“Mal’Aria di città”, da Legambiente nessuna buona notizia sull’inquinamento delle città italiane

Esce il quadro di sintesi annuale sullo stato dell’inquinamento atmosferico delle città italiane capoluogo di provincia, “Mal’Aria di città”: un anno, il 2023 appena trascorso, con qualche luce e molte ombre

 

Il report di Legambiente “Mal’Aria di città” prende in considerazione, come ogni anno, i valori di inquinamento dell’anno 2023 forniti dalle sole centraline ufficiali di monitoraggio poste nelle città italiane capoluogo di provincia. Questi dati sono stati elaborati e confrontati rispetto alla normativa nazionale ed europea in vigore, e interpretati alla luce soprattutto delle più recenti evidenze scientifiche in termini di impatto sulla salute e della conseguente evoluzione normativa europea in tema di qualità dell’aria.

Prima di andare a leggere i risultati di questo report annuale, va detto subito che si sono registrati dei valori complessivamente più bassi rispetto al 2022 per quanto riguarda i principali inquinanti monitorati, quali le polveri sottili (PM10 e PM2.5) e gli ossidi di azoto (NO2), ma i meriti di questo miglioramento registrato sono riconducibili quasi esclusivamente alle favorevoli condizioni metereologiche che hanno caratterizzato i mesi invernali del primo semestre del 2023 e il periodo autunnale dell’anno appena terminato.

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Il 2023 si e’ caratterizzato per la presenza di forti piogge

Diciamo che, per fortuna, il meteo ci ha dato una mano e ha lavorato per preservare i nostri polmoni già abbastanza provati, anche se occorrerebbe non affidarsi sempre al detto “la speranza per i malvestiti è che faccia un buon inverno” e, invece, bisognerebbe rendere ancora più efficaci (e rispettare) le azioni che sono state introdotte dal Governo nazionale, dalle Regioni e dalle amministrazioni comunali nel corso degli anni per fronteggiare questa cronica emergenza che affligge il nostro Paese ogni anno, soprattutto nei mesi invernali.

Va tenuto in considerazione anche la normativa europea in tema di qualità dell’aria:  nell’ambito del Piano d’azione “Zero Pollution” del Green Deal europeo, infatti, la Commissione europea ha fissato l’obiettivo entro il 2030 di ridurre il numero di morti premature causate dal particolato fine (PM2.5, un inquinante atmosferico chiave), di almeno il 55% rispetto ai livelli del 2005.

Su questo tema va detto che, purtroppo, il Governo italiano ha manifestato spesso l’intenzione di voler rimandare il più possibile l’applicazione di limiti più stringenti ed ha provato a inserire deroghe e clausole per poter giustificare i propri ritardi nel raggiungimento degli obiettivi, nonostante in Italia, nel 2021, siano state circa 47mila le morti premature avvenute a causa delle elevate concentrazioni di PM2.5.

I numeri che escono dal rapporto “Mal’Aria di città”

Nel 2023 sono state 18 le città italiane a non rispettare il limite previsto per il PM10 (ossia le particelle di diametro inferiore a 10 micrometri che permangono in atmosfera per un lungo periodo di tempo e sono in grado di penetrare nell’apparato
respiratorio umano) di 35 giorni con una concentrazione media giornaliera superiore a 50 microgrammi per metro cubo (µg/mc).

In testa alla classifica delle città “fuorilegge” secondo la normativa vigente c’è Frosinone (70 giorni di sforamento), Torino (66 giorni), Treviso (63), Mantova, Padova e Venezia con 62. Sopra i 50 giorni anche le tre città venete di Rovigo, Verona e Vicenza con rispettivamente 55,55 e 53 giorni. Seguono Milano con 49, Asti  47, Cremona 46, Lodi 43, Brescia e Monza con 40. Chiudono Alessandria 39, Napoli e Ferrara con 36. Confrontando i dati del 2023 con gli sforamenti registrati negli anni precedenti, si nota come nel 2022 le città fuori legge siano state 29 mentre nel 2021 erano 31. Sembrerebbe dunque che il 2023 sia stato un anno migliore rispetto al passato ma, ci dicono nel rapporto, per capire se c’è un trend di miglioramento o se sia solo stata un’annata “fortunata” per le condizioni meteo favorevoli, è importante analizzare i valori di concentrazione medie annuali dei principali inquinanti (PM10, PM2.5 e NO2 ) per fare delle considerazioni più corrette.

Per il PM2.5 ( è tra gli inquinanti più dannosi per la salute umana: a causa delle sue dimensioni inferiori a 2,5 micrometri, esso è in grado di penetrare in profondità nei polmoni) le situazioni più critiche ed al limite con la normativa vigente si sono registrate a Padova, Vicenza, Treviso e Cremona, Bergamo e Verona. L’NO2 (il biossido di azoto, un gas prevalentemente prodotto dall’ossidazione del monossido di azoto, una delle sostante più inquinanti per l’OMS). L’esposizione eccessiva all’inquinante è dannosa per la salute umana, sia nel breve periodo, causando problemi all’apparato respiratorio e alle mucose, sia nel lungo termine: secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Italia, 11.300 morti sono state attribuite a un’esposizione eccessiva all’NO2 nel 2021, uno tra i numeri più alti in Europa nel 2023 le situazioni peggiori, pur avendo rispettato tutte le città il valore normativo di riferimento di 40 µg/mc, si sono avute a Napoli, Milano, Torino, Palermo e Catania, Roma e Bergamo e infine Como.

Legambiente, a fronte di questi dati e In virtù dei più stringenti valori suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2021 , che ha rivisto a ribasso i limiti per tutelare la salute delle persone per i principali inquinanti atmosferici, e della contestuale revisione della
Direttiva sulla Qualità dell’Aria (DQA) avviata dalla Comunità europea nel corso degli ultimi due anni, invita a cambiare.

