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Leucemia infantile e mesotelioma, è il Sulcis

I capannoni della ILA SpA, le tettoie sono di eternit

È il 1989. Portoscuso, una cittadina sul mare in provincia di Cagliari, oggi appartiene alla provincia Carbonia Iglesias. Poche migliaia di anime, 5-6mila abitanti e record (brutta parola in questo caso) europeo di leucemia infantile. La popolazione presenta un’alta percentuale di piombemia. Nell’entroterra si produce vino pregiato: l’alto tasso di piombo riscontrato obbliga ASL e ministero dell’Agricoltura a vietarne la produzione.

La colpa è del polo industriale di Portovesme, il più grande della Sardegna, dove hanno sede gli stabilimenti Nuova Samin (gruppo ENI), Eurallumina, Aluminia e Consal (tutte tre del gruppo EFIM) e una centrale ENEL. Il comitato cittadino Portoscuso 2000 denuncia la situazione.

Risultato? Lo abbiamo chiesto a Carlo Masala, ex dipendente della Consal

Carlo Masala

«La situazione del Sulcis, oggi, è questa: morti che non sono stati riconosciuti per l’amianto, vedove disperate per la situazione drammatica familiare, esasperata dal momento che stiamo attraversando; malati dimenticati. Una situazione che andava per forza recuperata».

Avete trovato una soluzione?

«Ci siamo rivolti all’ONA (Osservatorio Nazionale Amianto) visti i buoni risultati che l’associazione sta ottenendo a livello nazionale».

Ambient&Ambienti ha incontrato il signor Masala, uno dei tanti lavoratori esposto all’amianto, in occasione della presentazione della sezione ONA  in Sardegna.

«Abbiamo costituito l’ONA Sardegna e quindi organizzato questo incontro che, francamente, ha superato le nostre aspettative quanto a partecipazione.

Faccio parte di quella frangia di lavoratori che ha mangiato amianto anche dopo il ’92, data che stabiliva la messa in mora dell’amianto. In primo e secondo grado la nostra causa è stata respinta e quindi mi sono guardato intorno per vedere il da farsi.

L'assemblea dell'ONA Sulcis, al centro del tavolo l'avvocato Ezio Bonanni, alla sua destra Carlo Masala

Con l’avvocato Bonanni abbiamo trovato la soluzione dell’Atto di indirizzo, visto che la Sardegna è una Regione a statuto speciale e tramite la Provincia che ha deliberato il documento, abbiamo iniziato un altro percorso, dopo tanti ostacoli».

Lei dove lavorava?

«Io ho lavorato per trentacinque anni alla CONSAL di Portovesme (a pochi chilometri a est di Carbonia) dove si producevano i fogli di alluminio, quelli del Cookie per alimenti, per esempio, che noi fornivamo direttamente alla casa di Volpiano e venduto in tutto il mondo. Producevamo anche laminati preverniciati per controsoffitti in alluminio, per targhe automobilistiche. La fabbrica però a causa di una cattiva gestione è stata chiusa e ci siamo ritrovati per strada e con le patologie legate all’uso dell’amianto».

Che tipo di lavoro era il suo?

«In fabbrica c’era la fonderia; noi compravamo la marinite (pannello isolante refrattario resistente al fuoco n.d.r.) dall’America; arrivava in lastroni di due metri e mezzo per tre, per tre centimetri di spessore e veniva utilizzato per fare le canaline per il travaso dell’alluminio liquido. Refrattario di ottima qualità ad alta percentuale di amianto. Qualità non altrettanto ottima per la nostra salute. Abbiamo utilizzato i guanti di amianto, i materassini (rotoli di imbottitura isolante per coibentazione n.d.r.). Le canaline servivano per il travaso dell’alluminio fuso dalla fonderia alle filiere dove solidificava per passare poi in mezzo ai rulli».

Quante persone ci lavorano?

«Ci lavoravano 176 addetti. La fabbrica è stata chiusa tre anni fa per fallimento; al momento è in corso una trattativa con un acquirente».

Qui al Sulcis c’è un grosso polo dell’industria dell’alluminio.

Anche le tettoie dell'ALCOA, ben visibili, sono di eternit

«Infatti. Il problema amianto è generale, perché tutte le fabbriche della Zona Industriale di Portovesme in Portoscuso (Carbonia Iglesias) ne facevano uso. C’è l’ALCOA, per esempio, una multinazionale dell’alluminio; la ILA SpA, la Centrale ENEL con le coperture dei tetti di eternit. L’assurdità è che a un certo numero di persone è stato riconosciuto l’amianto ad altre no».

Cosa contate di fare adesso?

«Dopo il passo dell’Atto di indirizzo ci rivolgeremo all’INAIL per il riconoscimento dell’amianto. Non ci aspettiamo buoni risultati anche perché la stessa CTU (i Consulenti Tecnici di Ufficio n.d.r.) ha negato l’evidenza. Conforta, però, la sentenza del TAR del Lazio emessa a favore dell’Atto di indirizzo presentato da associazioni di esposti all’amianto assistiti dall’avvocato Ezio Bonanni.

Quello dei benefici contributivi è un passaggio importante, per quanto riguarda il presente ma il passaggio più importante è quello di iniziare a monitorare tutte le situazioni critiche, come prevenire le patologie asbesto correlate. Abbiamo avuto venti decessi di cui nessuno ha messo in relazione la morte con l’amianto. Ci è anche difficile andare dalle famiglie per chiedere la riesumazione delle salme, lei capisce bene, subito ci rispondono no lasciate perdere».

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