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L’isola (ecologica) che non c’è

L’acqua. Un bene più prezioso del petrolio che giustifica le prossime costosissime missioni internazionali sul pianeta Marte per assicurare l’esistenza dell’uomo ancora per qualche secolo. L’acqua, un bene universale ma di cui ci manca la cultura e, per questo motivo, non ci facciamo scrupolo di sprecarla e di farci finire dentro i nostri crimini ambientali.  Solo per assicurarci qualche soldo in più nel portafoglio. È, quindi, l’uomo, il grande nemico di un bene necessario alla sopravvivenza dello stesso; l’inquinamento è l’effetto della sua opera autodistruttiva.

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Uno dei pericoli maggiori, per quanto riguarda l’inquinamento marino, viene dalle petroliere che, incidenti a parte, voluti oppure casuali, sversano in mare aperto tonnellate di liquidi tossici utilizzati per il lavaggio delle cisterne.

<p>nave petroliera in navigazione a pieno carico</p>

nave petroliera in navigazione a pieno carico

Purtroppo, però, il pericolo non viene solo da quei leviatani che si inabissano liberando tonnellate di oro nero che lascia poi la sua traccia indelebile per chilometri e chilometri di mare e coste. Ma, così come le grandi compagnie petrolifere, hanno necessità di smaltire rifiuti speciali, pericolosi, inquinanti anche i piccoli armatori di pescherecci, con l’obbligo di gestire il materiale inquinante nel rispetto della legge. Lo smaltimento dei rifiuti, specie se inquinanti, però, ha costi considerevoli. Motivo per cui si cerca di aggirare l’ostacolo in tutte le maniere. Per esempio, i pescatori di Monopoli, in provincia di Bari ma di stanza nel porto di Brindisi non si sono creati problemi nello sversare gli oli esausti direttamente nelle acque del porto brindisino oppure nei tombini e nelle condotte delle acque bianche della banchina, per finire, poi, ugualmente in mare.

<p>fusto di olio esausto vicino al tombino - dettaglio </p>

fusto di olio esausto vicino al tombino - dettaglio

Ma le macchie d’olio nelle acque del porto e i fusti di metallo lasciati sulla banchina non sono passati inosservati all’occhio attendo dei militari della Guardia di Finanza che con un lavoro certosino durato tre anni, sono riusciti a porre fine allo smaltimento illecito operato dai pescatori. L’operazione “oil drum“, portata a termine dalla Squadra Operativa della Sezione Navale della Guardia di Finanza di Brindisi, al comando del capitano Fabrizio Cavallo si è conclusa con la denuncia a diciassette comandanti e rappresentanti legali di società d’armamento di motopescherecci – per queste persone l’indagine, in realtà, è stata chiusa l’anno scorso e in questi giorni si sta celebrando il processo a loro carico -.

<p>un motoscafo fuoribordo della Guardia di Finanza nel porto di Brindisi - in primo piano i fusti pieni di olio esausto sequestrati</p>

un motoscafo fuoribordo della Guardia di Finanza nel porto di Brindisi - in primo piano i fusti pieni di olio esausto sequestrati

A due rappresentanti legali di società operanti nel settore ambientale, sono stati, invece, elevati verbali amministrativi per un totale di cinquantamila euro. Sequestrati numerosi fusti metallici, olio esausto, batterie esauste e un’isola ecologica. E qui, si apre un altro capitolo, quello relativo alle isole ecologiche, appunto. Innanzitutto che cosa sono le isole ecologiche.

Il Decreto Legislativo 24 giugno 2003, n. 182, ex decreto Ronchi, “ha come obiettivo quello di ridurre gli scarichi in mare, in particolare quelli illeciti, dei rifiuti e dei residui del carico prodotti dalle navi che utilizzano porti situati nel territorio dello Stato, nonché di migliorare la disponibilità e l’utilizzo degli impianti portuali di raccolta per i suddetti rifiuti e residui”. Il 23 novembre 2005 è stato firmato un Protocollo di intesa tra il Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati (COOU), il Consorzio per la raccolta delle batterie al piombo esauste (COBAT) e Italia Navigando Spa.

<p>l'isola ecologica sequestrata a Monopoli</p>

l'isola ecologica sequestrata a Monopoli

 I soggetti firmatari si sono fatti carico della raccolta, nelle isole ecologiche – container o aree riservate – appositamente installati nei porti, di oli, batterie e filtri esausti e di ogni altro genere di rifiuti conferiti dalle imbarcazioni immatricolate nello stesso compartimento – nel nostro caso si tratta di un grosso container costruito non a norma -.  L’olio bruciato e il piombo delle batterie, se eliminati in modo scorretto, possono diventare molto pericolosi per l’ambiente ma, se raccolti nel rispetto delle norme vigenti, possono essere riutilizzati e quindi farci risparmiare sulle importazioni sia di petrolio sia di piombo.  Secondo il decreto, quindi, i rifiuti di Brindisi non andavano trasferiti a Monopoli, come invece è avvenuto – neppure gli automezzi avevano una regolare autorizzazione al trasporto del materiale da smaltire, contravvenendo, anche in questo caso, al decreto legislativo che in materia di ambiente prevede -.

<p>flottiglia di pesherecci agli ormeggi</p>

flottiglia di pescherecci agli ormeggi

Inoltre, gli amministratori dell’isola ecologica di Monopoli non avevano la concessione demaniale per la posizione della stessa, né l’autorizzazione per esercitare la raccolta dei rifiuti e, di conseguenza, neppure i documenti di carico e scarico dei rifiuti pericolosi. Non essendoci un registro, non si aveva neppure la certezza che i fusti fossero mai arrivati a destinazione – gran parte dei rifiuti solidi che, invece, sono stati trasportati a Monopoli, sono stati smaltiti nei cassonetti per la raccolta dei rifiuti urbani -. Gli stessi pescherecci non erano muniti, tra l’altro, del raccordo internazionale, obbligatorio, per lo scarico a terra delle acque oleose di sentina prodotte a bordo. Queste, in realtà, sono state sversate in mare provocandone l’inquinamento. Nei tre anni di indagini, i militari della Guardia di Finanza hanno ricostruito le tracce dei prodotti dal momento dell’acquisto fino allo smaltimento illecito e giungere quindi alla conclusione dell’inchiesta.

 

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