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Mobilità sostenibile: ma piace davvero?

Dichiarazione d’intenti piuttosto che adozione di una seria green travel policy. A questa conclusione è giunta la ricerca realizzata da Cisalpina Research, il centro studi creato da Cisalpina Tours per analizzare ed eventualmente ridisegnare il mercato italiano dei viaggi d’affari. La mobilità sostenibile è ancora un valore d’elite piuttosto che un tratto distintivo della cultura della quotidianità; una preoccupazione che riguarda forse l’ambito del turismo responsabile, ma che stenta a divenire un comportamento abituale che caratterizza chi vive il viaggio come ordinario elemento del proprio lavoro. È quanto emerge da uno studio di settore, sostenuto da una metodologia rigorosa, che ha coinvolto in oltre 2500 aziende i travel manager, i responsabili acquisti e quanti hanno il compito di dirigere e organizzare le risorse umane in organizzazioni italiane di vari settori e dimensioni. La serietà della rilevazione è peraltro comprovata dal contributo offerto da LifeGate, advisor e network di riferimento in Italia sulla sostenibilità, che ha distribuito il questionario alle aziende della propria rete. L’analisi dei dati fa trasparire una parziale disponibilità sul tema della mobilità sostenibile, anche in ragione dell’ampiezza del fenomeno; ma anche il sospetto che l’attenzione ambientale costituisce al massimo una sorta di valore aggiunto per la credibilità delle proposte aziendali e non un elemento che concretamente ne definisce la qualità complessiva e incide significativamente sull’organizzazione dei viaggi.

Solo il 14% degli intervistati è disposto a mettere in gioco risorse finanziarie e culturali per favorire un minore impatto ambientale nei viaggi di affari

Abitudini e comportamenti – Ad impedire cambiamenti più decisi interviene, da un lato, la difficoltà di motivare un cambiamento nelle abitudini e nei comportamenti di chi va in trasferta, suggerendo che una minore comodità o rapidità degli spostamenti possa compromettere il livello del rendimento professionale; dall’altro si teme che scelte diverse possano innalzare i costi di un viaggio d’affari e rendere ancora più critica la possibilità di reggere il mercato e le sue regole concorrenziali. È sicuramente minoritaria (solo il 14%) la posizione di quanti sono disponibili a mettere in gioco risorse finanziarie e credibilità culturale per favorire e garantire un minore impatto ambientale della propria mobilità; ma le innovazioni a cui si è pronti sono, in definitiva, alquanto settoriali e non mettono in discussione la filosofia ambientale della singola azienda.

L’offerta di comportamenti virtuosi non è ampiamente riconosciuta a livello sociale (nella foto, il rifornimento di un'auto elettrica)

Dall’indagine emerge, peraltro, che alle dichiarazioni di principio spesso non corrisponde un’azione di monitoraggio dei comportamenti in atto, evidentemente anche a causa di carenze legislative specifiche. Perfino sul piano conoscitivo questo argomento appare scarsamente recepito. La ricerca evidenzia dunque che la riflessione sui temi ambientali non è ancora accolta, nella cultura corrente di impresa, come un fattore di potenziale crescita economica e neppure di risparmio finanziario: essa continua ad essere rappresentata come un costo piuttosto che un investimento capace di migliorare le performances delle singole aziende e il rapporto con i loro clienti; questi ultimi, peraltro, non pretendono verifiche puntuali sulle capacità e competenze nella costruzione di una efficace green travel policy. La domanda di mobilità sostenibile è ancora troppo debole per determinare innovazioni significative, mentre l’offerta di comportamenti virtuosi non è ampiamente riconosciuta a livello sociale. A chi tocca fare il primo passo per fuoriuscire dalle tradizionali logiche di mercato e osare coraggiosamente nuovi confronti culturali?

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