Mondiali di calcio: più di seimila operai morti nei cantieri in Qatar

La nazionale tedesca in occasione del match Germania - Islanda (Getty Images)

L’inchiesta di Amnesty International ha portato alla luce un quadro di schiavitù

 

Tutto iniziò nel 2010: Joseph Blatter, l’allora presidente della FIFA, assegnò i mondiali di calcio 2022 al Qatar. Cinque anni dopo, il mandato di Blatter finì a causa delle inchieste di corruzione che gravavano sulla Federazione. Oggi, Blatter racconta che la scelta del Qatar fu un errore: la votazione tra i membri dell’esecutivo FIFA sarebbe infatti avvenuto in un clima altamente corruttivo, e sarebbe stata “depistata”. A quanto sostiene lui, infatti, i piani originali erano di assegnare la tornata del 2022 agli Stati Uniti.

Qualche giorno prima le sue dichiarazioni, dall’altra parte del mondo Mihir Vasavda, giornalista del quotidiano indiano Indian Express, ricostruiva le storie di nove operai morti in Qatar durante i lavori delle infrastrutture ospitanti i Mondiali, all’avvio il 20 novembre. Per farlo si è messo sulle tracce dei familiari delle vittime e, ascoltandoli, ha trovato delle similitudini nelle loro storie.

Lo stadio Al Bayt (Visit Qatar)

Ad esempio, nessuno di loro ha ricevuto dei risarcimenti per i tragici accadimenti. Qualcuno di loro è semplicemente “collassato”, come Mohammed Suman Miah che, sei anni fa, ebbe un malore  dopo aver lavorato per ore alla temperatura di 38°, nel tunnel dello stadio di Al Bayt, lo stesso dove Qatar ed Ecuador daranno avvio alla gara con il primo calcio d’inizio.

Amnesty International: “Responsabilità della FIFA”

Ma i morti su cui ha investigato Vasavda sono, pare, una goccia nell’oceano. Si stima che ad aver perso la vita siano stati in 6.500 lavoratori, provenienti soprattutto da India, Bangladesh, Sri Lanka e Nepal. Il Qatar, che conta poco più di 3 milioni di persone, ha infatti assoldato molta forza lavoro dall’estero, tuttavia riducendo gli operai in condizioni di schiavitù. A denunciarlo sono giornalisti ed associazioni, in particolare Amnesty International: “Quando la FIFA ha deciso di far svolgere – si legge sul sito – le gare della Coppa del Mondo in Qatar sapeva, o avrebbe dovuto sapere, dei rischi intrinseci nell’ospitare il torneo lì, a causa della forte dipendenza del paese dai lavoratori migranti e del grave sfruttamento che essi devono affrontare”.

“La FIFA – continua il testo – ha la chiara responsabilità di agire quando i lavoratori dei progetti connessi allo svolgimento della Coppa del Mondo sono a rischio di sfruttamento sul lavoro e deve usare la sua influenza per sollecitare il Qatar a proteggere adeguatamente tutti i lavoratori migranti. Sebbene siano stati compiuti progressi sui diritti dei lavoratori, gli abusi in corso mostrano che Qatar e FIFA devono fare molto di più affinché la Coppa del Mondo lasci un’eredità positiva”.

Il Guardian ha contato una media di 12 lavoratori migranti morti ogni settimana dal dicembre 2010, citando fonti governative. Lo raccontano i dati raccolti da cinque nazioni dell’Asia meridionale su citate, senza contare i numeri raccolti dall’ambasciata pakistana in Qatar (824 lavoratori morti tra il 2010 e il 2020). Il numero potrebbe essere ancora più alto, perché non include i decessi degli operai provenienti da paesi come Filippine e Kenya. Amnesty ha chiesto alla FIFA di istituire un fondo per risarcire i parenti delle vittime, dal valore di 420 milioni di euro (cioè il montepremi della Coppa del Mondo). L’appello (sottoscritto da Galles, Inghilterra, Francia, Germania, Olanda, Belgio Norvegia e Australia) non è stato accolto dalla Federazione.

E mentre la gente moriva, il Qatar innalzava sette stadi, un nuovo aeroporto, strade, hotel, e una città completamente nuova.

I Mondiali tra diritti e ‘sportwashing’

Ma quella dei lavoratori migranti non è l’unica questione al centro delle polemiche. Ci sono anche i diritti, in particolare quelli di donne e LGBTQ+, che in Qatar non vengono rispettati.

La nazionale tedesca in occasione del match Germania – Islanda (Getty Images)

Squadre, associazioni e aziende hanno messo in campo diverse iniziative: la nazionale tedesca, ad esempio, lo scorso anno nel match contro l’Islanda ha esibito le maglie con la scritta “Human Rights”, in protesta contro il Qatar. Sulla stessa scia la Danimarca aveva scelto per la competizione una maglia di denuncia, senza sponsor, con la scritta “Human Rights for All“. La FIFA ha però fatto divieto del suo utilizzo alla squadra: la nazionale ha semplicemente chinato il capo e accettato la decisione, esprimendo rammarico. Nel frattempo, l’ambasciatore dei Mondiali dell’emirato Khalid Salman, in diretta tv sosteneva che l’omosessualità è una malattia mentale. In Qatar l’omosessualità può costare fino a sette anni di prigione. 

Tra critiche e proteste, alla fine, i Mondiali si faranno, saranno seguiti da milioni di persone in tutto il mondo, gli sponsor fattureranno, così come il Qatar (e quei soldi non finiranno nelle tasche delle famiglie delle vittime). Dopo il pinkwashing, il rainbowashing e il greenwashing, assistiamo alla nascita di un nuovo fenomeno: lo sportwashing (inserita dal dizionario Collins nelle “parole dell’anno”). Eppure, a pensarci bene, anche lo sportwashing ha una storia lunga, forse ancora di più degli altri fenomeni su descritti. E il motivo è sempre lo stesso: si continua a credere giusto separare politica e sport, quando invece vanno fortemente a braccetto visti gli interessi economici in gioco.

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Perché l’unico modo per protestare davvero, in fondo, è astenersi. In questo senso, il mondo del tennis offre degli esempi: come quello di John McRoe, che nel 1980 rifiutò di giocare in Sudafrica, in pieno apartheid. “Sono orgoglioso  – ha detto a distanza di anni – di aver preso quella decisione. Pensai che se mi offrivano tutti quei soldi c’era una ragione: voleva usarmi per i loro fini propagandistici. All’epoca avevo solo 21 anni, ma questo l’avevo capito, e non volevo essere la pedina di nessuno. Ne vado fiero. Non fu una scelta difficile, e la reputo una delle decisioni migliori di tutta la mia carriera”.

Ci fu poi anche l’esempio di Roger Federer, che nel 2018 rifiutò di giocare in Arabia Saudita (tra i paesi più colpevoli di sportwashing). Federer rifiutò un compenso di un milione di dollari da parte del governo saudita, all’epoca in balia del clamore suscitato dall’omicidio di Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita della Turchia.

Lo sportwashing non serve a niente, se non a rafforzare le posizioni di potere di chi opera incurante dei diritti umani. È una fortuna, in fondo, che l’Italia non si sia qualificata ai Mondiali.

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