Marmolada: dalla pericolosità alla gestione del rischio nel triangolo ambiente, uomo, cambi climatici

seracco marmolada
Foto da drone del seracco prima del suo distacco. Le fratture, fisiologiche per la forma, sono state ben messe in evidenza dal drone

Il prof. Giuseppe Spilotro, già docente di rischio idrogeologico all’Università della Basilicata, interviene sulle cause della tragedia sulla Marmolada e su come evitare che si possa ripetere

 

Dopo ogni tragedia sono numerose le domande che ci si pone, la principale: si poteva evitare? Il problema è, come sempre più spesso, culturale, e andrebbe attribuito a un prevalere di determinismo, con richiamo a intermediari tecnologici come l’intelligenza artificiale,  senza tenere in debito conto il contributo dell’esperienza.

Un fenomeno noto

  santorini foto Giuseppe Spilotro
Percezione di massa di assenza di rischio (Red cliffs, Santorini, Greece , foto Giuseppe Spilotro)

La fenomenologia – stiamo parlando della Marmolada – non risulta ben approfondita, stando alle numerose interviste sui media: il caldo in quota è il responsabile principale; viene associato lo scioglimento del ghiaccio, poco le deformazioni termo-correlate, con produzione di fratture, poco o nulla che l’acqua del ghiaccio sciolto, se si infila in fratture anche millimetriche, può trasmettere pressioni enormi, e se dovesse ghiacciare, ancora peggio. Ma la sostanza è molto più semplice: era la prima volta della manifestazione del fenomeno? No. Il fenomeno era noto e l’esperienza di qualcuno permetteva anche di azzardare periodi tipici dell’accadimento. In definitiva, l’area colpita non lo era per la prima volta, e quindi la sua pericolosità in qualche modo era nota.

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La percezione del rischio, la grande assente

Acclarata la pericolosità, nel termine spaziale attraverso quella che si definisce un’analisi di primo livello, il passo per la definizione del rischio è banale e immediato. Ma cosa non ha funzionato quindi nel caso della Marmolada? Semplice: il terzo elemento, la percezione del rischio. Elemento molto complesso da valutare, perché è già difficile capire sotto il profilo puramente istituzionale chi sia o chi siano i soggetti preposti a raccogliere l’informazione, chi il decisore e se esiste connessione forte tra i primi e il secondo. Sembra di ricordare che un prefetto nella notte del terremoto dell’Irpinia dormiva; fu rimosso qualche giorno dopo.

La percezione del rischio e i soggetti demandati a percepirlo ed a decidere si rivela l’anello debole del sistema. Anche perché è a sua volta vulnerabile per la concentrazione sugli stessi soggetti di altri interessi, principalmente economici.

Inoltre, in mancanza molto spesso dell’analisi temporale degli accadimenti (valutazione del tempo di ritorno medio) si ignora sistematicamente la power law, secondo la quale gli eventi, più sono rari più sono intensi, e viceversa: l’intensità attesa è bassa per eventi frequenti, è invece alta per quelli più rari. Se cammini su una strada al piede di un versante con frammenti di roccia piccoli sai cosa ti può facilmente arrivare; se nelle stesse condizioni non vedi niente, salvo grossi innocui massi intorno qua e là, non immagini che il prossimo potrebbe essere di reciproco, tuo e suo, interesse.

(Torre dell’Orso, Melendugno, Lecce, foto Giuseppe Spilotro)
Percezione di massa di assenza di rischio (Torre dell’Orso, Melendugno, Lecce, foto Giuseppe Spilotro)

Se l’oggetto è poi effimero, ghiaccio o massa di terreno dilavabile da acqua o mare, mancandone la percezione, il dubbio di poter divenire parte di un processo di instabilità, può non sfiorare minimamente.

Una soluzione: la mitigazione del rischio

Superato non facilmente il passaggio da rischio a sua percezione, l’area di intervento fondamentale per gli eventi a possibile evoluzione distruttiva, è la mitigazione. Nel caso del disastro della Marmolada, la responsabilità diretta dell’uomo sull’accadimento non si rivela: i cambi climatici e le sofferenze dei ghiacciai sono noti da decenni. La mitigazione del rischio si può operare accelerando i fenomeni di dissesto, o eliminando i soggetti esposti: divieto totale di frequentare certe aree, o divieto condizionato a sistemi di allerta precoce. E qui sarà la Magistratura a cercare di fare chiarezza.

In molti altri casi, la mitigazione si ottiene con un’attività banale di manutenzione dell’ambiente, che si identifica con la prevenzione, obbiettivo n.1 della Protezione Civile. Il bosco, per esempio, cresce ogni anno e la massa organica pronta ad incendiarsi aumenta fin quando un idiota non butta una sigaretta accesa fuori dalla macchina. I soldi per i Canadair si trovano, quelli per manutenere l’ambiente no.

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