ha ricordato che nel corso di una perquisizione nell’abitazione dell’imprenditore Giorgio Comerio era stato rinvenuto, in un fascicolo denominato “Somalia” e relativo allo smaltimento di rifiuti, la copia di un dispaccio dell’agenzia ANSA sulla morte dei giornalisti Rai. «In quel momento – sottolinea Pecorella – nulla consentiva di collegare la morte della giornalista e del suo operatore al traffico dei rifiuti con la Somalia; il rinvenimento di questo documento e la sua collocazione richiedono un ulteriore e penetrante approfondimento».

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Per l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin la giustizia italiana ha già condannato uno dei presunti killer, Omar Hashi Hassan. Da tempo, però, numerose prove scagionano l’uomo. Una su tutte: a carico del principale accusatore di Hassan, Ali Rage Ahmed, detto “Gelle”, c’è un processo in corso per calunnia. La prossima udienza si tiene il 22 febbraio prossimo. Ma c’è un fatto importante cui fare attenzione. Durante la scorsa edizione del premio dedicato a Ilaria Alpi in un’intervista a Roberto Scardova, giornalista d’inchiesta Rai, l’avvocato di Omar Hassan ha dichiarato di poter dimostrare che l’unico accusatore di Hassan, “Gelle”, sia stato pagato da istituzioni italiane per mentire e consentire la chiusura del caso Alpi. Un processo dunque non solo da rifare ma che è stato un tentativo di depistaggio su indagini scottanti che erano al centro dell’inchiesta dei due giornalisti e che mettevano insieme, in un momento delicatissimo per l’Italia (le prime elezioni post – Tangentopoli), sospetti pesanti su traffici di rifiuti tossici e armi e malacooperazione fra Somalia e Italia con l’appoggio di altre forze internazionali. Delle prime “navi dei veleni” si comincia a parlare nel 1987. I nomi delle navi sono ormai noti, Lynx, Radhost, Jolly Rosso, Cunski, Rigel, solo per citarne alcune. Noti anche i nomi di soggetti imprenditoriali come ODM (Ocean Disposal Management), Instrumag AG, lnternational Waste Group SA, Technological Research and Development Ltd con domicilio in Svizzera, Lichtenstein, Inghilterra ma riconducibili a imprese che hanno la residenza nei cosiddetti paradisi fiscali come le Isole Vergini o Panama. Greenpeace ha compilato un elenco dei trasporti di scorie tossiche e radioattive smaltite illegalmente soprattutto in Africa negli ultimi 15 anni. In molti casi, le denunce di Greenpeace e di molti altri, comprese Agenzie Internazionali come l’UNEP – United Nations Environmental Program,  hanno bloccato casi eclatanti. In altre occasioni i carichi sono finiti “dispersi in mare”. Probabilmente, di molti altri casi non se ne è mai saputo nulla. Di “navi dei veleni” si è tornati a parlare a settembre 2009 grazie al clamore suscitato dalle dichiarazioni del pentito di mafia Francesco Fonti, a proposito del relitto della Cunski, una delle tre imbarcazioni che la malavita organizzata avrebbe affondato nei nostri mari con il loro carico mortale.

La nave Cunski

La nave descritta dal pentito è come e dove lui aveva indicato. Sotto circa cinquecento metri di acqua, lunga da 110 a 120 metri e larga una ventina, con un grosso squarcio a prua dal quale fuoriesce un fusto. Si trova venti miglia al largo di Cetraro (Cosenza). I fusti sarebbero 120, tutti pieni di rifiuti tossici. Dal Governo, però, arriva la smentita del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo secondo cui il relitto a largo di Cetraro non corrisponde alle caratteristiche della Cunski. Un dato di fatto rimane: troppi i dubbi da chiarire ancora sulla copertura offerta da strutture di potere pubbliche e private in favore di mafia, ‘ndrangheta e camorra. Troppi i 17 anni ancora senza verità sugli omicidi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. L’ombra dei Servizi deviati sull’intera vicenda.

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