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L’architetto che ama il bambù

Sulla sua carta d’identità c’è scritto semplicemente: “architetto”. Ma nel suo caso, forse, sarebbe più opportuno citarne il nome come si faceva con gli artisti: Francesco Poli da Rutigliano. Perché per lui l’architettura, prima di essere un lavoro, rappresenta una vera e propria missione sociale. A cominciare dai materiali utilizzati per costruire: canne, terracruda, paglia, bambù.

Un passo oltre la bioedilizia, perché Francesco non solo realizza strutture naturali, utilizzando i materiali disponibili in loco, ma lo fa attraverso dei laboratori, in cui insegna, dice «tutto quello che ho imparato» e dove la gente coopera per realizzare la struttura. Ogni laboratorio, infatti, è una esperienza di vita oltre che professionale. Si vive, si mangia, si dorme e si lavora insieme per una settimana. «Dalla studentessa, al pensionato – spiega il giovane rutiglianese – non c’è vincolo o target di età prestabilito tra i partecipanti: sono principalmente non addetti ai lavori, che si cimentano con questa nuova esperienza. Del resto – evidenzia – non c’è soddisfazione più grande di aver realizzato qualcosa con le proprie mani». Si impara a trattare la canna: le nozioni sulla sua gestione, la coltivazione, la raccolta del materiale, per poi pulirla e classificarla. Infine si impara la costruzione a fasci e la tecnica dell’intreccio.

L'architetto Francesco Poli

Un lavoro fatto in proprio con il vantaggio, rispetto ai materiali consueti, di “portare dentro di sé il carattere ecologico all’ennesima potenza”. Le costruzioni completamente naturali hanno infatti impatto zero sull’ambiente, dal reperimento del materiale alla sua dismissione. «Il bambù e la canna comune Arundo Donax – spiega Poli – sono piante a crescita rapida e capaci di assorbire molta anidride carbonica durante il loro ciclo di vita e anche la terra cruda ha delle qualità che la collocano ai primi posti nella lista dei materiali ecologici».

Architetto e artista, perché «queste opere si avvicinano alla scultura. Quando proponiamo dei gazebo, ad esempio, li presentiamo in forme che a volte sembrano così anomale, perché non sono mai state pensate così». L’opera compiuta ha una vita minore rispetto a una realizzata con materiali “tradizionali”, ma ha un evidente vantaggio economico: «La struttura ha una durata media di cinque anni ed è inferiore rispetto a una struttura fatta ad esempio con l’acciaio, ma il risparmio a livello di costi è di almeno la metà. Il tempo di cinque anni, poi, è da intendersi senza alcun tipo di trattamento, ma oltre a poter intervenire con l’impregnante, è anche affascinante osservare come le tonalità si modifichino spontaneamente, in base alla vita naturale del materiale utilizzato».

Le nuove frontiere, però, sono costrette a scontrarsi sempre con le perplessità, innanzitutto sulla tenuta e la sicurezza. «In quanto architetto ti assumi la responsabilità in prima persona sul progetto – assicura Francesco – e i problemi possono subentrare solo se si va oltre il pergolato o la struttura ombreggiante, ma agiamo sempre in massima sicurezza: nelle fiere, ad esempio, viene richiesto che gli stand siano per forza ignifughi o una abitazione, al momento, non potrei comunque costruirla perché la normativa me lo vieta».

All’architetto, però, non mancano le idee per potenziare il mercato. «Si potrebbe puntare a utilizzare questi materiali nell’ambito della riqualificazione dei parchi naturalistici o la cura degli stabilimenti balneari – spiega – e le istituzioni dovrebbero investire su tutto il meccanismo e rilanciare la coltivazione delle canne, come avveniva in passato, perché purtroppo ora i canneti sono solo avanzi di situazioni incontrollate nei pressi di canali e fiumi».

Oltre ad alcune realtà del Nord (dove c’è però più risposta per il bambù), è in Sicilia che stanno fiorendo attività di questo tipo e una cooperativa ha anche acquisito un canneto come bene confiscato alla mafia. In Puglia, questa “visione estrema” si concretizza nel Lan, il Laboratorio architetture naturali. Ma non chiamatelo “studio dell’architetto Poli”.

Costruzione con Bambù, legno e terracruda, progetto del gruppo di lavoro AK0 – architettura a kilometro zero di Roma, coordinato dall'arch. Stefan Pollak

 

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