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Máxima Acuña, la contadina che le canta ai colossi minerari

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Maxima Acuna con suo figlio vicino alla recinzione fatta costruire dalla multinazionale Yanacocha intorno alla sua piccola proprietà

È analfabeta, ma ha riscritto le regole del commercio. Anzi, le ha letteralmente cantate. È salita sul palco, a San Francisco, e quando a metà aprile ha ritirato il Premio Goldman 2016 per l’Ambiente – una sorta di Nobel dell’ecologia -, non si è limitata a un discorso. Ha schiarito la voce e ha cominciato a intonare: Yo soy una jalquenita, que vivo en las cordilleras…. Ha cantato la sua storia, e quella di una intera comunità, che non si è assoggettata alle regole del mercato, scritte per lei da qualcun altro. E da semplice contadina peruviana, è diventata una icona dei diritti.

Máxima Acuña è stata la trionfatrice nella serata dedicata ai riconoscimenti della Fondazione Goldman Environmental, il più importante premio al mondo per gli attivisti ambientali. In abiti tradizionali, indossando tutto l’orgoglio delle sue origini, ha portato l’esperienza di una donna che vive a 4200m, a Tragadero Grande, nelle Ande. E che, assieme alla sua famiglia, non ha accettato di (s)vendere la propria terra. In particolare, quei 24.8 ettari di terreno che hanno guastato i piani della multinazionale Yanacocha (di proprietà della Newmont Mining Corporation, dell’impresa peruviana Buenaventura e della Banca Mondiale), rallentandone il progetto estrattivo targato Conga. Un progetto che intende(va) fare della zona una delle miniere d’oro a cielo aperto più grandi del mondo. Oro, come quello su cui cammina Máxima Acuña e che il colosso minerario vorrebbe estrarre a tutti i costi. Anche a costo di prosciugare i laghi usati per irrigare i campi, per farne una discarica di rifiuti tossici.

A queste condizioni, è troppo difficile trovare un accordo, per Maxima. Fin troppo facile, invece, per Yanacocha: basta pagare. E così la compravendita dei terreni procede, ma si arresta attorno a quei 24.8 ettari di terreno, fondamentali per l’espansione del progetto. Siamo nel 2010, Máxima Acuña dice no. Niente da fare. Il suo appezzamento di terra non è in vendita. Yanacocha non dà troppa importanza, convinta di vincere la causa con cui accusa la donna di aver usurpato il terreno e averlo ‘occupato’ indebitamente. Dopo 4 anni, però, il Tribunale dà ragione a Maxima: assolta.

Tutto finito? Neanche per sogno. Se la battaglia legale è stata vinta da Maxima, ora le armi diventano quelle delle intimidazioni e delle minacce. Alla contadina peruviana distruggono i raccolti, uccidono gli animali e, di fatto, Maxima diventa un ‘ostaggio’, con una serie di recinzioni che obbligano chiunque voglia farle visita ad attendere un lasciapassare della vigilanza. “Prigioniera” per amore dell’ambiente. «Non esco mai senza lasciare qualcuno della mia famiglia in casa, altrimenti vengono a distruggere tutto», ammette. Ma non si arrende.

Ha lasciato qualcuno a presidiare anche quando è andata a San Francisco a ritirare il suo premio. Perché ora Maxima sa di non essere più sola. Vive spiata quotidianamente, tutto il giorno, ma al suo fianco ha organizzazioni in difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty international,  che si sono mobilitate per lei e la sua battaglia. E anche i media di tutto il mondo hanno cominciato a conoscere – e diffondere – la sua storia. In Italia la storia di Maxima è raccontata con bravura da Simona Carnino, nel suo reportage , che ha  vinto con M.A.I.S. Ong uno dei premi di Dev Reporter Network. Lei, intanto, canta: Yo soy una jalquenita, que vivo en las cordilleras…

 

 

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