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Migrazioni ambientali e climate change

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Non è possibile separare i problemi ambientali da quelli sociali, ed è fondamentale elaborare una strategia educativa che spieghi ai ragazzi questi problemi, perché questi crescano pensando che trovare una soluzione è possibile. Tale è l’obiettivo del progetto SAME World, co-finanziato con il sostegno della Commissione Europea, impegnato affinché la scuola faccia proprie le sfide poste dal cambiamento climatico e dalle migrazioni ambientali.

Irene Fisco, progetto SAME World

Migrazioni di massa, cambiamenti climatici, comunità in rivolta contro l’accaparramento di terre o contro la costruzione di un nuovo oleodotto: c’è un filo rosso che lega questi temi in apparenza distanti, ed è la capacità della società di distribuire in modo equo vantaggi e svantaggi del proprio modello di sviluppo.

Migrazioni ambientali e ingiustizie sociali

Se il movimento per la giustizia ambientale si interroga da decenni sulle connessioni tra ingiustizia sociale e ambientale, cercando di dare voce alle rivendicazioni dei più vulnerabili, in Europa e in particolare in Italia le sue istanze sono ancora poco conosciute.  Un enorme sforzo di dare risalto a questi temi è venuto dal progetto Ejolt e dal suo Atlante per la Giustizia Ambientale. Ancora poco, tuttavia, si è fatto per portare questi argomenti nel mondo della scuola, per fornire ad insegnanti ed educatori, e perché no, anche ai genitori,  strumenti per affrontare temi così complessi con ragazze e ragazzi.

Il progetto SAME World – Sustainability, Awareness, Mobilization, Environment, ha questa ambizione: fare da stimolo perché il mondo della scuola, anche al livello delle istituzioni educative, possa fare proprie le sfide poste da cambiamento climatico, migrazioni ambientali e ingiustizia ambientale.

Il progetto SAME World

Una sfida nella sfida è la dimensione del progetto, che coinvolge 13 organizzazioni (tra associazioni, ong e università) in 10 Paesi Europei, usando gli strumenti più classici dell’educazione alla cittadinanza globale, come i laboratori in classe e le attività educative all’aperto, e quelli offerti dalle tecnologie digitali: una piattaforma multimediale per insegnanti ed educatori contenente un kit didattico, lezioni online da abbinare a incontri in presenza (secondo la formula del corso “blended” ovvero misto), un gioco di ruolo online e un osservatorio dell’ingiustizia ambientale rivolto ai giovani, e uno spettacolo teatrale, “In alto mare – Deep Water”, per la regia di Valentina Di Odoardo, tradotto e adattato in 4 Paesi.

Il “framework” della giustizia ambientale permette di affrontare insieme diversi tra gli obiettivi dello sviluppo sostenibile: lotta alla povertà, azione contro il cambiamento climatico, salute, produzione e consumo sostenibile, riduzione delle diseguaglianze.

Il punto di partenza del progetto è infatti che la distruzione ambientale produce impoverimento e diseguaglianze, e viceversa. Non è possibile (non lo è mai stato ma ora è ancora più evidente) separare i problemi sociali da quelli ambientali, come non è possibile separare la questione migratoria dalle cause ambientali e sociali che la generano.

Il progetto SAME World è coordinato dal Cies Onlus, che da oltre trent’anni affronta problemi globali, dall’apartheid degli anni  ’80 alla crescente xenofobia a cui assistiamo oggi. E’ proprio questo clima di ostilità e chiusura – quando non di aperta ostilità e violenza – che rende tanto più urgente diffondere informazioni chiare e complete – quindi anche complesse- sulle cause profonde della migrazione e su come siano strettamente legate al nostro modello di sviluppo.

L’estratto che segue è contenuto nel kit didattico del progetto SAME, e mette a fuoco questo legame  da punto di vista della giustizia ambientale.

Tratto dall’unità 11.2 dell’edu-kit del progetto SAME World, a cura di Lucia Carbonari e Irene Fisco:

Negli ultimi anni l’ambiente come elemento propulsore della migrazione ha sollecitato studi e dibattiti a livello internazionale attorno alle definizioni, ai dati, alle situazioni e alle politiche riguardanti i migranti ambientali.

