Le materie prime cambiano le carte in tavola degli equilibri internazionali

guerra ucraina

 Con l’entrata in scena dei paesi dell’OCEC,  il mondo “occidentale” deve ripensare le sue strategie mondiali. La Cina ha la più grande flotta militare del mondo. La presenza militare fisica sui teatri di guerra diventa meno importante grazie alla missilistica intercontinentale. E  il mondo delle materie prime non ha ancora reagito a questi nuovi aspetti della realtà militare

 

(Pubblichiamo la terza e ultima parte della relazione “Guerra e materie prime: il punto di vista della storia economica” che il prof. Giraudo*  presenterà al Polo del ‘900 a Torino nell’ambito del progetto “Polvere” a cura della Fondazione Vera Nocerini il 15 novembre prossimo. In questa ultima sezione l’autore si concentra sugli eventi di questi ultimi anni)

  Le guerre della decolonizzazione

A partire dalla fine della 2°Guerra mondiale, numerosi popoli (soprattutto in Asia ed in Africa) si ribellano contro le potenze che li hanno colonizzati, principalmente nel corso del XIX secolo. Sono dei conflitti per la loro indipendenza, ma anche per il controllo delle materie prime che questi paesi producono e sono proprio queste materie prime che hanno condizionato le scelte dei paesi, principalmente europei, di occupare “colonialmente” numerose regioni.

È interessante notare che le guerre di liberazione dalle potenze coloniali iniziano, verso la fine del XVIII secolo, nell’America del Nord con la guerra fra la Gran Bretagna e gli USA e seguono i numerosi conflitti in America Latina (già nella prima metà del XIX secolo) contro le potenze coloniali iberiche, mentre le importanti operazioni coloniali dei paesi europei si sviluppano in Asia ed in Africa proprio durante la seconda metà del XIX secolo. Poi, dopo la fine della 2°Guerra mondiale, inizia un processo di decolonizzazione che comincia in Asia (India ed Indocina) e poi si trasmette nelle regioni africane. L’Industan (l’India), con la marcia del sale di Gandhi diventa indipendente dalla corona britannica (1947) e, grazie all’azione del Partito del Congresso Nazionale Indiano e di Gandhi, viene proclamata l’indipendenza. L’India è divisa in due stati: l’Unione Indiana, a maggioranza indù, e il Pakistan, a maggioranza musulmana. Poi è la volta della rivolta dei Mau-Mau in Kenya che, dopo un periodo di guerra (1952-63), ottiene l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Londra decide una politica di decolonizzazione progressiva di numerosi territori che controlla fra il 1950 e il 1984, anche se varie imprese inglesi continuano ad operare nel settore delle materie prime (estrazione, raffinazione, distribuzione). L’Indonesia acquista l’indipendenza dall’Olanda nel 1949. L’Indocina diventa indipendente nel 1954, dopo la grave sconfitta militare francese. E la Francia, la Gran Bretagna ed Israele occupano il Canale di Suez nel 1956, dopo la nazionalizzazione decisa dal presidente Nasser41 .

La via del petrolio è molto importante per l’Europa e per il mondo occidentale. Nel 1960 il governo belga decide di concedere l’indipendenza al Congo Belga, dove però sono segnalate varie guerre di fazioni che lottano contro il potere centrale per controllare alcune regioni ricche di minerali (per esempio il Katanga). Ed anche nel 1960 la Nigeria ottiene la totale indipendenza dalla Gran Bretagna, ma numerose ribellioni e guerre civili (guerra del Biafra, per esempio) si susseguono con un obiettivo molto evidente: la regione secessionista non vuole condividere i benefici delle esportazioni di materie prime (per esempio il petrolio del Biafra) con il resto della nazione.

