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Mafie, una birra per sconfiggerle

“…Dal letame nascono i fior”: con queste parole si chiudeva la struggente Via del Campo di Fabrizio De Andrè. Ed è proprio così: allargando il concetto, da luoghi simbolo di un potere nato dalla violenza delle mafie possono emergere realtà positive. Come il birrificio che sorgerà sulle ceneri di un rudere, un tempo villa del boss del clan barese  di Cosola.

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Ecco come si presenta attualmente la villa a Ceglie del campo sequestrata al boss Di Cosola

E’ uno dei beni confiscati alle mafie e simbolicamente restituito alla città proprio il 19 luglio, anniversario della strage di Via d’Amelio a Palermo, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti della sua scorta. Il gesto simbolico è stato compiuto dal sindaco di Bari Antonio Decaro, insieme alla dott.ssa Francesca La Malfa, presidente della Sezione Penale del Tribunale di Bari, al Procuratore della Repubblica Giuseppe Volpe e ai vertici delle Forze dell’Ordine. Più nello specifico l’edificio in questione è un casale appartenuto al boss Di Cosola in contrada Chiancone, a Ceglie del Campo. Su questo immobile il Comune ha presentato oggi il progetto di riutilizzo a fini sociali candidato ai fondi del Pon legalità 2014-2020.

Il progetto – Nei piani del Comune c’è la realizzazione di una fattoria con micro-birrificio artigianale in grado di ospitare 8 soggetti svantaggiati che verranno formati sulla filiera agricola e re-inseriti attraverso la produzione, l’imbottigliamento e la distribuzione di birra a KM0.

Il complesso si trova in aperta campagna ed è composto da un grande capannone dove è possibile ospitare un impianto di produzione, etichettamento e distribuzione di birra artigianale, nonché da spazi coperti e scoperti per lo stoccaggio, la vendita, la degustazione e l’attività laboratoriale; in più le strutture tali da ospitare 9 camere singole con servizi e gli spazi di relazione comunitaria aperti e coperti sembrano adatti a favorire un’opera di recupero e reinserimento. L’investimento totale previsto è di 1.500.000 euro e comprende le fasi di progettazione, consulenza tecnica, lavori, impianto di produzione, mezzi mobili, materie prime e start-up di gestione. Questo percorso si inserisce nelle attività dell’Agenzia per la lotta non repressiva alla criminalità organizzata in collaborazione con l’assessorato al Patrimonio e all’Edilizia Residenziale Pubblica del Comune di Bari.

Birra perché – L’attività da impiantare dunque, sarà un birrificio anzi, dato il numero di addetti, un microbirrificio: un progetto innovativo e auto-sostenibile di recupero e riutilizzo di un bene confiscato a fini sociali attraverso una produzione, quella della birra artigianale, che conosce in Puglia una stagione di particolare espansione e che è stata recentemente riconosciuta dall’art. 35 del Collegato agricolo approvato lo scorso luglio in Senato. Tale Collegato riconosce e incentiva la birra artigianale italiana e la sua produzione, che registra un significativo incremento di vendite e di esportazioni. Un settore fortemente trainante sul fronte dell’occupazione, soprattutto tra gli under 35, con alcune esperienze innovative e già sperimentate in progetti sociali come nel caso del Carcere di Rebibbia.

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Ed ecco come dovrebbe diventare il casale appartenuto a Di Cosola una volta trasformato in microbirrificio

Una legge e altro – «Nel 1996, quattro anni dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – ha spiegato Decaro – con la Legge 109 (la legge Rognoni Latorre, n.d.r.) fu introdotta la confisca dei beni e il loro riutilizzo sociale per chiunque fosse riconosciuto come mafioso. Questo è stato un momento di svolta per il nostro Paese perché da allora, finalmente, lo Stato può sottrarre ai criminali quello a cui tengono di più: le loro ricchezze. “È meglio finire in galera, meglio essere uccisi che perdere la “roba”, il tesoro che si è riusciti a mettere insieme con una vita di delitti, traffici e intrighi” ha detto Francesco Inzerillo, esponente di uno dei clan più importanti di Palermo, e noi oggi siamo qui per prendere la loro “roba” e riutilizzarla e riempirla di lavoro, di gente onesta e di energie pulite». Già a febbraio il Comune aveva stimato oltre una ventina i beni confiscati alle mafie tra le zone di Carbonara, Ceglie, San Pasquale, Catino e San Pio da destinare ad abitazioni o luoghi di aggregazione sociale.

A breve torneranno operativamente nelle mani del Comune anche due villini confiscati al boss “Savinuccio” Parisi,  nelle vicinanze del quartiere Torre a Mare, che saranno destinati alle famiglie in emergenza abitativa: risultato tangibile di un protocollo firmato nel 2015 dal Comune di Bari con  il direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni confiscati, con la presidente della Sezione Penale del Tribunale di Bari Francesca La Malfa, la Camera di Commercio e l’associazione Libera,  che mirava ad individuare un modello condiviso di lavoro per favorire l’utilizzo immediato dei beni confiscati alle mafie, ridurre i tempi di gestione per poi individuare il possibile riutilizzo di quei beni attraverso una più rapida circolazione delle informazioni utili al riuso.  «Da quando abbiamo cominciato questo lavoro – ha detto Decaro – abbiamo assegnato più di dieci case confiscate alle organizzazioni criminali a famiglie in condizioni emergenza abitativa».

«Una delle grandi intuizioni di Falcone e Borsellino fu proprio quella delle indagini patrimoniali nei confronti della criminalità organizzata, necessarie per seguire il flusso dei proventi delle attività illecite – ha detto la presidente Lamalfa –. Su questo versante vi è un grande impegno dell’autorità giudiziaria barese, che non si limita soltanto al sequestro e alla confisca dei beni alle mafie, ma che si assicura che questi beni vengano restituiti alla collettività, che nel tempo ha dovuto subire l’assoggettamento ai clan criminali. Lo stato di degrado in cui versa attualmente l’immobile, sequestrato nel 2012, rende sempre più attuale la necessità di una modifica legislativa che consenta all’autorità giudiziaria di disporre immediatamente l’assegnazione provvisoria dei beni sequestrati per impedire che gli stessi vengano depredati, costringendo poi gli enti assegnatari, quali il Comune di Bari, a sostenere i costi del restauro. Grazie al protocollo sottoscritto la scorsa estate sarà presto operativo un sito che fornirà la mappa di tutti i beni in sequestro onde consentire agli enti territoriali e a tutti i soggetti interessati di avanzare proposte di riutilizzo sociale. Soltanto grazie alla rete di collaborazione tra tutti gli organi dello Stato la legalità troverà piena attuazione sul nostro territorio, fornendo risposte concrete ai bisogni dei cittadini legati ad esigenze abitative o lavorative».

 

 

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