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Mobilità ciclistica: il casco farebbe peggio

Casco obbligatorio per tutti i ciclisti? Un’idea «a dir poco bizzarra» quella di Fulvio Scaparro, psicoterapeuta milanese, secondo il responsabile sicurezza FIAB, Edoardo Galatola, che replica in una missiva al servizio dedicato dal Corriere della Sera (clicca per visualizzarlo). «Con riferimento al paginone dedicato ieri dal suo giornale (pag. 29) – è riportato nella lettere indirizzata al direttore – chiedo che fosse consentito alla FIAB, la Federazione Italiana Amici della Bicicletta attiva nel nostro Paese da ben 22 anni con 15.000 iscritti e 130 associazioni sul territorio, di poter esplicitare a vantaggio dei lettori, il suo punto di vista sulla questione». La FIAB contesta quel luogo comune secondo il quale «i ciclisti sono insicuri e quindi devono essere difesi dal mondo esterno e messi in una campana di vetro prima di pensare a qualsiasi azione che ne aumenti il numero». Secondo la federazione, invece, l’arte si impara sul campo: solo l’aumento dei ciclisti sulle strade può favorire la mobilità. «Jacobbsen (Inj Prev 2003), ha calcolato che raddoppiando i ciclisti il rischio per km si riduce del 34% mentre se questi si dimezzano il rischio aumenta del 52% – spiega Galatola -. Gli effetti dell’aumento di ciclabilità sono tangibili: Berlino, Copenhagen, Londra, Parigi hanno tassi di mortalità per abitante che sono un terzo di quelli delle nostre città». Il casco obbligatorio appare, perciò, come deterrente all’uso delle due ruote come mezzo di trasporto a pieno titolo: «Nei pochi paesi dove è stato introdotto – aggiunge l’esperto – ha ridotto il numero dei ciclisti (aumentando il rischio) senza incidere sugli effetti». Inoltre i caschi in commercio sono costruiti solo per proteggere da cadute a bassa velocità, che rappresentano solo l’8% degli incidenti gravi. Non è un caso che tutte le associazioni europee per la diffusione della bicicletta aderenti all’European Cyclists’ Federation sono contrarie all’obbligo di indossare il casco.

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