Alessandro Giraudo@LaVanguardia-Web-
Alessandro Giraudo (@LaVanguardia-Web)

Intanto, la Francia che ha reso indipendente gran parte dell’Africa occidentale francese (1958-60) è impegnata contro la guerra di indipendenza combattuta dal Fronte di Liberazione in Algeria; il paese ottiene l’indipendenza nel 1962. In Angola nel 1956 è creato un fronte di liberazione contro il Portogallo (MPLA) a cui si affiancano altre due entità simili (FNLA e UNITA) che operano separatamente contro l’esercito lusitano; dopo il colpo di stato a Lisbona del 1974, il paese ottiene l’indipendenza (1975). Le forze armate portoghesi devono anche combattere contro l’insurrezione del Mozambico (1961) con la formazione di un fronte di liberazione (FRELIMO – 1964); il cessate il fuoco del 1974 è seguito dall’indipendenza del paese (1975).

Decolonizzazione e materie prime

Dopo questo rapido panorama della decolonizzazione42  è necessario fare un breve excursus sulle ricchezze minerarie dell’Africa e dell’Asia per meglio identificare il processo di colonizzazione e poi quello inverso che inizia subito dopo la 2°Guerra mondiale. La domanda di metalli dell’Europa industriale comincia a svilupparsi con l’inizio della rivoluzione industriale ed esplode dopo le guerre napoleoniche con un fabbisogno crescente anche di prodotti alimentari per nutrire una popolazione che aumenta rapidamente in Europa, ma anche in Asia. Intanto, la domanda di energia segue e favorisce lo sviluppo economico; inizialmente, si tratta del carbone, poi c’è la diffusione dell’energia elettrica, seguita dal petrolio e dal gas. Le miniere europee sono state sfruttate da molto tempo ed i tenori sono spesso molto più deboli di quelli registrati negli altri continenti; quindi, la ricerca di risorse all’esterno dell’Europa si manifesta con urgenza. In alcuni casi si svolge con formule pacifiche, spesso con soluzioni violente (occupazione militare e colonizzazione).

AFRICA ed energia. La produzione di carbone in Africa è concentrata soprattutto nel Sudafrica, Mozambico, Botswana, Zimbabwe e Nigeria. Il continente dispone di numerosi campi petroliferi localizzati in regioni non troppo lontane dalle coste che presentano vantaggi importanti nei trasporti.  Fra i principali paesi produttori ci sono l’Angola, la Nigeria, l’Algeria, la Libia, l’Egitto ed in questi paesi spesso esistono anche grandi giacimenti di gas, come in Algeria, Egitto, Nigeria e Libia. Non a caso, questi stati figurano nella lista delle regioni dove spesso si sono sviluppate condizioni di conflittualità (guerre d’indipendenza, guerre tribali e civili) proprio per il controllo di bacini minerari interessanti da sviluppare.

AFRICA e minerali. E l’Africa è una vera cornucopia di numerosi minerali come dimostra la tabella seguente

(Fonte: ttps://www.files.ethz.ch/isn/56747/ricerche.06-LaValenzaStrategica.pdf)

Una breve analisi della lista dei paesi produttori di minerali e dei conflitti mostra chiaramene una forte correlazione fra la geografia e la storia politico-militare43

Materia prima                       paesi produttori

NICKEL          Sudafrica, Botswana, Zimbabwe, Marocco

RAME             Zambia, RDC, Sudafrica, Egitto

FERRO            Sudafrica, Mauritania, Egitto, Senegal

PIOMBO          Sudafrica, Marocco, Namibia

ZINCO            Sudafrica, Namibia, Algeria

GRAFITE        Madagascar, Zambia, Mozambico

BAUXITE        Guinea

COBALTO       RDC, Sudafrica, Zambia, Marocco, Uganda, Zimbabwe

COLTAN          RDC, Mozambico, Nigeria

CROMO           Zimbabwe, Sudafrica, Madagascar

MANGANESE Sudafrica, Marocco, Ghana, Gabon

ORO                Sudafrica, Ghana, Tanzania, Mali

PLATINOIDI    Sudafrica

DIAMANTI      Botswana, RDC, Sudafrica

FOSFATI         Marocco, Tunisia, Sudafrica

(fonte: USGS, Rapporto Cyclope-Parigi-2023)

ASIA ed energia. Importanti giacimenti petroliferi sono localizzati in Cina, India, Indonesia, Malesia e Thailandia; in pratica, gli stessi paesi figurano nella lista dei grandi produttori di gas (Cina, Malesia, Indonesia, Pakistan, Thailandia). Nel caso del carbone, i grandi produttori sono: Cina, Indonesia, India, Australia e Vietnam.

