Metano, l’emergenza climatica di cui si parla poco 

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Nei prossimi 20 anni il metano emesso oggi intrappolerà 80 volte più calore rispetto a una quantità uguale di CO2. Nostra intervista all’esperta Flavia Sollazzo

 

Si stima che almeno il 25% del riscaldamento globale sia causato dal metano prodotto da azioni umane. Le emissioni provengono soprattutto dall’agricoltura, dal settore energico e dalle industrie dei rifiuti.

Questo potente gas serra ha un potenziale di riscaldamento 80 volte superiore a quello della CO2 nei primi 20 anni di permanenza nell’atmosfera.

Le attività umane contribuiscono significativamente alle emissioni, generando dispersioni superiori di circa il 70% rispetto a quanto mostrano i dati ufficiali e le previsioni parlano di percentuali in aumento che oggi crescono più rapidamente di quanto non abbiano fatto dagli anni ’80 in poi. Solo nel 2021 circa 40 miliardi di metri cubi di gas fossile sono stati sprecati a causa delle perdite nelle infrastrutture produttive o lungo la rete anche solo per scarsa manutenzione. Queste emissioni potrebbe essere ridotte con soluzioni esistenti, la maggior parte delle quali a costo basso o nullo, ma questo significa anche che nei prossimi dieci anni le emissioni di metano causate dall’uomo potrebbero riscaldare il pianeta più della CO? derivante dalla combustione di combustibili fossili.

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Cosa si sta facendo per ridurre le emissioni?

E’ passato poco più di un mese dalla Cop28 eppure i riflettori sulla crisi climatica si sono spenti, travolti da nuovi conflitti e tensioni internazionali. Eppure non ci sarebbe un giorno da perdere nella battaglia per la mitigazione ambientale. 

A Dubai è stato presentato il primo bilancio globale che ha misurato i progressi compiuti verso il conseguimento degli obiettivi climatici stabiliti nel quadro dell’Accordo di Parigi. Il bilancio ha evidenziato la necessità di raggiungere il picco delle emissioni globali di gas a effetto serra entro il 2025 e di procedere verso una riduzione del 43% entro il 2030 e del 60% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019, con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 ºC.

Entro la Cop 30 saranno presentati nuovi piani per il clima per il 2035, che dovrebbero essere allineati al limite di 1,5 ºC sulla base delle migliori conoscenze scientifiche disponibili e dei risultati del bilancio globale 2023.

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Cosa è rimasto di Cop 28?

A mente fredda Ambient&Ambienti ha chiesto di fare un bilancio della Cop 28 a Flavia Sollazzo, senior director Eu Energy Transition di Environmental Defense Fund Europe (EDFE), il braccio europeo di una delle principali organizzazioni no-profit internazionali che a livello mondiale si occupa di trovare soluzioni trasformative ai problemi ambientali più gravi.

  • A che punto siamo?

Questo potrebbe essere un momento di svolta per la transizione energetica globale. L’accordo raggiunto a Dubai mette finalmente in luce l’urgenza di ridurre i combustibili fossili, ma non dispone ancora di mandati esecutivi per una rapida riduzione.

Questo decennio è fondamentale per il nostro clima e tutti i Paesi devono vederlo come un appello ad un’azione rapida e significativa. L’industria energetica deve intensificare i propri sforzi e attuare misure concrete per mantenere gli impegni assunti su base volontaria. Ciò significa anche abbracciare pratiche in linea con gli standard europei sul metano per ridurre gli impatti climatici a breve termine.

  • Il metano è un potente climalterante ma se ne parla ancora troppo poco.
Flavia Sollazzo, senior director Eu Transition Energy Edfe

I governi, l’industria e la società civile devono unire le forze per aumentare sia la trasparenza che la responsabilità sulle emissioni, in particolare per il metano, un killer del clima. Environmental Defense Fund Europe, insieme ad organizzazioni di esperti, lavora in prima linea nella scienza per fornire informazioni pubbliche accurate e dati affidabili sulle emissioni di metano. Attraverso MethaneSAT, un satellite molto sofisticato a cui stiamo lavorando insieme a molti partner e che vogliamo lanciare entro la prima metà di quest’anno, aumenteremo la responsabilità, non lasciando spazio a coloro che emettono emissioni in cui nascondersi e migliorando le nostre possibilità di limitare l’aumento della temperatura globale, prima che la porta finalmente si chiuda.

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  • Qual è, secondo lei, il risultato principale di Cop 28?

E’ difficile trovare accordi politici di quella portata, sono processi lenti ma il fatto che sia stata finalmente menzionata la transizione dal fossile è un risultato. Nel testo del Global Stocktake si fa riferimento alla riduzione delle emissioni di metano entro il 2030. Non c’è un target ma almeno finalmente se ne parla e credo vada visto come una cosa buona e importante perché in questo decennio dobbiamo raggiungere degli obiettivi o vivremo in un ambiente sempre più inospitale.

Sicuramente c’è stato un passo in avanti anche se ovviamente avremmo voluto fosse un impegno molto più stringente ma abbiamo visto quanta contrarietà c’è stata negli anni passati. Aver raggiunto un accordo volontario e averlo messo nero su bianco è un progresso, come aver introdotto un meccanismo di accountability sulle emissioni di metano. Considerato che in passato abbiamo avuto tanti accordi clamorosi che poi si sono dissolti nel niente, sapere che 50 compagnie energetiche hanno aderito alla Oil and Gas Decarbonization Charter credo sia un risultato. Inoltre, d’ora in poi, sarà possibile misurare i progressi perchè sono stati stanziati fondi: oltre 1 miliardo solo per la riduzione delle emissioni di metano.  

  • Dove invece è mancato il coraggio di fare un passo necessario?

Penso che il punto principale sia quello che sostengono le piccole isole: il 2050 non è lontano e bisogna fare quello che serve subito. Finchè mancano target precisi o sanzioni chiare non si creerà quel circolo virtuoso per cui le cose vanno nella direzione richiesta. Un approccio interessante in questo senso lo stanno avendo gli Usa che hanno proposto con l’Inflation Reduction Act una methane fee, una quota crescente da pagare se non si raggiunge un certo livello di intensità emissiva in pratica è un meccanismo per cui emettere oltre una certa soglia costerà di più.  

Le Cop sono importanti ma non dobbiamo pensare che tutto si risolva lì. I cambiamenti sono lenti e collettivi, serve un cambiamento culturale, generale, ovvero c’è bisogno di tutti gli elementi del puzzle per vedere il risultato: dalla decisione politica della Cop al ruolo dell’Ue, al contributo degli Usa ma anche a tutto quello che fanno le industrie: è solo l’insieme che può fare il risultato.

  • Il singolo cittadino come può agire in questo meccanismo da grandi attori?

Informandosi. Ma deve farlo attingendo le informazioni da fonti scientifiche per non lasciarsi polarizzare.

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