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L’occhio di Google… in fondo al mar

Videata Googlemaps

Sarà difficile poter trovare il granchio Sebastian del film d’animazione della Walt Disney La Sirenetta che canta l’ormai celeberrima canzone “In fondo al mar”, con tutti gli altri pesci che suonano e danzano ma è vero che vedere i fondali marini – seduti in casa propria davanti al computer – non è mai stato così facile. Va avanti ormai da un anno l’interessantissima collaborazione tra Google e la Catlin Seaview Survey, un’iniziativa di ricerca che ha lo scopo di studiare in primis le barriere coralline.

Immagini di fondali marini – Nel giro di un anno sono state raccolte centinaia di migliaia di immagini, vere e proprie panoramiche dei fondali marini in alta definizione, mettendo in primo piano – oltre alle già citate barriere – anche l’enorme e preziosa varietà di flora e fauna oceanica; al progetto sta dando un forte contributo anche l’Università di Queensland, in Australia, per merito di Ove Hoegh-Guldberg e del suo staff, e proprio per questo gli scatti attualmente riguardano la Grande Barriera Corallina australiana (circa 150 chilometri di “scogliera sottomarina” dal 2012), quella dei Caraibi e delle Hawaii e anche presso le coste delle Filippine.

Australia, Grande barriera corallina

Non solo, però, è possibile ammirare le meraviglie del mare: l’occasione è inoltre quella di poter meglio studiare e comprendere – tramite le foto ed i video – l’impatto dei cambiamenti climatici sott’acqua, vedendo quanto l’anidride carbonica ed il global warming influiscono sui coralli, verificando, a onor del vero, un non facile adattamento da parte degli stessi, che sono – per questo – ad alto rischio di decalcificazione, per cui la normale vita in fondo al mare sta lentamente evolvendosi in una sopravvivenza. Su Google Maps è già presente tutto quello di cui si sta parlando – comprese anche le immagini delle attrezzature adoperate – ma l’obiettivo è molto più ambizioso e guarda al di là di questa novità.

Operatore Catlin Seaview Survey

Allargare l’orizzonte alla citizen science – Non solo le università e i centri di ricerca sono, infatti, coinvolti in questa operazione ma quel che si vuol cercare di fare progressivamente è estendere questa piacevole incombenza alla cosiddetta citizen science: su Linx Magazine  questa viene definita “scienza fatta dai cittadini. […] un’attività scientifica in cui scienziati non professionisti partecipano, su base principalmente volontaristica, alla raccolta, all’analisi e all’elaborazione di dati o allo sviluppo di strumenti e tecnologie”. Insomma, è l’idea di coinvolgere più direttamente il singolo individuo nel processo di scoperta e raccolta delle immagini dei fondali marini: lo stesso Hoegh-Guldberg si è mostrato catturato da questa prospettiva, tanto che «chiunque abbia accesso a un computer sarà in grado di aiutarci a registrare creature come razze, tartarughe, pesci e stelle marine corona di spine»; e potrà – seppur attraverso lo schermo del PC – vedere quello che fino a qualche anno fa solo poche persone – i più esperti ed impavidi – potevano vedere.

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