ASIA e minerali. L’Asia dispone di molti minerali, ma i giacimenti sono molto concentrati in un quintetto di paesi (Cina, India, Indonesia, Malesia, Vietnam) che ricordano la storia della mezzaluna dello stagno a cui si aggiunge l’India.

 

Materia prima                       paesi produttori

NICKEL          Filippine, Indonesia, Cina

RAME             Cina, India

FERRO            Cina, India

PIOMBO          Cina, India

ZINCO            Cina, India

GRAFITE        Cina, Pakistan, India, Vietnam

BAUXITE        Indonesia, Cina, Indi

COBALTO       Cina, Filippine

CROMO           India

MANGANESE Cina, Malesia, Vietnam

ORO                Cina, Indonesia

FOSFATI         Cina

(fonte: USGS, Rapporto Cyclope-Parigi-2023)

petrolio
Nella lista dei grandi produttori nel Medio Oriente di petrolio figurano: l’Arabia Saudita, l’Iraq, l’UAE, l’Iran, il Kuwait, il Qatar e l’Oman (foto Pixabay)

MEDIO-ORIENTE ed energia. Per molto tempo la regione non ha presentato forti interessi dei paesi colonizzatori; poi, con l’esplosione della domanda di idrocarburi, questi paesi sono diventati un grande centro strategico geopolitico con la loro produzione di petrolio e di gas ed enormi giacimenti e costi di estrazione molto competitivi. Nella lista dei grandi produttori nel M/O di petrolio figurano: l’Arabia Saudita, l’Iraq, l’UAE, l’Iran, il Kuwait, il Qatar e l’Oman e la lista dei grandi produttori di gas comprende: l’Iran, il Qatar, l’Arabia Saudita, l’UAE e l’Oman.

Guerra della Corea, del Vietnam …dell’Afghanistan

Nel quadro generale della Guerra Fredda bisogna segnalare alcuni conflitti che non sono troppo legati al controllo di regioni ricche di materie prime, ma di paesi che hanno un’influenza simbolica ed importante nella regione. È possibile citare la guerra della Corea, i momenti di estrema tensione politica durante la crisi dei missili a Cuba, la guerra del Vietnam, la guerra Iraq-Iran (1980-88) in cui gli USA e l’URSS si sono scontrati indirettamente, appoggiando militarmene uno dei belligeranti.

Anche l’Afghanistan resta una terra di scontri militari per imporre la propria influenza. Già la Gran Bretagna si era cimentata con la combattività della popolazione locale in due guerre (1839-42 e poi 1878-80) con un grande fiasco dello sforzo bellico della British Army. Poi è stata la volta dell’invasione sovietica (1979-89) con un costoso insuccesso dell’Armata Rossa e, in seguito, c’è stato il tentativo della coalizione Americano-Europea (2001-2021) terminato con un abbandono del paese nelle mani degli integristi islamici. Questo paese montagnoso è stato la tomba di numerosi invasori che hanno sempre dovuto abbandonare l’impresa: da Alessandro Magno all’invasione dei califfati, dalle operazioni militari della dinastia cinese dei Tang (che perde l’Afghanistan dopo la battaglia di Talas contro i califfati nel 751)44  a Gengis Kahn. In realtà, il paese è la rappresentazione fisica della tavola di Mendeleev perché il sottosuolo è ricco di numerosi metalli, con la grande miniera d’argento di Banjahir (che finanziò in larga misura l’espansione mussulmana del VIII-IX secolo)45 oltre alla miniera di lapislazzuli di Sar-e-Sang, in Badakhshan, citata anche da Marco Polo, unica al mondo per più di sei millenni. Il paese possiede enormi giacimenti di rame, bauxite, zinco, oro, platino, argento, cromite, litio, uranio, mercurio, talco ed importanti riserve di petrolio e di gas; oltre ai lapislazzuli, ci sono miniere di rubini, zaffiri, turchesi46.

