Mesotelioma, il male invisibile dell’amianto

L’uso e l’abuso di questo materiale in tutte le attività umane hanno avvelenato gli ambienti di lavoro, dove ognuno di noi trascorre gran parte della vita

 

Torna alla ribalta delle cronache il mesotelioma. Si tratta di un tumore che colpisce le membrane che rivestono gli organi interni. In anatomia questa membrana si chiama appunto mesotelio. È una malattia rara che però colpisce in prevalenza uomini ed è strettamente collegata all’amianto. Le particelle volatili che si staccano dall’asbesto entrano nel corpo e a distanza di anni, anche 50 anni, manifestano tutta la loro nocività. Il mesotelioma è la conseguenza di una esposizione prolungata all’amianto. Quindi è subdolo, invasivo e devastante.

Da alcuni giorni questo tumore è tornato a far paura dopo il caso di Franco Di Mare, il collega della Rai che da inviato ha raccontato la guerra nei Balcani. Di Mare oggi ha il mesotelioma. Ed è stato proprio mentre raccontava gli eventi bellici che è stato esposto alle particelle dell’amianto, disperse nell’aria dopo gli effetti delle bombe che hanno distrutto le città e i fabbricati contenenti amianto.

Mariusz Marian Sodkiewicz, dipendente Rai

Un altro caso di mesotelioma ha colpito un altro dipendente della Rai. Questa volta si tratta di Mariusz Marian Sodkiewicz. L’uomo è deceduto qualche giorno fa a 62 anni. In questo caso, invece, l’esposizione sarebbe avvenuta negli uffici della Rai. Da qui la denuncia nei confronti della televisione di Stato. Alcuni giorni prima della morte, aveva raccontato al quotidiano La Repubblica che facevano i controlli regolari in azienda per monitorare la quantità di fibre di amianto disperse nell’aria.

L’avvocato Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, da tempo impegnato su questa vicenda, lo scorso marzo, in qualità di rappresentante legale della famiglia, aveva presentato una denuncia querela alla Procura della Repubblica di Roma chiedendo nell’atto: «che vengano individuati e giudicati i dirigenti responsabili, per la mancata protezione dei dipendenti esposti all’amianto».

Nel 2010 sarebbe iniziato il piano di bonifica degli impianti, ma tale attività sarebbe avvenuta senza le dovute precauzioni e durante le ore lavorative, esponendo quindi i dipendenti alle polveri di amianto.

Ora serve a ben poco l’intervento dell’amministratore Delegato Roberto Sergio che in audizione in Commissione Vigilanza RAI, avrebbe dichiarato che sul problema amianto aveva inviato una documentazione che attestava che in Viale Mazzini non c’era alcun rischio in questo momento di contaminazioni.

Anche la Rai, quindi, non è immune dall’amianto. Questo materiale ha avuto un grande successo in passato perché costava poco, si reperiva facilmente ed era un ottimo prodotto per il settore edile, vista la sua proprietà principale che è la resistenza al calore. Da quando sono stati scoperti i gravissimi danni che poteva provocare alla salute, causati dalla polvere delle fibre di amianto sbriciolate, lentamente, forse troppo lentamente, sono iniziate le operazioni di bonifica delle strutture, sia pubbliche che private.

Ospedali, caserme, edifici pubblici e privati, persino stazioni ferroviarie sono stati controllati e bonificati. Ma gli effetti delle polveri, come sappiamo, si sono manifestati anche dopo molti anni dall’esposizione prolungata e continuativa.

Tanti i morti che sono sulla coscienza dei costruttori e di chi ha utilizzato questo materiale. Di ogni settore. Tanti operai ma anche tanti militari. Sono tutte vittime del lavoro e dello Stato che non ha saputo tutelare la loro salute.

I continui risarcimenti che i tribunali italiani, e non solo, stanno riconoscendo postumi, servono a ben poco. Le bonifiche non sono ancora terminate, perché l’amianto è stato inserito ovunque e quindi è difficile eliminarlo ora del tutto. Servono risorse, nuove tecniche, la tecnologia e la ricerca per eliminare del tutto l’amianto dagli edifici. Oggi ci sono soluzioni che possono essere utili per rendere innocue le fibre di asbesto. Un imprenditore di Brescia, Giacomo Antonini, ha brevettato una cassaforte in cemento armato dove riporre per 100 anni i rifiuti di amianto in attesa che la tecnologia progredisca, mentre una ricerca del Politecnico di Bari, condotta dal dott. Danilo Spasiano, ricercatore del DICATECh, ha dimostrato che si può degradare il materiale con le bucce d’arancia e con il siero del latte.

Questo avveniva 5 e 6 anni fa. Allora mancava il ponte che avrebbe permesso a queste soluzioni di diventare una risorsa per tutti.

Oggi la realtà è cambiata, perché ci stiamo affidando all’Intelligenza Artificiale per risolvere ogni problema, dal più banale al più complesso, quasi per lavarcene le mani, mentre continuiamo ad avvelenare la nostra vita e l’ambiente cercando nuove soluzioni sempre più articolate, quando basterebbe fare un passo indietro, investire nella ricerca e costruire ponti solidi tra università e mondo del lavoro, tra teoria e pratica.

Ammettere gli errori e cercare in tutti i modi di correggerli concretamente e rapidamente sarebbe già un passo avanti enorme.

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