Cambiamenti necessari sia per tutelare la salute, ma anche per non farci trovare impreparati dai nuovi limiti che, dal 2030 entreranno in vigore e che ci vedranno maggiormente esposti a procedure di infrazioni nei confronti dell’Unione Europea. Al momento il divario tra i dati che emergono dalle città e le soglie europee sono molto distanti ma, ci tengono a precisare gli autori del rapporto, quello che più preoccupa è che “il processo di riduzione delle concentrazioni è inesistente o comunque troppo lento”.

Quali sono le fonti di emissioni degli inquinanti? Le proposte di Legambiente

Ormai si conoscono. Le fonti principali di inquinamento sono legate al riscaldamento, alle biomasse e ai trasporti per il particolato (PM10 e PM2.5) primario, all’agricoltura e ai trasporti su strada per il secondario, alla combustione dei motori diesel e al traffico in generale per l’NO2, alle industrie per una molteplicità di inquinanti, soprattutto in quelle realtà che vedono aree industriali (che comprendono anche
autostrade, porti ed aeroporti ovviamente) inglobate nel tessuto urbano delle città.

l’azoto è un fattore di rischio in agricoltura

In agricoltura, ad esempio, l’origine dell’inquinamento che esala da campi e stalle risiede nell’azoto: si tratta di un elemento fertilizzante, estremamente utile se usato nelle giuste dosi in rapporto ai fabbisogni delle colture.

Ma quando si usano troppi fertilizzanti, oppure si allevano troppi animali in rapporto al territorio agricolo, l’azoto contenuto nelle sostanze chimiche impiegate e quello degli effluenti d’allevamento risulta eccessivo: se non assorbito dalle piante si trasforma chimicamente, e diventa un inquinante, per le acque (nitrati) e per l’atmosfera (ammoniaca, che è il principale precursore della formazione di particolato secondario).

Legambiente indica alcune proposte soprattutto riferite al “muoversi in sicurezza e libertà nelle città”, “riscaldarsi bene e meglio” e “occuparsi anche delle campagne”, indicando numerose buone pratiche che le Amministrazioni dovrebbero incentivare per cercare di uscire da una situazione critica, come quella di trasformare la città in ZTL ambientali, Low Emission Zone o, addirittura Zero Emission e limitare la circolazione dei veicoli più inquinanti.

Anche se non viene tenuto in conto quello che il botanico Stefano Mancuso indica da tempo come ricetta per cambiare il volto alle città, riducendo l’inquinamento e aiutando il clima: piantare molti alberi.

Meno strade e più alberi: Stefano Mancuso indica la strada per salvarsi dall’emergenza climatica

Polveri sottili e Biossido di azoto nelle città capoluogo di provincia: chi si salva e chi no.

Tra questi dati sono escluse le città della regione Calabria e quelle della Basilicata in quanto le centraline non sono risultate funzionanti nell’anno solare 2023 o hanno avuto parametri non campionabili, così come non sono stati disponibili i dati di N02 per la regione Puglia e così come i dati di polveri sottili e di Biossido di azoto di metà delle città capoluogo della Sardegna. Situazioni che non depongono sicuramente a nostro favore in quanto, ovviamente, occorrerebbe sempre avere centraline funzionanti che possano restituirci che aria stiamo respirando, altrimenti come si può migliorare una situazione che non si conosce?

La città di Aosta, L’Aquila, Teramo, Rieti, Viterbo, Savona, Sassari, Trapani, Belluno, Pistoia (anche se manca il dato di PM2.5) e Enna sono le uniche ad avere dati ottimi, inferiori agli standard della Comunità Europea, a tal punto che non devono nemmeno diminuire la concentrazione attuale, in percentuale, per raggiungere i valori normativi che entreranno in vigore a partire dal 2030. Abbastanza bene anche Carrara, Latina, La Spezia, Ascoli Piceno, Macerata, Verbania, Caltanissetta, Foggia, Grosseto, Siena e Perugia con valori che sforano leggermente. Malissimo le altre città capoluogo con punte particolarmente negative segnalate a Frosinone, Modena, Padova, Torino, Milano, Monza, Bergamo, Napoli.

Il Nord Italia ne esce molto male, Piemonte e Lombardia le regioni più inquinate, seguite da Emilia Romagna e Veneto, meglio si posizionano le regioni del nord che si trovano più a contatto con la natura, come la Valle d’Aosta, la Liguria e il Trentino. Anche in questi casi la Pianura Padana influisce negativamente sul ricambio di aria.

Il Sud sembra respirare meglio (regione Campania a parte), non critiche le situazioni nelle Marche, nel Lazio e in Molise, non benissimo la Puglia con alcune città come Taranto, Lecce, Barletta e Andria che dovrebbero prendere in considerazione questi risultati per provare a modificare le situazioni attuali.

Alla fine della lettura di questo report appare chiaro che un miglioramento sostanziale della qualità dell’aria sia ancora lontano per buona parte delle città italiane e anche che non si può sperare che la situazione climatica possa sempre essere dalla nostra parte.

Se il 2030 fosse già qui, il 69% delle città risulterebbe fuorilegge per il PM10 e per il PM2.5, mentre l’NO2 è l’unico inquinante in calo negli ultimi 5 anni, ma il 50% delle città resterebbe comunque fuori legge, La speranza è che si faccia buon uso dei consigli di Legambiente per migliorare l’inquinamento e ricominciare a respirare a pieni polmoni.

Aria malsana e smog in aumento, il dossier di Legambiente

 

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