La crisi petrolifera del 1973: un vero conflitto economico

Evidentemente la crisi petrolifera del 1973 figura fra le più importanti della storia delle materie prime. Un cocktail di eventi è alla base di questa crisi: l’abbandono degli accordi di Bretton Woods comporta una svalutazione del dollaro (1971), la guerra del Kippur e l’embargo deciso dai paesi dell’OPEC si sommano ad un disequilibrio strutturale fra domanda ed offerta di petrolio. I prezzi salgono da 2.60 $/b (ottobre1973) a 11.65 $/b nel corso del mese di marzo del 197447 . Il rapporto fra consumatori e produttori, fissato nel 1928 ad Achnacarry (Scozia) dalle grandi compagnie petrolifere è spazzato via. E, da quel momento, tutta la storia successiva del petrolio resta influenzata da questo braccio di ferro permanente fra produttori e consumatori in un clima in cui entrano in gioco guerre, conflitti diplomatici, tensioni in un quadro il cui perimetro è disegnato da componenti religiose, tribali, politiche, strategiche e militari48 .

Nel caso del conflitto Iraq-Iran lo scontro è molto legato al petrolio, come lo è la breve guerra delle Maluine (giacimenti di petrolio nella regione, confermati da documenti del 1975, declassificati nel 2022) fra Londra e Buenos Aires49e varie guerre civili in Africa (Biafra, Gabon, Angola, Congo), dei colpi di stato  e dei cambiamenti di regime (Arabia Saudita, Algeria, Libia, Indonesia, Romania, Iran, Afghanistan, Venezuela, ecc)50 .

Le due guerre del Golfo sono chiaramente dei conflitti motivati dalle materie prime: il controllo dei flussi del petrolio estratto in Iraq. Nella prima guerra (1990-91) gli USA ottengono, nel quadro di un’operazione per liberare il Kuwait invaso dall’Iraq, un mandato dell’ONU per organizzare un’operazione militare a cui partecipano 35paesi, ma non l’URSS.  Nella seconda guerra (20.3.2003/1.5.2003, ma terminata formalmente nel 2011) il governo americano accusa l’Iraq di preparare delle armi letali (informazione, in seguito, totalmente smentita) ed organizza una coalizione a cui partecipano solamente la Gran Bretagna, la Polonia e l’Australia. L’invasione del paese è rapida e Saddam Hussein è catturato (Operazione Red Down, 13.12.2003); ma i soldati della coalizione rimangono fino al 201151. Ancora una volta, l’interesse per i flussi del petrolio ha giocato un ruolo fondamentale nel conflitto. E basta osservare il minore interesse degli USA per Medio Oriente e Nord Africa dopo i forti incrementi di produzione di petrolio e di gas americani che hanno trasformato il paese da importatore a netto esportatore di idrocarburi.

Vari conflitti regionali, soprattutto in Africa, sono largamene finanziati da diamanti, oro, petrolio, oppio (in particolare l’Afganistan), coltan e altri metalli strategici con un contrabbando sfrenato. Spesso, questi conflitti hanno delle matrici tribali e religiose e sono un aspetto “grigio” e subdolo della guerra fredda in cui, oltre ai due blocchi classici (Stati Uniti e Russia), si aggiunge un terzo partecipante: la Cina, alla ricerca di risorse strategiche per soddisfare la sua fame pantagruelica di materie prime52.

