L’Aquila, tre anni dopo

Francesco, Eleonora, Marco, Paola, Luca e altri ancora: sono gli studenti della 5° D del Liceo “Salvemini” di Bari, che di ritorno da un viaggio di istruzione al Cern di Ginevra e ai laboratori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare del Gran Sasso, hanno fatto una breve tappa all’Aquila, luogo simbolo del sisma che alle 3,32 del 6 aprile 2009 distrusse 56 paesi abruzzesi. Ecco cosa hanno scritto per noi.

Il palazzo del Governo di L'Aquila dopo il terremoto

«Hai sentito che silenzio? Sembra che non ci sia nessuno qua intorno. Ma secondo te, ci abita ancora qualcuno qui?». E’ questo il genere di domande che circolano mentre si cammina attraverso quello che, a prima vista, sembra essere il fantasma di una città incapace di rialzarsi. E’ il 2 Marzo e percorrere quelle strade con la consapevolezza che tre anni fa gente in fuga, confusa e spaventata, le avesse percorse cercando di salvarsi la vita, crea un generale senso di angoscia. Ancora più doloroso è rendersi conto che questi tre anni non sono stati opportunamente impiegati in opere concrete di risanamento della città. O almeno questa è l’impressione che la nostra classe ha camminando lungo Corso Federico II, una strada che si incrocia con molte delle traverse che portano al centro storico della città. Oltre a interi palazzi tenuti in piedi da strutture di sostegno, infatti, ci accorgiamo che ciascuno di questi incroci è controllato da più pattuglie con il compito di limitarne l’accessibilità.

Lungo la stessa strada, l’attenzione viene catturata dalle reti che delimitano le colonne della Camera di Commercio. «Queste sono le chiavi delle nostre case, appese alle transenne come le nostre speranze», è quello che riporta l’iscrizione del cartello che spiega il valore simbolico di tutti i mazzi di chiavi lì appesi, abbandonati perché utili ormai ad aprire porte di abitazioni che non esistono più. Un’istantanea che non ha bisogno di commenti.

Giungiamo in una piazzetta, lungo viale Francesco Crispi, dove in sei o sette strutture in legno, pochi commercianti espongono quella poca merce salvata dai propri negozi, andati distrutti dopo la disgrazia.

L'interno della basilica di Santa Maria di Collemaggio

Alla Basilica di Santa Maria di Collemaggio, chiusa anch’essa come tanti altri edifici, a causa dei lavori di ristrutturazione della cupola crollata, non ci resta che tornare indietro per rifocillarci, approfittando di un chioschetto di via Crispi , per poi riprendere il viaggio. E’ qui che, nel nostro momento di pausa, ci capita di scambiare qualche parola con un anziano signore, sorpreso nel vedere una scolaresca in visita in una città così poco “attraente”, e veniamo a sapere, con un certo imbarazzo e tanta tristezza, di esserci imbattuti proprio in una delle numerose vittime del terremoto, che dal giorno della disgrazia va a piangere sulle macerie della sua vecchia abitazione.

E così, raccolta l’ennesima testimonianza sull’atrocità della vicenda, ci prepariamo al ritorno, pensando a quanto quell’avvenimento, all’epoca della cronaca, ci fosse sembrato lontano, troppo sconvolgente per crederlo reale. Invece, il dramma e il dolore che hanno travolto i luoghi e la gente coinvolta nella catastrofe, si colgono all’istante respirando l’aria e volgendo lo sguardo anche solo ad una stradina del centro storico dell’Aquila: e abbiamo pensato che, come una brutta ferita curata male, sono ancora lontani dall’essere rimossi gli effetti devastanti del terremoto diffusi in tutta la città.

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