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Morti per amianto nella Marina Militare: al vaglio della magistratura i risultati delle indagini difensive

La Marina Militare Italiana sapeva dei danni alla salute provocati dall’amianto ma non lo ha posto, in maniera efficace, a conoscenza delle maestranze che sono così rimaste esposte pericolosamente al killer invisibile. Già dai primi anni ‘70 quando all’interno degli arsenali cominciarono ad arrivare le prime circolari (clicca qui per visionare il carteggio) inviate dagli alti comandi con le prescrizioni in materia di prevenzione.

In particolare il Maggiore Generale Medico responsabile della Direzione Sanità della Marina Militare di Taranto, nel documento protocollo 001/EPT del 3 gennaio 1970, sugli studi effettuati dal professor Luigi Ambrosi dell’Università di Bari, datati 18 febbraio 1969, inviato alla Direzione Generale dell’Arsenale della marina Militare del capoluogo jonico, scrive che “i primi risultati dello studio epidemiologioo-statistico effettuato dall’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Bari fra gli operai addetti a vari tipi di lavorazione in ordine al rischio dell’asbestosi, hanno delineato una situazione di effettivo pericolo nei confronti di diverse categorie di lavoratori direttamente addetti alla dell’amianto o indirettamente esposti alla inalazione della relativa polvere”. Nello stesso documento è poi scritto che si richiedeva l’allontanamento immediato dei soggetti affetti da asbestosi e la ristrutturazione degli ambienti in cui si sono svolte  “particolari tipi di lavorazioni pericolose”.

Quanto all’attività di rimozione dell’amianto dalle navi, il direttore generale dell’Arsenale di Taranto scrive a NAVALCOSTARMI a Roma – protocollo numero 01336/ 580 del 14 febbraio 1970 – quali provvedimenti sono stati adottati per la salvaguardia del personale, come per esempio che le operazioni di scoibentazione si dovessero svolgere a terra in appositi locali areati e ben isolati; mentre, se a bordo – dove mancavano gli impianti di aspirazione – non dovevano essere eseguite allo stesso tempo altre operazioni.

A confermare le accuse, decine di testimonianze di ex marinai ammalati e di familiari di deceduti – oltre 500 di cui 300 marinai – a causa delle patologie asbesto correlate, che hanno aderito all’Associazione Osservatorio Nazionale Amianto

Nel corso delle indagini portate a termine dalla difesa, l’avvocato Ezio Bonanni ha acquisito il carteggio – classificato RISERVATISSIMO – relativo alle attività della Medicina del Lavoro della Marina Militare di Taranto, che sembrerebbe avvalorare le rimostranze delle vittime e dei loro famigliari, circa la conoscenza del rischio morbigeno dell’amianto anche in questo settore, da parte dei vertici dell’arma. Dai documenti risulta, inoltre, che ci sono ammalati anche fra soggetti non direttamente impiegati nelle “lavorazioni nocive” sin dal 1970; l’amianto ormai è noto, è stato invece messo al bando soltanto con la legge n. 257/92 e senza obbligo di bonifica.

Infatti, solo nel 1993 è stata avviata una efficace opera di risanamento di navi e capannoni dell’Arsenale di Taranto e risulta che fino al 2005 sono state rimosse 600 tonnellate di amianto. A oggi, consegue che è stato bonificato dall’amianto solo il 20% del naviglio militare e parzialmente il 44% delle 155 unità navali, fonte Contramianto.

Atti e documenti relativi alla presenza di asbesto sia nella base militare di Taranto, sia nelle navi che di volta in volta sono rimaste all’attracco in banchina per essere scoibentate, sono stati posti all’attenzione del Sostituto Procuratore della Repubblica di Padova Sergio Dini che conduce le indagini le indagini.

E del pm torinese Raffaele Guariniello, che conduce un’altra inchiesta che vede indagata una ventina di ufficiali tra i quali capi di Stato maggiore e direttori della Sanità militare, che devono rispondere di omissione colposa di cautele antinfortunistiche e dell’ipotesi di omicidio colposo.

Inoltre, quanti sono stati impiegati sulle navi che alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Italia ha ricevuto dagli Stati Uniti grazie al Piano Marshal decideranno di costituirsi parte civile, potranno adire le vie legali anche contro il governo americano, grazie all’intervento dell’avvocato John Eaves che ha ricevuto il mandato dal collega Ezio Bonanni.

Secondo l’avvocato Bonanni, «non risulta che ci sia stato un efficace ed efficiente sistema di informazione e di prevenzione tecnica e protezione individuale, tanto è vero che lo Stato è intervenuto equiparando i marinai affetti da patologie asbesto correlate alle vittime del dovere e anche quando ha ritenuto non applicabili alcune norme di prevenzione e protezione, ha ritenuto di dover precisare che “fermo restando il diritto al risarcimento del danno del lavoratore …”: sicché evidentemente detta equiparazione altro non è che una evidente confessione di responsabilità civile risarcitoria dei danni alle vittime. Fermo restando il principio di presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio e quindi solo in sede giudiziaria si potranno ricostruire i fatti».

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