Sanzioni, confitti e materie prime

All’epoca medievale numerosi monarchi hanno applicato dure sanzioni contro i mercanti degli stati con cui erano in guerra. Per esempio, molti mercanti di lana italiani hanno subito sequestri e confische della loro merce, espulsioni e divieti di partecipare ai mercati da parte di vari governanti. Durante la guerra civile americana, gli stati del Nord hanno cercato di bloccare il flusso di merci importate, ma anche esportate (il cotone, in particolare) degli stati del Sud. È nota la ragione del colore delle divise dei soldati degli stati del Sud che non riescono più ad importare l’indaco per tingere di blu le divise; queste non sono più colorate oppure è utilizzato un colorante ottenuto dalla robinia pseudoacacia  il noce bianco = butternut). In vari casi, le divise blu dei soldati del nord (morti o fatti prigionieri) sono decolorate facendole bollire con delle tinture ottenute dal noce bianco …da cui il soprannome dei soldati del Sud “butternut” ed il soprannome di questa guerra civile “Blues vs Greys”.

Quando la comunità internazionale vuole punire un paese che ha commesso un atto giudicato illegale secondo il diritto internazionale (per esempio l’invasione di un paese o maltrattamenti di certi dei suoi abitanti) molto spesso decide delle misure per tagliare i rifornimenti o/e le esportazioni, soprattutto di materie prime considerate essenziali per la vita economica del paese e, sovente, anche per la vita quotidiana dei suoi cittadini. Probabilmente, le sanzioni contro l’Africa del Sud hanno accelerato l’abbandono dell’apartheid; le sanzioni imposte da 23 Paesi, fra cui l’embargo su petrolio ed armi, nel 1964, durano fino al crollo del regime, nel 1990. E’ possibile ricordare le sanzioni contro Afghanistan, Azerbaijan, Armenia, Bielorussia, Birmania (Myanmar), Cina, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Eritrea, Repubblica di Guinea (Conakry), Guinea Bissau, Haiti, Iran, Iraq, Costa d’Avorio, Corea del Nord, Libano, Liberia, Libia, Sierra Leone, Somalia, Sudan Meridionale, Sudan, Siria, Tunisia, Russia, Venezuela e Zimbabwe53. Varie sanzioni possono essere applicate nel settore della tecnologia, con l’interdizione di esportare verso il paese colpito dalle sanzioni dei sistemi e dei prodotti industriali con un alto contenuto tecnologico. E ultimamene nel pacchetto di sanzioni che ha colpito la Russia figurano anche sanzioni in materia finanziaria (per esempio l’impiego del sistema SWIFT per i trasferimenti internazionali); ma le statistiche ufficiali indicano chiaramene che la Cina presta dei dollari e dei renmimbi (valuta cinese) alla Russia e che vari canali alternativi sono stati trovati/inventati, oltre al ricorso alle monete numeriche-elettroniche, con danni molto moderati sul sistema finanziario di Mosca54.

La domanda rimane sempre la stessa: sono efficaci le sanzioni?  La risposta sta nella struttura economica del paese: se questo è piccolo e dispone di poche materie prime (è il caso dell’Italia colpita dalle sanzioni dopo l’invasione dell’Etiopia nel 1935), chiaramente le sanzioni lo penalizzano; se il paese è molto grande (per esempio la Russia), le sanzioni sono molto meno efficaci.

Guerre, conflitti e materie prime: sempre alla moda, anche oggi

Le vicende politiche e belliche degli ultimi venti anni e di questi mesi mostrano chiaramente il ruolo delle materie prime negli scambi e negli equilibri mondiali.  Le commodities figurano sulle prime pagine dei giornali, nelle discussioni discrete delle cancellerie, nei documenti preparati dagli sherpa prima degli incontri formali dei grandi paesi mondiali e sono seguite con forte interesse dai traders delle grandi case mercantili mondiali (vero potere grigio nell’ombra), dai produttori e dai consumatori finali e, anche, dalle banche che finanziano il commercio e gli scambi delle materie prime.. Chiaramente il sale, le spezie, il salnitro del Bengala e la seta sono stati rimpiazzati dai metalli strategici e tecnologici, dal petrolio e dal gas, dall’uranio ed anche …dall’acqua. Ed il controllo delle rotte di approvvigionamento rimane una costante nella storia che va dalla guerra di Troia e gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo, a Ormuz, Bab el Mandeb e Malacca (40% del traffico mondiale di merci) a cui sono stati aggiunti due importanti chocke-points (Suez e Panama).

