Input your search keywords and press Enter.

Lotta all’amianto: il diritto incontra la scienza

“A venti anni dalla Legge 27 marzo 1992 n. 257 che vieta l’uso dell’amianto per la costruzione di edifici scolastici, abitativi e commerciali, nulla è cambiato. In Italia il problema è rimasto irrisolto, nell’inerzia di governo e istituzioni”.

L'auletta dei gruppi parlamentari, un momento del convegno

È l’atto di accusa dell’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Associazione Osservatorio Nazionale Amianto, leitmotiv del convegno internazionale che si è tenuto mercoledì 14 novembre, presso l’Auletta dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati a Roma. Tema del seminario “Lotta all’amianto: il diritto incontra la scienza” (clicca qui per visionare il programma e l’elenco completo dei relatori).

Avvocati, magistrati, studiosi e politici si sono incontrati per mettere a confronto ricerca e diritto italiani con studi, leggi, giurisprudenza e soluzioni a livello internazionale. Il dato più sconcertante è che nel nostro Paese la Legge 257 del ’92 prevede un tetto di inquinamento da amianto pari a 100 fibre per litro di aria, quando, invece, è possibile contrarre le patologie asbesto correlate anche se esposti a un inquinamento molto più basso: basterebbe una sola fibra, secondo la teoria della trigger dose – siamo di fronte a una patologia dose-indipendente, una volta innescata la patologia le esposizioni successive sono prive di rilevanza eziologica sul suo sviluppo -. Solo, i tempi di latenza si allungherebbero di molto, anche fino a quarant’anni dopo la prima esposizione. Secondo il professor Morando Soffritti, direttore scientifico dell’istituto Ramazzini di Bologna, quindi, “l’esposizione deve essere portata a zero”.

L’utilizzo dell’amianto è stato a 360°. Nel corso degli anni ’50 – ’60, quelli del boom economico, si trova spruzzato anche dietro gli intonaci degli appartamenti per isolare le stanze; dal 1970 in poi le anche le reti idriche sono state fatte con tubi di cemento-amianto. Quindi, ha spiegato Giancarlo Ugazio, professore emerito di Patologia generale presso l’Università di Torino, le fibre di amianto possono essere ingerite – anche bevendo l’acqua del rubinetto di casa, per esempio – per via gastrointestinale e depositarsi in organi extratoracici come il pancreas; ma rene, prostata e cervello corrono gravi pericoli. Anche le ovaie, ha spiegato poi Ronald Gordon, direttore del Dipartimento di Patologia della Mount Sinai School of Medicine di New York, perché secondo una casistica è dimostrata la relazione tra l’esposizione all’amianto di un coniuge e l’insorgenza del tumore al collo dell’utero e alle ovaie della moglie che è venuta a contatto con le fibre durante un rapporto sessuale.

Gaetano Veneto

Quando si parla di salute e di lavoro, si deve pensare anche all’impegno interdisciplinare di tutte le forze sociali. Dalla ricerca, al lavoro quotidiano, a quello del lavoro sui posti di lavoro; «giuristi, sociologi, direttori di stabilimento, sindacati, spesso lenti e in ritardo rispetto alla storia. Sindacati che per decenni hanno contrattato il diritto alla salute con delle indennità, come se la salute potesse essere indennizzata! ». Così Gaetano Veneto, avvocato giuslavorista, che da studente universitario ha fatto l’operaio all’Italsider «e mi è servito molto perché adesso so bene cosa si può dire della tragedia dell’ILVA di Taranto, che è l’unità di misura di questo convegno, anche». È sotto gli occhi di tutti lo scontro tra mogli che protestano per bambini nati deformi e mariti che reclamano il diritto al lavoro… all’alto forno. «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, salvo sorprese», l’inciso, amaro, del professor Veneto.

Gli anni dal ’50 al ’59, in particolare, sono oggetto di uno studio in corso sul “Rischio di mesotelioma nei cantieri navali di Monfalcone”, dove sono stati varati anche l’incrociatore tutto ponte Garibaldi, nave ammiraglia della flotta italiana e diversi sottomarini.  Dall’indagine risulta che i lavoratori hanno avuto una pesante esposizione all’amianto e, in particolare, che «l’età all’inizio dell’esposizione è molto importante, perché – ha spiegato il professor Claudio Bianchi, anatomopatologo, consulente del Pubblico Ministero – se questa età è molto precoce, per un tumore che richiede un lungo periodo di incubazione, il rischio è maggiore». La maggior parte dei 1400 lavoratori assunti in quegli anni aveva al momento dell’assunzione dai 16 ai 19 anni.

L'onorevole Pippo Gianni del comitato scientifico dell'ONA, a sinistra porge i saluti all'avvocato John Eaves, al centro e al professor Ronald Gordon. A destra l'avvocato Ezio Bonanni

In questi ultimi anni, l’Osservatorio Nazionale Amianto, che ha organizzato il convegno,  si è reso protagonista di indagini difensive a tutto tondo – l’avvocato Bonanni ha conferito il suo mandato all’avvocato John Eaves, intervenuto al convegno, perché dia inizio a procedimenti a carico della Goodyear negli Stati Uniti, dove non c’è una legge che regolamenta l’amianto, ha detto lo stesso Eaves ma sono più avanti di noi in materia di prevenzione, sia nei confronti del governo americano, in relazione all’amianto sulle navi militari donate all’Italia a seguito dell’attuazione del Piano Marshall, dopo la Seconda guerra mondiale  -.

Sulla presenza di amianto nel naviglio militare, non solo della Marina Militare ma anche delle altre Forze dell’Ordine sono stati registrati, ormai, centinaia di casi di patologie asbesto correlate.  E sull’argomento sono stati presentati a vario titolo diversi esposti sia alla Procura della Repubblica di Torino, al dottor Raffaele Guariniello, sia alla Procura della Repubblica di Padova – al seminario è intervenuto il sostituto procuratore Sergio Dini che ha condotto le indagini sia nel primo sia nel secondo processo -.

«Ci costituiremo parte civile per le vittime – ha preannunciato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’ONA – e costituiremo parte civile anche l’associazione e chiameremo lo Stato come responsabile civile. Perché dalla legge del ’43 – la Legge n° 455 del 12 aprile 1943 inserisce l’asbestosi nella tabella delle malattie professionali – risulta evidente che il rischio era conosciuto e quindi lo Stato avrebbe dovuto tutelare queste vittime».

PHOTOGALLERY

[nggallery id=191]

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *