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Lecce da riscoprire, spetta anche all’archeologia

L’archeologia urbana costituisce una inesauribile risorsa per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio storico di una città. Le ricerche archeologiche, avviate in molti centri italiani e stranieri, hanno già dimostrato la grande importanza di indagare lo spazio e la ‘pelle’ della città, contribuendo a suscitare l’interesse di un vasto pubblico che si trova a più stretto contatto con i resti del passato.

<p>Lecce, Ipogeo Messapico situato nel giardino di Palazzo Palmieri, oggi proprietà dei duchi Guarini. Foto ing. Gianni Carluccio.</p>

Lecce, Ipogeo Messapico situato nel giardino di Palazzo Palmieri, oggi proprietà dei duchi Guarini. Foto ing. Gianni Carluccio.

Le indagini avviate in occasione di lavori edili hanno spesso assunto il ruolo dei veri cantieri archeologici, con attività durate anche più anni, grazie a strategiche programmazioni operate in accordo con le Amministrazioni comunali, l’Università e la Soprintendenza, nell’ottica di una riqualificazione dei centri urbani. E’ é stato così possibile avviare un percorso cronologico che corre parallelo a quello della Storia e delle fonti ufficiali ma che ricopre anche una dimensione ugualmente importante di documento storico, quello della vita di ogni giorno, con la sua cultura materiale, i suoi piccoli e grandi oggetti, gli usi e i costumi di una persona, di un quartiere, di un’intera città. Le indagini archeologiche, avviate in modo sistematico negli ultimi decenni dall’Università del Salento,in particolare dall’Istituto di Archeologia,  hanno svolto un ruolo fondamentale per la conoscenza, documentazione e ricostruzione storica di questa porzione di territorio.
Una pagina a parte merita la ricerca, ancora in fieri, avviata nel centro storico di Lecce.  Dal 1996 è partito il progetto Lecce sotterranea, il cui titolo richiama l’opera di Cosimo De Giorgi, pubblicata nel 1907 ed ancora oggi di notevole importanza per la conoscenza storica e archeologica della città. I lavori, finanziati dal Comune e coordinati dal Prof. Francesco D’Andria in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica del Salento, hanno messo in luce in diverse aree urbane un tessuto insediativo dall’Età del ferro al tardo Medioevo.

<p>Lecce, Mura Messapiche in Via Adua; scavi Università di Lecce, 1995. Foto ing. Gianni Carluccio.</p>

Lecce, Mura Messapiche in Via Adua; scavi Università di Lecce, 1995. Foto ing. Gianni Carluccio.

In Piazza Castromediano, situata nelle immediate vicinanze di Piazza S. Oronzo, ad esempio, gli scavi (2002-2005) hanno individuato una lunga fase di frequentazione tra l’Età del Ferro e l’Età contemporanea. In particolare, si è individuato un impianto, riconosciuto come trapetum, databile al I secolo a. C. ed un deposito oleario di età aragonese, facendo luce sul ruolo svolto dall’olio, esportato in anfore prodotte dalle botteghe di Brindisi e Lecce, che garantiva notevoli risorse economiche alla città, sia come ingrediente alimentare ma anche come materia prima destinata all’alimentazione delle lampade, alla tinteggiatura dei tessuti, alla produzione di saponi. Nell’area a ridosso di Porta Napoli (scavi 1998), invece si è scoperto un tratto delle Mura messapiche (fine IV sec. a. C.), il cui andamento fu ripreso da Gian Giacomo dell’Acaja nel XVI secolo; ancora, ai margini di Piazza S. Oronzo, in occasione della ristrutturazione della  Banca d’Italia, si sono ripresi alcuni vecchi scavi nei livelli sottostanti l’edificio, che hanno messo in luce tombe messapiche e cisterne di età medievale (1998).

<p> Lecce, Mura Messapiche nei pressi di Porta Napoli; scavi Università di Lecce, 1998. Foto ing. Gianni Carluccio.</p>

Lecce, Mura Messapiche nei pressi di Porta Napoli; scavi Università di Lecce, 1998. Foto ing. Gianni Carluccio.

Nel Castello Carlo V (scavi 1999-2000) si è riconosciuta una parte della struttura difensiva interrata di età medievale, precedente il periodo di ampliamento ben conosciuto e attribuibile all’architetto militare Gian Giacomo dell’Acaja; gli scavi hanno anche restituito testimonianza della vita quotidiana di alcune famiglie nobili, attraverso le insegne araldiche dipinte sul vasellame da ostentare durante i banchetti. In particolare, si sono riconosciuti gli stemmi delle famiglie Orsini ed Enghien-Brienne, che testimoniano e confermano le notizie trasmesseci dalle fonti scritte, quando Lecce e la sua Contea aveva un ruolo dominante all’interno del grande e ricco Principato di Taranto. Nel Convento dei Carmelitani (oggi sede del nuovo Rettorato) infine, grazie alle  indagini sviluppatesi negli anni 2001-2004, si è riconosciuta un’ampia sequenza  cronologica, dalla preistoria fino all’età medievale. Le indagini hanno permesso di indagare un settore urbano adiacente alle fortificazioni, individuando una strada del IV sec. a. C. In età medievale si segnala un piatto in invetriata policroma, forse di produzione locale, raffigurante un leone rampante, simbolo del casato di Maria d’Enghien, contessa di Lecce.

<p>Lecce, ceramica medioevale dagli scavi dell’Università di Lecce nell’ex Convento dei Carmelitani (oggi sede del Rettorato dell’Università del Salento). Foto ing. Gianni Carluccio.</p>

Lecce, ceramica medioevale dagli scavi dell’Università di Lecce nell’ex Convento dei Carmelitani (oggi sede del Rettorato dell’Università del Salento). Foto ing. Gianni Carluccio.

L’attività archeologica non può prescindere dalla fase conservativa dei reperti, da sempre affidata all’istituzione del museo, che resta il luogo migliore per la valorizzazione, la fruizione didattica e la divulgazione delle ricerche archeologiche. E’ questa l’ottica che ha portato alla recente creazione del MUSA (Museo Storico-Archeologico) dell’Università del Salento. Nelle sale, secondo i più moderni criteri espositivi, è stato organizzato il percorso della recente esperienza archeologica dell’Ateneo leccese dall’età preistorica al Medioevo. A questo proposito, va messo in luce il grande impulso che la locale Università ha dato allo studio del territorio in età medievale; in particolare si segnalano le ricerche nei siti di Centoporte (Giurdignano), Quattro Macine (Giuggianello) e Apigliano (Martano), avviate e coordinate dal Prof. Paul Arthur, docente di Archeologia Medievale presso l’Ateneo leccese. I materiali, in particolare la ceramica, vengono considerati come indicatori cronologici e spia di rapporti economici e sociali, utili alla ricostruzione della cultura materiale.
Le tecniche e i linguaggi sono due modi attraverso i quali è possibile ricostruire la Storia.
L‘archeologia non è solo lo studio degli oggetti trovati ma è il mezzo che ci permette di collocarli nel loro contesto. I manufatti non sono solo il semplice prodotto artigianale ma anche espressione di valori simbolici. Scoprire il senso nascosto delle cose e dar loro dignità di racconto è il compito della ricerca archeologica.

<p>Ida Blattmann D’Amelj</p>

Ida Blattmann D’Amelj

Ida Blattmann D’Amelj, barese, diplomata alla Scuola di Specializzazione in Archeologia classica e medioevale dell’Università di Lecce, è docente di Storia dell’Arte nel Liceo classico “Virgilio” di Lecce. Ha partecipato a varie campagne archeologiche organizzate dalle Università di Bari e Lecce e dalla Sorbona di Parigi; ha svolto lavoro di catalogazione di “opere mobili” e di materiale archeologico per conto delle Soprintendenze della Puglia e della Basilicata; collabora  all’allestimento ed alle visite guidate di varie mostre didattiche relative all’Archeologia ed alla Storia dell’Arte pugliese e per le visite guidate del F.A.I. e dell’organizzazione di “Cortili Aperti” nel centro storico di Lecce. Ha pubblicato  saggi e articoli in volumi e riviste specialistiche delle Università e Soprintendenze pugliesi.

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