Il petrolio ed il gas, anche se la rivoluzione energetica verde in corso potrà ridurne l’importanza, rimangono degli elementi essenziali, ma anche i cereali (vedasi il corridoio del grano nel Mar Nero!). Le terre rare ed i metalli strategici sono largamene in mano alla Cina; questo paese può decidere quando vuole di chiuderne i rubinetti come ha fatto con il gallio, il germanio e a partire dal 1dicembre per la grafite, di cui limita le esportazioni … la Cina pesa per il 70-80% nelle esportazioni mondiali di grafite, essenziale per le batterie elettriche delle auto). Il 70% del cobalto mondiale è prodotto nella RDC, il 45% del rame in Cile, RDC e Peru; l’88% de litio giunge dal triangolo Australia, Cina, Cile ed il 67% del nickel proviene da un altro triangolo: Indonesia, Filippine e Russia, mentre il Kazakhistan produce il 44% dell’uranio mondiale!

E non bisogna dimenticare l’acqua, sempre più essenziale per 8 miliardi persone che devono condividerla con il mondo agricolo, gli allevamenti animali, le imprese industriali e le grandi miniere (sono necessari fra 250 fino a ottomila litri di acqua per “lavare” una tonnellata di carbone). L’acqua è un prodotto essenziale per tutte le centrali che producono dell’energia ed anche per l’estrazione del litio (1.9 tonnellata di acqua salmastra per ottenere un chilo di litio)…senza dimenticare  il canale di Panama, dove le chiuse sono riempite con acqua non salata (prelevata nei laghi Gatun, Alajuela e Mirafores) che poi è riversata nell’oceano e, quando c’è la siccità nella regione, non tutte le navi possono transitare se il loro pescaggio è  troppo grande! Ed è necessario ricordare che solo il 3% di tutta l’acqua che esiste sul globo non è salata! Attualmente si svolgono dei conflitti silenziosi intorno all’acqua: i rapporti diplomatici fra Egitto, Sudan ed Etiopia sono molto difficili a proposito dei flussi nel Nilo, la Turchia “confisca” con le sue dighe  l’acqua del croissant fertile (bacino Tigri-Eufrate), il mondo levantino è in una guerra permanente ed alla base c’è il problema dell’acqua, i ghiacciai del Tibet, vero bacino idrico per tutta l’Asia del S/E , e quelli delle Ande sono fonti di scontri diplomatici che potrebbero diventare conflitti “bollenti”… ed anche i rapporti diplomatici fra Francia e Svizzera sono complessi a proposito della gestione dei flussi di acqua nel bacino idrico Rodano-lago di Ginevra…!

 Una novità: i BRICS diventano informalmente l’OCEC

brics
Il 23 agosto 2023 si è svolto il XV° Summit dei BRICS a Johannesburg che si è concluso con l’ammissione di altri sei paesi come membri di pieno diritto. Ora i paesi sono 11 (foto TRT)

Il 23 agosto 2023 si è svolto il XV° Summit dei BRICS a Johannesburg che si è concluso con l’ammissione di altri sei paesi come membri di pieno diritto. Si tratta dell’Argentina, dell’Egitto, dell’Etiopia, dell’Iran, dell’Arabia Saudita e dell’UAE. Secondo i responsabili dell’organizzazione, altri 40 paesi hanno espresso l’intenzione di chiedere la loro futura ammissione, in tempi diplomaticamente brevi. Di fatto, è stata creata informalmente l’OCEC, cioè l’Organization of Commodities Exporting Countries.  Ora, questa entità con undici membri rappresenta il 45,6% della popolazione mondiale con un PIL che pesa per il 29% sul PIL mondiale, secondo i calcoli della Banca Mondiale; se i calcoli sono realizzati con la tecnica del PPP, il peso sale al 37,2%.

