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Lo “scatto” dei ciclisti africani

 

"African Cyclist" è in programma alla galleria "Vincenza" di Grottaglie (TA) fino al 2 settembre

 Nawiga kupiga picha?”. Tradotta in italiano, ha molto meno fascino: “Posso scattare una foto?”. È la domanda alla base della mostra di Antonio Maini, un reportage sulla bicicletta come strumento di promozione umana nell’Africa. E gli scatti di “African cyclist”, che per il grande successo è stata prorogata fino all’8 settembre, sono allestiti nella Galleria “Vincenza” di Grottaglie (orari: 10 – 13 e 17.30 – 20.30, info 320.2777188).

Maini, romano, classe ’85, quella domanda l’ha rivolta a centinaia di persone incontrate nella sua lunga esperienza africana. Fresco di laurea in Lettere, nel 2009 parte per il continente nero. Ci rimane più di nove mesi, attraversando via terra sette Paesi e realizzando alcuni reportage. Durante il viaggio lavora come barista a Moshi, come guida turistica a Zanzibar e collabora con la Cultural Video Foundation di Nairobi. Ma poi, stanco di viaggiare in autobus, decide di cominciare a spostarsi in sella a un’olandesina acquistata a Tanga. È lo “scatto” che trasforma la sua esperienza africana: durante quel tragitto, infatti, ha modo di stabilire un primo contatto con tutti quelli che in Tanzania usano la bicicletta per varie attività: andare a lavoro, trasportare mercanzia o recarsi in chiesa, celebrando l’occasione con il vestito della festa. African cyclist nasce così: colpito dall’importanza che la bicicletta riveste in quei luoghi, Maini decide di documentarne i sui differenti usi.

Nei mesi seguenti viaggia con mezzi pubblici dal nord della Tanzania fino a Cape Town. Dentro una sacca trasporta un telo bianco. In ogni città, paese o villaggio in cui si ferma passa qualche ora sulla strada diventando una “stazione di sosta” lungo il percorso dei ciclisti: con il telo ben poggiato su una parete, o teso fra due alberi cerca di riprodurre un piccolo set fotografico.

Antonio Maini, "Big Mama goes to the church", Mzuzu, Malawi

Decide di immortalare momenti del viaggio, che in realtà assumono la funzione di una piccola enciclopedia sociologica. Perché le immagini di Maini spaziano dalla ciclofficina artigianale (le strade africane sono ricche di insidie per le due ruote) ai modelli dei mezzi improvvisati o più alla moda, dai volti dei lavoratori che trasportano prodotti alimentari e d’artigianato da commercializzare, alla bici usata come taxi per accompagnare turisti e impiegati. Uno spaccato di una realtà che vive attraverso le due ruote e che alla presenza costante di jeep e pick-up come strumento indispensabile per superare le oggettive difficoltà dei trasporti, affianca una scelta “green” ed economicamente più vantaggiosa. La mostra rientra infatti, come evento di promozione e sensibilizzazione nell’ambito del progetto “Dal monte… al mare: bici sharing e ciclo passeggiate alla scoperta del territorio e delle sue tradizioni” Perché il principio guida dell’allestimento è nella risposta “ecologica” degli African cyclist, in una mostra nata tutta da una semplice domanda: “Nawiga kupiga picha?”.

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