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Miracolo cajù

Il destino di essere il primo ce l’ha già nel nome di battesimo: Mamasamba, che nella lingua della sua etnia Fula significa “il primo figlio maschio”. E di primati, Mamasamba Baldè se ne intende. Con un’altra manciata di uomini, ha costruito nel sud della Guinea Bissau quello che nell’ambiente definiscono un “miracolo”. L’unica fabbrica che non solo produce e raccoglie il cajù (il nostro anacardo), principale fonte di commercio per il popolo guineense, ma lo lavora e lo trasforma, servendosi di un impianto fotovoltaico. Un modello sostenibile, in mezzo alla foresta e il nome della località che ospita la fabbrica è una garanzia: San Francisco da Floresta. Per arrivarci, si taglia la vegetazione e si percorrono sentieri improvvisati, di fortuna, ricavati tra gli alberi. 

Il cajù è la principale fonte di commercio per la Guinea Bissau

Il miracolo –Oltre al personale fisso che resta operativo per tutto l’anno, nei mesi dedicati alla raccolta del cajù la fabbrica arriva a dare lavoro a 200 persone. Artefici del “miracolo”, Mamasamba e Vittorio Bicego, un missionario veneto che all’inizio degli anni ’80 si trasferì quasi casualmente in Guinea Bissau, salvo poi innamorarsi di quella terra e restarci; e a oltre vent’anni dalla sua morte, qui la sua figura resta indelebile. Con lui, la gente del posto ha realizzato questa azienda agricola, affidata agli abitanti del luogo riuniti in cooperativa, con la savana che lascia spazio alla coltivazione di riso, arachidi, caju, manghi, ananas, banane e altri frutti tropicali. E con Vittorio, concordano di fornire ai giovani collaboratori un’adeguata formazione professionale, con tirocini di specializzazione in Italia.

Un angolo di San Francisco da Floresta, dove sorge la fabbrica che trasforma il cajù

Mamasamba è uno dei “cervelli” emigrati e poi rientrati, che ora dirige una fabbrica modello capace di produrre, raccogliere e confezionare fino a tenta qualità differenti di cajù. il problema del paese è che per l’assenza di una rete di energia elettrica ben sviluppata – solo il 18% di rete in tutta la Guinea, concentrata principalmente nella capitale – è costretto a vendere il cajù grezzo, destinato a impresari indiani e brasiliani che poi riescono a smerciarlo dopo la trasformazione. Un duopolio che Mamasamba sta cercando di interrompere. «Abbiamo contatti con il Ctm – altro mercato italiano, spiega – e dopo un’attenta valutazione, il nostro prodotto è risultato migliore a livello qualitativo rispetto a quello indiano, perché naturale, senza l’aggiunta di ulteriori prodotti. E dal Ctm – aggiunge – ci hanno chiesto di poter ricevere ogni anno tre container, ma al momento le forze non ci permettono di arrivare a una quantità così elevata».

Mamasamba Baldè mostra un angolo della piantagione da cui si ricava il cajù (il nostro anacardo)

Niente rassegnazione – In più ci sono i problemi legati ai trasporti – anche otto ore di viaggio per raggiungere Bissau, su strade dissestate e impraticabili nella stagione delle piogge – che di fatto tagliano fuori il Sud del Paese. «Non è che il governo non abbia le capacità o la forza di aiutare e realizzare una industria come la nostra o anche più grande – ammette Mamasamba – ma la questione è che la Guinea non punta sull’agricoltura. Il governo preferisce aspettare i regali dell’Europa piuttosto che investire e io resto convinto che per quanto è ricca questa terra, se lo Stato puntasse sull’agricoltura, si risolverebbero molti problemi».

Il “miracolo” però, si sta per allargare e lo sconforto per i problemi non fa rima con rassegnazione. «Stiamo pensando di allargare i nostri terreni – spiega – e di poter produrre ancora più cajù per dare più posti di lavoro». Del resto, visto l’aumento delle persone impiegate e della popolazione residente in zona (i lavoratori normalmente si trasferiscono vicino al posto di lavoro con tutta la famiglia), accanto al progressivo ampliamento dell’azienda, si è resa indispensabile la riapertura della piccola scuola del villaggio e l’apertura di un piccolo ambulatorio medico. San Francisco da Floresta non è più savana. È un “miracolo”. (foto Edgardo Tufo)

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