L’ importanza di questa nuova organizzazione nel settore delle materie prime è determinante. La tabella che segue dimostra chiaramente il peso di questo gruppo nella produzione mondiale di una selezione di materie prime:

MATERIE PRIME    peso in % su prod. mondiale

 

Cereali                                    41

Soia                                         59

Carne                                      45

Carbone                                  22

Petrolio                                   43

Gas                                         47

Ferro                                       50

Rame                                      15

Nickel                                     17

Titanio                                    72

Alluminio                                77

Cromo                                     48

Manganese                              62

Oro                                         26

Platino                                    83

Palladio                                  77

(fonte: elaborazione dell’autore su dati: USDA, USGS, FAO, World Bank, WGC)

Bisogna inoltre considerare il peso, soprattutto della Cina, nel settore dei metalli strategici e delle terre rare, materiali essenziali per la rivoluzione tecnologica e quella energetica verde in corso.  Negli ultimi anni sono state osservate delle tensioni crescenti fra i produttori ed i consumatori con un dialogo sempre più difficile che presenta delle componenti geopolitiche molto più complesse in un panorama pieno di rischi. Basta citare la decisione informale della Cina di boicottare, in seguito a tensioni politiche, l’importazione di carbone dall’Australia (fine autunno del 2020); Pechino, nel corso della primavera del 2023, ha ricominciato ad importare carbone dall’Australia per poter soddisfare la propria domanda di energia, soprattutto elettrica.

Ancora una volta, le materie prime sono destinate a giocare un ruolo determinante e sempre più geopolitico nei prossimi anni. Nel corso degli ultimi venti anni, i consumatori si erano abituati a contare su un flusso regolare, costante e rapido di materie prime e queste condizioni erano diventate il paradigma del commercio internazionale. Ma le condizioni sono cambiate ed il mondo deve abituarsi a flussi più incerti sottoposti a condizioni geopolitiche capricciose ed a vincoli oggettivi derivanti dalla logistica e, probabilmente, dai cambiamenti climatici.  Certe situazioni, considerate finora eccezionali e speciali, potrebbero invece diventare la norma quotidiana ed ordinaria. Inoltre, le dichiarazioni giunte da Johannesburg confermano la volontà di creare un gruppo alternativo al G7 che vuole influenzare certe decisioni strategiche mondiali e proporre soluzioni finanziarie complementari o anche competitive alle formule esistenti per realizzare degli investimenti destinati ad aiutare dei paesi emergenti o in difficoltà. Il gruppo ha anche espresso la volontà di procedere a una “de-dollarizzazione” progressiva de suo commercio. Questi orientamenti non sono delle dichiarazioni di guerra, ma rappresentano delle sfide per il mondo “occidentale” che deve ripensare le sue strategie mondiali, come ha sottolineato un commento del Financial Times, verso la fine del mese di agosto… Il mondi si incammina verso un conflitto fra il “West” ed il “Rest”?

La tecnologia cambia la natura della guerra

Infine, è necessario meditare sul cambiamento strategico fondamentale nella tecnologia bellica. Dopo le guerre napoleoniche, è giunta la conferma del potere marittimo negli equilibri militari: la British Navy ha affermato la sua superiorità sulle altre marine. Il commercio di materie prime e di prodotti inglesi è stato largamene protetto delle navi dell’Ammiragliato come sono stati difesi i possedimenti britannici nel mondo intero. Dopo la 2° Guerra mondiale, la scelta del potere militare americano ha confermato questo principio e le sette US  fleets navigano sui mari e sugli oceani con un preciso obiettivo: proteggere gli Usa ed il mondo occidentale, oltre che i traffici marittimi commerciali. L’URSS e poi la Russia hanno tentato di seguire questa strategia, ma le difficoltà di accesso ai mari “caldi” hanno reso difficile questa decisione che ha dovuto ricorrere ad una flotta sottomarina e ad alcune incursioni politiche nel Mediterraneo levantino.

