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In mountain bike alle Colonne d’Ercole: intervista al cicloscrittore

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Berlenghi e le Colonne d'Ercole
Tullio Berlenghi e le Colonne d'Ercole

In solitaria, in sella alla sua mountain bike arriva fino a Gibilterra e raggiunge le Colonne d’Ercole. Tullio Berlenghi racconta tutto in un libro

Un viaggio fino “Alle Colonne D’Ercole”.  Tullio Berlenghi è salito sulla sua mountain bike  Cannondale M700 e ha cominciato a pedalare. Un percorso, in solitario, che lo ha portato da Genova a Gibilterra. E questa sua esperienza è diventata un libro, edito dalla dei Merangoli. Il volume, intitolato appunto Alle Colonne d’Ercole, è stato presentato per la prima volta il 22 luglio a Labico, il piccolo paese in cui l’autore vive. E adesso è pronto per il suo viaggio in giro per l’Italia. Letterario. Noi lo abbiamo intervistato.

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Storia di una passione

La prima curiosità è ovvia: come è nata questa avventura?

“L’idea di un lungo viaggio in bicicletta la coltivavo da diverso tempo, ma mi rendevo conto che non era facilmente conciliabile con il delicato combinato disposto lavoro e famiglia. Poi, proprio quando i figli sono diventati un po’ più grandi, è arrivata l’esigenza di “scaricare” un mese di arretrati di ferie e permessi. Non potevo farmi scappare la ghiotta occasione. Ho scelto un punto di arrivo, che avesse un significato non solo geografico. Le “Colonne d’Ercole” hanno indubbiamente una forte valenza simbolica, ho disegnato un percorso sulla mappa e ho iniziato i preparativi per affrontare la sfida. Un viaggio ha inizio nel preciso momento in cui lo si progetta”.

Alle Colonne d’Ercole, il viaggio in mountain bike

Viaggio verso le Colonne d'Ercole
Verso le Colonne d’Ercole

Durante il percorso, ha tenuto un diario di bordo/blog per appuntare quotidianamente riflessioni, incontri e pensieri. Poi, il libro. E’ nato come un viaggio ‘in solitaria’, si è trasformato in un itinerario più che condiviso…

“Sì, per me era importante fare il viaggio da solo. Voleva essere sia un modo per mettermi alla prova sia l’opportunità di intraprendere un percorso interiore. La solitudine in realtà si è limitata al viaggio, come dire, “fisico”, perché in molti mi hanno accompagnato virtualmente e hanno seguito sul proprio pc o tablet un pallino rosso che si muoveva lentamente da ovest a est lungo la mappa dell’Europa”.

Quale è stata la tappa che le ha dato più emozioni?

“Non è facile scegliere, perché ogni tappa, a suo modo, ha avuto la sua importanza e anche quella apparentemente insignificante è stata un tassello indispensabile per arrivare a destinazione. Ma se proprio devo scegliere un momento particolare, allora vorrei lasciare spazio al montanaro che è in me e che si galvanizza quando la strada inizia a salire. Da questo punto di vista la tappa che mi ha strappato le lacrime – non so dire quanto per l’emozione e quanto per la sofferenza – è stata la nona, quella che mi ha fatto superare la catena dei Pirenei sul suo passo più alto, il Col d’Envalira, con l’imponenza dei suoi 2408 metri di altitudine”.

Circa 2300 chilometri percorsi, 26mila metri di dislivello, sette Stati attraversati in 22 giorni di viaggio. Quali sono state le difficoltà maggiori?

“Con un’adeguata preparazione il viaggio che ho fatto io è alla portata di chiunque sotto l’aspetto fisico. Certo, i momenti di fatica ci sono e sono anche piuttosto dolorosi, ma nulla di impossibile. Anche per l’aspetto logistico è sufficiente un minimo di organizzazione e pianificazione. La principale difficoltà è il proprio limite interiore, ma intraprendere un’avventura così serve appunto ad individuarlo e, se possibile, superarlo”.

Viaggio in bici, ma non solo

Nel libro si parla dei paesaggi, ma si affrontano anche temi come giustizia, parità di genere, tutto condito dalla sua (auto)ironia: quali sono, nel 2017, le vere Colonne d’Ercole?

“Siamo circondati da Colonne d’Ercole. Siamo abituati a mettere confini (virtuali e reali) ovunque. I nostri confini sono i nostri pregiudizi, le nostre paure, le nostre chiusure all’interno delle rassicuranti mura delle nostre case, incuranti di tutto il resto, inconsapevoli – e forse indifferenti – del peso che grava sugli altri, sull’ambiente e sulle future generazioni a causa della nostra ristretta visuale”.

Con autoironia parla anche di sé e della sua famiglia: cosa le hanno detto le persone più strette quando ha annunciato la sua avventura?

“La parola usata di più per commentare la mia idea è stata “follia”. Un termine duale, la cui accezione negativa è legata all’esistenza di una patologia mentale, ma che credo sia stata utilizzata nei miei confronti per descrivere la mia aspirazione a inseguire i sogni, esprimendo, sotto forma di critica, una sincera ammirazione e, forse, anche un pizzico di invidia”.

Oltre le due ruote

in mountain bike alle Colonne d'Ercole
Il libro Alle Colonne d’Ercole

E’ partito con una mountain bike che le fa compagnia dal 1994. Che rapporto ha con la bici e qual è il suo giudizio sulla mobilità sostenibile in Italia?

“Come tanti della mia generazione ho abbandonato infanzia e bicicletta nello stesso momento, salvo poi riscoprire la bicicletta (e un po’ anche l’infanzia) molti anni più tardi, proprio grazie a questa vecchia mountain bike, comprata quasi per caso dopo aver assaporato il piacere di scorrazzare per le strade di montagna su due ruote. La (ri)scoperta della bici unita alla mia sensibilità ambientalista mi hanno portato ad impegnarmi a favore della mobilità sostenibile, tema sul quale l’Italia registra un inquietante gap rispetto a quasi tutti i paesi europei. Qualche timido segnale si sta vedendo, ma abbiamo ancora molto da fare”.

Finito il giro in bici, comincia il tour di presentazioni del libro: cosa vuol trasmettere al pubblico che verrà a incontrarla?

“Peccato che non sia in grado di farlo, ma se riuscissi a trasmettere anche solo un decimo delle emozioni, del piacere, del benessere che mi ha regalato la mia avventura in bicicletta, credo che a Ventimiglia potrebbe scattare l’emergenza “Colonne d’Ercole”, con centinaia di ciclisti incolonnati alla frontiera, tutti ad inseguire il proprio orizzonte”.

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