Svoltando l’angolo a destra e poi a sinistra di Via Matteo da Lecce, appare immensa, unica, la facciata della Basilica di Santa Croce nel centro storico del capoluogo salentino. Un’architettura bellissima. Il tutto sembra si presenti per caso alla nostra vista ma così non è. Il Seicento e il Barocco Leccese, in particolare, impone una diversa immagine del mondo e del tempo attraverso l’arte, lontano dalla schiettezza visiva della realtà e, in questo luogo, si percepisce questa scelta.
Riflettendo, l’evolversi della concezione artistica attraverso le forme scultoree del Barocco, indicano un percorso artistico più libero, dove si alternano una visione in superficie a una visione in profondità, scolpita nella tenera pietra tufacea. Forme chiuse e forme aperte, dettagli e accostamenti simbolici che s’impongono alla vista, ora con chiarezza assoluta, ora con chiarezza impressionistica, cui si aggiunge un turbinio d’invenzione formale in cui molteplicità e unicità si alternano a un ritmo attrattivo.
Guardando sia l’esterno sia l’interno della Basilica si percepisce qualcosa di fondamentale dell’architettura barocca pugliese; l’aspirazione alla scultura e alla pittura, dove al risolversi di una ferma e salda forma plastica si contrappone un’immagine mossa e fluttuante, inafferrabile, che cancella i limiti dei contorni per suscitare dentro di noi l’impressione dello sconfinato, dell’immenso, dell’infinito, dove si alternano influssi continui tra soggetti rappresentati e oggetti funzionali a esso.
Tutto tende ad abbandonare la superficie di fondo cui appartengono per tramite della profondità, esprimendo un dinamismo inquieto e forte, un’opposizione a ogni gesto veloce che ferma le immagini nello spazio. L’architettura qui è stata concepita contemporaneamente alla scultura, allo spazio, alla visione pittorica dell’insieme, in un processo creativo in divenire, multiplo e continuo.
Ci si accorge, soffermandoci nei dettagli, che il mezzo principale che l’architettura e la scultura preferiscono seguire sono gli effetti di profondità spaziale attraverso l’uso dei primi piani. Figure portate avanti rispetto al fondo, vicine a chi guarda, in contrapposizione alla brusca riduzione prospettica degli elementi di fondo. Lo spazio acquista un’intrinseca mobilità in chi guarda, percependo la spazialità dell’architettura come forma di esistenza sua, propria, che dipende e che si è creata da sola.
È l’inclinazione del pensiero barocco verso l’assoluto, la libertà, il racconto della forma aperta e strutturalmente irrazionale dove la composizione architettonica è concepita conclusa in una realtà in sé definita, in cui tutti gli elementi sono concatenati richiamandosi l’un l’altro senza eccesso o difetto in un insieme unico, ma al tempo stesso incompiuto e sconnesso, spingendoci a immaginare che possono proseguire in ogni senso e sempre rinviano a qualcos’altro, oltre.
Un’architettura, un pezzo di mondo a sé stante, uno spettacolo transitorio al quale, chi come noi guarda con attenzione, ha la fortuna di parteciparvi per un istante, nel tempo infinito.
Bibliografia Essenziale:
Arnold Hauser, Storia sociale dell’Arte, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1982.