Migrazioni ambientali
Credits, Flickr, Autor: Climatalk

Queste analisi hanno dimostrato che il fattore ambientale è spesso alla base di tutti gli altri. Ciò si può capire meglio riprendendo le due principali categorie di migrazione ambientale descritte da questi studi: da una parte, quelle provocate da eventi rapidi e improvvisi; dall’altra le migrazioni ambientali causate da processi lenti e graduali.

I dati che riguardano il primo tipo di migrazione ambientale sono facili da trovare, anche se resta difficile fare previsioni attendibili. La seconda categoria è più difficile da definire perché le sue cause sono spesso graduali e silenziose. Tuttavia, le conseguenze del cambiamento climatico  sulle condizioni di vita delle persone sono altrettanto radicali delle conseguenze provocate dai disastri naturali.

Alcune zone del mondo rappresentano dei punti caldi” (climate change hot spots) in cui il cambiamento climatico in corso tende ad accelerare le condizioni di degrado ambientale.

Un caso emblematico: i Paesi a sud del Mediterraneo

Un esempio chiarificatore viene da uno studio recentemente pubblicato sul Global Environmental Journal, e che riguarda la situazione nei Paesi a sud del Mediterraneo. A causa dei cambiamenti climatici globali,  in questi territori si registrano da decenni scarsità di piogge e temperature sempre più in aumento, e le previsioni confermano il  mantenimento di questa tendenza. Tutto ciò ha un forte impatto sull’agricoltura della regione: sulle risorse idriche e sui mezzi di irrigazione, sulla fertilità della terra e quindi sulle condizioni di produzione del grano e di altri beni di sussistenza; su malattie e pestilenze agricole. A catena, gli effetti sull’agricoltura e sull’economia rurale si ripercuotono nel più ampio sistema economico e sociale.

Mentre le condizioni di produzione dei beni primari si fanno più svantaggiose, la popolazione mondiale aumenta, facendo crescere anche la domanda di quei beni. Anche i prezzi aumentano di conseguenza, sorge un problema di “sicurezza alimentare”, e spesso, ne consegue l’instabilità politica.

Ne è un esempio l’Egitto: per far fronte alla propria richiesta interna, è diventato il più grande importatore di grano del mondo; più del 50% del suo fabbisogno di grano dipende dalle importazioni.  Questo livello di dipendenza rende il Paese estremamente vulnerabile agli sbalzi dei prezzi internazionali dei prodotti agricoli (n.b. i cereali sono sempre più richiesti perché utilizzati per produrre biocarburanti e come mangimi per gli animali) rischiando un aumento continuo della povertà locale.

Questo esempio illustra condizioni tipiche che spingono le persone a migrare: come possiamo distinguere i fattori ambientali da quelli sociali e politici?

migrazioni ambientali
Le cause della migrazione e l’influenza del cambiamento ambientale. Fonte: CIES Onlus
Distinguere le cause

Fornire numeri e statistiche rispetto alle migrazioni ambientali rimane compito molto arduo e metodologicamente una vera sfida proprio perché è difficile estrapolare la sola causa ambientale come unico elemento scatenante la scelta di migrare. Quello che davvero serve è un cambiamento di prospettiva.

Le migrazioni ambientali possono essere considerate una forma di adattamento al cambiamento climatico, ma la loro stessa esistenza implica una questione di profonda ingiustizia: i primi 20 Paesi più gravemente colpiti dagli sconvolgimenti climatici sono responsabili di solo l’1% delle emissioni totali di gas, e il 99% dei disastri naturali causati dai cambiamenti climatici avviene nei Paesi del Sud Globale.

Il numero di coloro che sono costretti a partire a causa di processi connessi ai cambiamenti climatici, come abbiamo visto, è quasi impossibile da misurare. Quel che è certo è che ad aver contribuito maggiormente alle emissioni e ai cambiamenti climatici non sono – indubbiamente- coloro che ne stanno pagando il prezzo.

L’autore
Irene Fisco

Irene Fisco è Project manager dell’organizzazione CIES Onlus. Laureatasi in Scienze politiche presso l’Università La Sapienza di Roma, focalizzandosi sulla cooperazione allo sviluppo.

Dal 2008 lavora come project manager e trainer nel Settore Educazione ed Eventi di CIES Onlus, coordinando progetti nazionali ed europei incentrati su cittadinanza globale, migrazioni, educazione sostenibile, consumo responsabile e fair trade.

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