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Morire di dissesto idrogeologico

In Italia si continua a morire di dissesto idrogeologico. L’ultima tragedia che ha colpito il Paese, in ordine di tempo, è quella della Val Venosta. Un treno regionale partito da Malles e diretto a Merano, è stato investito da una massa di 400 metri cubi di fango, facendo quasi precipitare un vagone nel greto del fiume sottostante.

<p>val venosta (BZ) - frana</p>

val venosta (BZ)

Un metro cubo di fango pesa in media 1.500 chili. Quindi è come se una massa di 600mila chili avesse sventrato il convoglio. Nell’incidente avvenuto tra Laces e Castelbello,  sono morte nove persone e una trentina sono rimaste ferite. Da una prima perizia, sembra che la frana che ha provocato la sciagura sia stata causata dalla rottura di un impianto di irrigazione, che ha reso friabile il terreno. Ma il punto non è questo. Il problema è che da oltre un secolo, l’Italia è stata dichiarata Paese a rischio ma nel corso degli anni tutti gli appelli lanciati dagli esperti sono rimasti puntualmente inascoltati. Dal 1918 – fonte Panorama – l’Italia è stata colpita da 5.358 grandi di alluvioni e 11.455 frane. In media, si tratta di oltre 220 fenomeni l’anno, uno ogni 36 ore. Negli ultimi 50 anni, questi eventi hanno provocato 3.448 vittime, 2.447 per frane e 1.041 per alluvioni. Il dissesto idrogeologico causa una media di 6,8 morti al mese. I comuni italiani a rischio sono 2.960. Gli italiani che vivono nelle zone pericolose sono 23 milioni. Per fare fronte alle calamità, negli ultimi 30 anni sono stati spesi 210 mila miliardi, circa 7 mila l’anno. L’attività del legislatore in materia di dissesto idrogeologico parte sin dal 1908, data in cui, con un Regio Decreto, individua una serie di comuni assoggettati da rischio da frana, per il quale dispone il trasferimento e il consolidamento.

<p>cavallerizzo (CS)</p>

cavallerizzo (CS)

Questo che vuol dire? Che l’Italia è un Paese a rischio frana da sempre. «È evidente una cosa, che di fronte alla pericolosità da frana che è un fatto naturale in se ineliminabile, è cresciuto il rischio». Lo dice il Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi italiani, Pietro Antonio De Paola, già in occasione della frana che il primo ottobre 2009 si è abbattuta su una zona del messinese, secondo cui quella di Giampileri Superiore «è sicuramente una tragedia annunciata». A causa delle forti piogge un costone della collina si è abbattuto sul piccolo centro abitato a circa 10 km a nord di Messina, travolgendolo. 24 morti, 39 dispersi, 564 sfollati il bilancio.

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<p>giampilieri (ME) - frana</p>

giampilieri (ME) - frana

Quindi, dottor De Paola, il pericolo c’è sempre?

«La pericolosità è rimasta quella che era, in termini assolutamente naturalistici, il rischio invece cresce». Perché? «Perché cresce l’attività umana sul territorio, cresce la densità di popolazione, cresce l’infrastruttura viaria, i servizi, gli elettrodotti, i gasdotti ecc. Tutte attività che tentano di ingessare il territorio mentre il territorio ha bisogno di un grado di libertà proprio per le dinamiche della terra». Secondo lei quale può essere la soluzione per la difesa del suolo e per evitare il ripetersi di avvenimenti luttuosi?

«A mio modesto avviso, la prima è quella di una corretta prevenzione. I geologi conoscono i siti dov’è questa pericolosità da frana ma il concetto si può trasferire anche alla pericolosità sismica e quindi questi siti sono noti. Sono mappati. Bisogna aggiornarli. Questo è evidente, e questo è compito delle varie istituzioni che devono aggiornare con continuità queste mappe».

E i fondi?

«Non ci sono soldi per la difesa del suolo».

E allora come si fa?

 «Questo è il punto. Noi siamo in grado di fare un ulteriore lavoro come geologi. Che è quello della graduazione della pericolosità. Ossia siamo in grado di individuare sul territorio, di definire il grado di pericolosità da un grado altissimo a un grado elevato, a un grado medio a un grado molto basso. Questo consentirebbe di indirizzare le risorse economiche nelle situazioni a più elevato rischio».

E in questo momento, secondo lei,  qual’è il territorio più a rischio?

<p>costiera amalfitana (SA) - frana sul ristorante</p>

costiera amalfitana (SA) - frana sul ristorante

«I territori in questo momento più a rischio si contano a migliaia e sono noti a tutti. Non è un solo territorio. Sono equamente distribuiti in tutte le regioni d’Italia. Si va dalla Valle d’Aosta alla Sicilia.  Insomma, i fatti di questi ultimi dieci, dodici mesi indicano chiaramente che non c’è zona in Italia che non abbia aree ad elevato rischio idrogeologico». Alla luce dei fatti, però, è il territorio campano a mostrare maggiore fragilità ma, si lamentano i geologi del posto, “conosciuta solo per le mappe del rischio delle Autorità di Bacino, visto che, ben 210 comuni su 551 (circa il 40%) erano già stati classificati da “trasferire e/o consolidare” ai sensi del Regio Decreto 445 del 1908”. E in particolare, per il suo alto rischio idrogeologico, per l’intera Costiera Amalfitana, patrimonio dell’Unesco, è stata dichiarata l’emergenza ambientale europea. Questo però non è servito a salvare la vita di Carmine Abate, quando, il due gennaio scorso una roccia di 12 metri per 11 ha sventrato un ristorante sulla Costiera Amalfitana, uccidendo lo chef.

P.S. L’argomento frane verrà ripreso e approfondito venerdì prossimo dopo la decisione presa dal Governo in merito alla frana di Montaguto. Ambient&Ambienti pubblicherà anche l’intero contributo del dottor De Paola.

La foto di copertina è dell’archivio del quotidiano Alto Adige

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