L’ecomostro in Africa: colpa della cooperazione sbagliata


Le immagini dell'ecomostro alle porte di Bissau

Il termine più abusato è “cattedrale nel deserto”. Ma qui di deserto c’è poco. Nonostante siamo nella parte occidentale dell’Africa, in Guinea Bissau, anche qui gli ecomostri possono trovarsi in pieno centro. E sono causati da una sciagurata opera di cooperazione allo sviluppo. Quella cooperazione che dovrebbe promuovere la realizzazione di opere utili, sostenibili e con impatto ambientale minimo e che a volte, invece, finisce per trasformarsi in killer del paesaggio. Ne sanno qualcosa a Bissau, capitale della piccola nazione confinante con il Senegal, tra i paesi con il più basso indice di sviluppo umano. Alle spalle della Cattedrale, in una delle zone più centrali della città, da una decina d’anni campeggia una enorme struttura incompiuta.

Una colata di cemento che porta con sé tutti i paradossi e gli orrori di una cooperazione scellerata. Perché originariamente, l’idea della struttura prevedeva la creazione di un centro polifunzionale che fungesse come una sorta di oratorio, con attività educative e ricreative per i giovani della zona. Donata da italiani alla diocesi locale, complice la presenza e il forte legame con il primo vescovo della Guinea Bissau (il veneto don Settimio Ferrazzetta), la struttura nasceva sotto i migliori auspici. Posizione strategica, a poche centinaia di metri dall’ospedale pubblico, l’edificio è però in una situazione d’abbandono da anni. E la diocesi è diventata succube di una situazione ormai ingestibile: piloni, scale, muratura, ma tutto inutilizzabile. O meglio, lasciato a metà.

Le immagini dell'ecomostro alle porte di Bissau

Con l’ulteriore, grosso handicap di un aggravio economico tuttora impossibile da affrontare. Prevedere l’abbattimento dell’intero edificio è infatti, come prevedibile, molto più dispendioso di una rivalorizzazione dell’intera struttura. Per il recupero, però, gli zeri lievitano e siamo sull’ordine delle centinaia di migliaia di euro. Troppo per una piccola diocesi, che si è ritrovata ad avere un regalo che di fatto non può gestire. Colpa della cooperazione, si diceva, perché in questa operazione è stato tutto miope, a cominciare dal progetto. Non è pensabile prevedere di costruire senza tener conto delle tradizioni e degli usi della popolazione locale. Sbagliato, per esempio, impostare le costruzioni su spazi eccessivamente chiusi in un luogo in cui il contatto con la natura è fortemente radicato. Inopportuno ricorrere a costruzioni su più piani, in un paese in cui la maggior parte della popolazione vive in tabanças nei villaggi sparsi nelle foreste. Insomma, anche nell’edilizia è insito il rischio di esportare ed imporre modelli di cooperazione non necessariamente rispettosi della cultura locale.

Le immagini dell'ecomostro alle porte di Bissau

E’ a partire da queste considerazioni che una rete di associazioni coordinate da una ong pugliese ha pensato di indire un concorso di idee per la presentazione di progetti di riqualificazione dell’immobile, rivolto ad architetti e giovani studenti. Tra i requisiti da rispettare l’utilizzo di materiali biosostenibili.

A presentare l’iniziativa è stato Fabrizio Caròla, architetto napoletano formatosi alla Scuola nazionale superiore d’architettura di Bruxelles che sin dagli anni Sessanta ha progettato in Marocco, Mali e Mauritania. Recentemente Caròla ha ricevuto il premio internazionale Sgoutas, assegnato “per aver migliorato le condizioni di vita in molti Paesi africani rispettando la cultura locale”. Da circa trent’anni è impegnato a sostenere l’efficacia di un modello costruttivo, fondato sul recupero di elementi della tradizione architettonica africana. A partire dai suoi spunti toccherà ai partecipanti ridare un’anima all’ecomostro.

 

 

Articoli correlati