Ma c’è una grande novità: la strategia marittima militare cinese.  Secondo un rapporto ufficiale del US Defense Dept. degli USA, la Cina ormai dispone della più grande flotta militare del modo strutturata con 355 unità operanti con tre flotte, contro 305 unità della US Navy che però possiede delle navi più grandi; inoltre, la Cina non è presente su tutti i mari, ma ha proceduto a massicci investimenti civili nelle strutture portuali nel Mediterraneo. D’altro canto, un altro concetto militare importante che ha dominato il secolo scorso si basa sul potere terrestre: in altri termini, la Germania e l’URSS hanno influenzato con i loro territori la natura delle guerre e la struttura degli armamenti. Ma la tecnologia militare sta cambiando le carte in tavola: lo spazio extraterrestre, le comunicazioni, la missilistica e l’introduzione dei droni sanno modificando fondamentalmente il “modo di condurre la guerra” e la presenza militare fisica sui teatri di guerra diventa meno importante grazie alla missilistica intercontinentale, anche se varie marine militari vigilano e proteggono i famosi chocke points, cioè gli stretti ed anche i due grandi canali artificiali (Suez e Panama), che rappresentano dei veri “colli di bottiglia” nei traffici commerciali mondiali e possono diventare dei punti strategici essenziali. Le marine, inoltre, operano contro l’attività dei pirati, estremamene sviluppata lungo certe coste, spesso di paesi particolarmente poveri che sono anche luoghi ideali per gli arrembaggi.

Per il momento, il mondo delle materie prime non ha ancora reagito a questi nuovi aspetti della realtà militare…sarà la nuova tappa da seguire con molta attenzione.

(3. FineQUI la prima parte dell’intervento ; QUI la seconda parte )

 

Bibliografia  (n.b.: i testi citati ai numeri precedenti fanno parte della seconda parte del testo)

41 – Heimermann, Benoît Suez & Panama, Paris, Arthaud, 1996, pp. 190-1891

42 – Decolonizzazione, su treccani.it.

43 – Campbell, Bonnie, Mining in Africa, London, Pluto-Press, 2009, pp. 243-260

44 – Kung, Chan “China’s Tang Dynasty and Aghanistan, the Graveyard of Empires”, in The Diplomat, Aug, 29, 2021

45 – Giraudo, Alessandro, Storie straordinarie delle materie prime, Torino, ADD editore, 2019, pp. 94-101

46 – USGS – Afghanistan mineral resources, Washington, 2020

47 – J. C. McVeigh,J.B. Energy around the world : an introduction to energy studies, global resources, needs, utilization, New York,  Pergamon Press, 1984, p. 62

48 –  Maffei, Benoît Les guerres du pétrole – une histoire alternative des relations internationales du XXe siècle, Paris, librairie Droz, 2021, ch. 8 e annexe 1).

49 – Livingstone, Grace “Declassified files reveal British interest in Falkland Islands oil” The Guardian, London,  June 14, 2022

50 – Fenderli, Michel, Woods Un monde de brut, Paris, Seuil, 2003, ch. 4

51 – Giblin Beatrice – sous le direction de – Les conflits dans le monde, Paris, A. Colin, 2011

52 – https://www.gls-italy.com/images/misure_restrittive_e_sanzioni.pdf

53 –  Giraudo, Le nerf de la guerre, ibidem, ch. 24

54   – vari articoli del Financial Times, luglio-settembre 2023

 

*Alessandro Giraudo, insegna Finanza Internazionale e Geopolitica delle materie prime in due Grandes Ecoles di Parigi e al Politecnico di Torino; è l’autore di “Storie straordinarie delle materie prime” (vol 1-2 )  e di “Quando il ferro costava più dell’oro” (tutti pubblicati da ADD editore)

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