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Michele De Lucchi, l’architetto che progettò la sua barba

Michele De Lucchi scandisce la sua lectio magistralis

Saranno quegli occhi limpidissimi dietro le lenti, sarà quella barba lunga che lo fa assomigliare a un ebreo dal doloroso passato o a Lev Tolstoj o a un intellettuale americano degli anno ’60 o a un clochard o addirittura a un taleban: sarà quella voce lieve e timida, che con noncuranza e semplicità descrive di capolavori del design e dell’architettura: certo è che l’incontro con Michele De Lucchi non si dimentica facilmente. Lo sanno bene i tanti che hanno seguito durante la Fiera del Levante la sua lectio magistralis a introduzione di una tavola rotonda sulla bellezza e hanno visitato la mostra-progetto dell’architetto e designer ferrarese I miei orribili e meravigliosi clienti. Una clientela tutta speciale – i suoi clienti sono il “signor spirito del tempo”, la “signora industria”, il “signor artigianato”, la “signora natura”, la “signora tecnologia” e altri ancora: committenti molto esigenti perchè impongono, spiega De Lucchi, di sperimentare in prima persona soluzioni creative che spingano gli altri a diventare creativi essi stessi.

Michele De Lucchi intervistato da Lucia Schinzano

Tante belle esperienze – Parte da lontano De Lucchi, dalla sua infanzia insieme al fratello gemello e dalla necessità di trovare un segno distintivo ed è la barba, quella barba che – dice – «è il mio primo progetto, perché tutti in fondo siamo progettisti di noi stessi». Poi le esperienze a Firenze dove studia architettura, entra in contatto con gli esponenti dell’architettura radicale e fa proprio il credo dell’arte concettuale: partecipare alla costruzione del mondo attraverso la propria creatività e rendere creativi gli altri. Lì conosce uno dei suoi più affezionati clienti: lo spirito del tempo. « Il tempo nel suo passare – dice – è il più grande artista di tutti i tempi ed è il più grande cliente». E da questo cliente De Lucchi apprende il vero spirito dell’avanguardia: guardare oltre e di sentire quale sarà la contemporaneità di domani, concetto che applicherà più in là al design. Dopo Firenze (dove ha inizio l’affettuosissimo rapporto, quasi filiale, confessa, con Ettore Sottsass) la grande stagione della collaborazione con Memphis, «con loro ho girato il mondo e ho fatto esperienze bellissime nel campo dell’arte, della moda, della progettazione», spiega riconoscente e quella del rapporto con case di elettrodomestici come Philips e Girmi, per la quale progetta improbabili e coloratissimi elettrodomestici che non entreranno mai in commercio. È il periodo in cui gli artisti radicali diventano prima designer poi architetti , in cui si punta a « dare valore agli oggetti, perché comunicano, raccontano delle storie». Quindi il grande incontro con la Olivetti, dove è responsabile del design. «C’è una grande differenza tra il designer, inteso come progettista per l’industria e l’artista: l’artista lavora per se stesso, il designer per gli altri. E se nell’antichità compito dell’artista è far vedere la bellezza della natura, oggi noi come designer dobbiamo far vedere quante cose belle l’industria può fare. In Olivetti ho sperimentato cosa voglia dire”bellezza sociale”.»

De Lucchi - lampada Tolomeo

La bellezza dall’industria – Le pillole di saggezza De Lucchi le sparge a piene mani con una semplicità disarmante; la stessa semplicità con cui fa passare un concetto duro da digerire: quello della libertà creativa che solo il lavoro per l’industria può offrire. A De Lucchi piace progettare lampade. Tutti ricordiamo la lampada “Tolomeo”, progettata per Artemide, ancor oggi un must del design. Ma il nostro non si ferma al facile successo e va oltre. «Disegnare lampade – spiega – è bellissimo perchè la lampada non è solo un prodotto di arredamento o tecnologico ma è un “sentire” lo stile di vita di oggi, specialmente ora che le tantissime sorgenti luminose permettono infinite possibilità creative». Entra così in campo un altro concetto cui de Lucchi tiene molto: «Bisogna ragionare su emotività e razionalità e renderle complementari». Cosa che viene espressa con evidente lucidità nella progettazione per gli spazi di istituti come la Deutsche bank o Banca Intesa Sanpaolo, dove si confronta con l’esigenza di “non ingombrare” lo spazio. Poi, quasi una folgorazione sulla via di Damasco: De Lucchi lascia la produzione industriale e passa alla “produzione privata” ( che è anche un marchio) , «un controsenso – ammette lui stesso – perchè la produzione implica necessariamente un pubblico». Ma tant’è. Armato di motosega, costruisce modellini in legno, casette, piccoli oggetti prima semplici che poi diventano progetti più complessi. Lo fa nel suo laboratorio ad Angera (Varese), «un angolo mentale dove ci si può raccogliere con se stessi senza l’ansia di dover consegnare qualcosa, di essere efficiente, e dove si può lavorare con le mani. Tutto ci porta a lavorare sempre meno con le mani ed è un male». Nel suo laboratorio (una vecchia azienda avicola fallita per la morte delle galline e lui si definisce l’ultimo pollo sopravvissuto) va a fargli visita una cliente molto esigente, la signora Natura, che esige tutta l’attenzione possibile, perchè, dice De Lucchi, dobbiamo prenderci cura di lei. Quei modellini diventeranno gli edifici ristrutturati del quartiere Rykhe e il palazzo del Ministero degli Interni a Tbilisi, il Palazzo di giustizia e l’hotel Medea a Batumi, fino al futuristico Ponte della pace, tutti edifici in Georgia, Paese dove De Lucchi ha dovuto tradurre in forme architettoniche l’orgoglio nazionale quando non il patriottismo dei georgiani. In quegli edifici la natura dei modellini si è sposata con la tecnologia delle realizzazioni, la bellezza si afferma trionfante nel mondo artificiale.

Per finire, De Lucchi consiglia di non trascurare il cliente più esigente e importante di tutti, ed è la signora Coscienza: «che deve essere limpida e deve dare la massima gratificazione». E mentre dice queste cose, i suoi occhi brillano.

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