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Lame: “Basta considerarle paesaggi di serie B!”

Ricoprono il paesaggio di Puglia in lungo e in largo, spesso mimetizzandosi all’interno dei contesti urbani e dell’ambiente marino. Sono le lame, solchi erosivi un po’ fiumi e un po’ parchi naturali. Di certo custodiscono al loro interno un patrimonio di biodiversità unico ed in continua trasformazione, tale da caratterizzare ormai da lungo tempo gli scatti più belli del paesaggio pugliese.

Scorcio della Lama San Giorgio-Giotta, edificio rupestre

É il caso delle due lame all’estremo est del barese, San Giorgio e Giotta, oggi oggetto di contese e controversie tra chi dice sì all’istituzione in loco di un’area protetta e chi rivendica il valore di rete idraulica della lama e preme per scaricarvi al suo interno reflui depurati. Se n’è discusso in un incontro nel capoluogo, promosso dall’associazione Italia Nostra con la collaborazione del Politecnico di Bari. Grande assente, per motivi contingenti, la Regione Puglia a cui, con tutta probabilità, sarebbero andati molti dei quesiti rimasti in bilico. Primo tra tutti: come considerare il territorio interessato dalle lame San Giorgio e Giotta?

La querelle è interessante e ben motivata da entrambe le parti. Nonostante l’organizzazione dei lavori protenda a difendere il ruolo delle lame quale corridoio ecologico assai ricco di biodiversità sia per flora che per fauna, gli interventi in corso d’opera ben rappresentano anche l’altra faccia della medaglia. Il prof. Nicola Martinelli, pro-rettore del Politecnico di Bari, va a centrare il problema. L’analisi dei 30mila ettari interessati dalle lame c’è stata, è vero, ma si è svolta su due livelli tra loro paralleli.

Veduta della Lama San Giorgio-Giotta

La pianificazione di bacino con il tema di gestione delle acque e la pianificazione delle aree protette sono andate così a svilupparsi verso due poli opposti. Da qui la necessità, richiamata più volte da Martinelli, di provvedere ad «un’integrazione tra le diverse forme di pianificazione» perchè «le pianificazioni non devono essere viste in modo settoriale».

In questo scenario sembra essere definita perlomeno la posizione della cittadinanza dei comuni interessati – Bari, Triggiano, Noicattàro, Rutigliano, Casamassima, Sammichele, Gioia del Colle – che non ci stanno all’idea di ospitare reflui nella lama. Nel corso dei lavori, tramite i portavoce di alcuni comitati, emergono delle criticità. La tabella 4 (allegato 5 del D.Lgs. N. 152 del 03/04/2006) che regola i limiti di emissione per i reflui e che, in estrema sintesi, ne garantisce un livello di purezza pressochè ottimale, appare un’utopia. Ecco che le popolazioni denunciano la presenza di acque “schiumose” e ben lontane da essere una risorsa idrica utile ad alimentare la falda, in un territorio che da sempre lamenta il problema della scarsità d’acqua.

Tor delle Monache, agro di Triggiano (Ba)

Una situazione che prospetta una messa in pericolo non tollerabile per una zona come quella delle lame San Giorgio e Giotta, polmoni verdi per la Terra di Bari. Un territorio talmente ricco e complesso da essere definito come “paesaggio nel paesaggio”. Per questi motivi ci si domanda: «La presenza di acque nelle lame: quali implicazioni può avere?». É il quesito posto in essere dalla prof.ssa Mariavaleria Mininni, docente di urbanistica presso l’Università della Basilicata nonché autrice di uno studio dettagliato, relativo all’ipotesi di perimetrazione dell’Area Naturale Protetta di Lama San Giorgio e Lama Giotta. L’esperta vede nell’idea di riconsiderare la lama come rete idraulica un valore «implicante sulle funzioni ecologiche». Oltre a rappresentare un habitat per complesse comunità vegetali ed animali, è messa in evidenza la presenza di un importante patrimonio di beni culturali, tra insediamenti storici e aree archeologiche nonché masserie diffuse nella zona. Inoltre va considerata anche la forte antropizzazione che questi territori hanno subito e che, anche in maniera indiscriminata, per forza di cose ha cambiato radicalmente i profili delle lame. Si pensi alla massiccia presenza di capannoni per la coltivazione di uva da tavola, ma anche di cave per attività estrattive.

Roverella (Quercus pubescens), Lama San Giorgio-Giotta

«É il rapporto con il territorio che deve spingerci a difenderlo», sottolinea Salvatore Bonomo, Soprintendente ai beni architettonici e paesaggistici per le province di Bari, Bat e Foggia. Il richiamo all’idea di paesaggio come identità è forte. Un sentimento che sembra essere ben radicato nelle popolazioni del sud est barese che si stanno opponendo con forza alla prospettiva di usare la lama per confluire reflui, a difesa della realizzazione di un’area protetta. Così dicono “No” anche alla proposta di costruire un corso artificiale – in calcestruzzo, secondo quanto emerso dal dibattito – all’interno dell’alveo della lama, per limitare gli sversamenti dei reflui e poi lasciarli confluire verso il mare. Una difesa che si rifà a tradizioni antiche, evidenzia la prof.ssa Mininni, e che attraverso toponimi, feste, usanze, testimonia una storia legata a quelle lame. «Una sapienza da cui abbiamo tutto da imparare e che andrebbe riutilizzata in tempi contemporanei». Questo l’auspicio dell’esperta, un monito che rimanda agli ideali del buon senso e del rispetto per l’ambiente. Un’eco, si spera, che possa essere quanto prima condivisa.

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