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Lambro, chi pagherà?

È una zona grigia quella che sta alle spalle del recente “disastro del Lambro”. Un territorio, a detta di alcuni, composto da interessi economici, imperizia, assenza della politica e una legislazione piuttosto debole che consente molte vie di fuga o blande punizioni a chi commette reati ambientali.
I fatti – Alle 3.30 del 24 febbraio un mix di oltre 2.500 metri cubi di oli combustibili finisce nelle fogne del comune di Villasanta (Monza). Da qui percorre oltre 6 Km e raggiunge il depuratore di San Rocco, impianto creato per la raccolta delle acque reflue della città e della provincia. Qui i tecnici si accorgono dell’imminente catastrofe e riescono a fermare parte dell’inquinante – circa il 70% -. I tecnici di BrianzaAcque risalgono subito alla fonte del disastro e chiedono conto alla Lombarda Petroli, azienda di proprietà di Giuseppe Tagliabue, di effettuare le verifiche. Qui succede però il primo fatto curioso. Lombarda Petroli non dà infatti l’autorizzazione al sopralluogo da parte dei responsabili di BrianzaAcque e questi ultimi sono così costretti a chiamare i carabinieri. Solo l’arrivo dei militari consente l’ispezione e le conseguenti azioni legali.

alcune fasi delle operazioni di "salvataggio" del Lambro

alcune fasi delle operazioni di "salvataggio" del Lambro - foto: Andrea Canali

Ponte via Dezza chiuso per le operazioni di aspirazione dei liquidi sversati

Ponte via Dezza chiuso per le operazioni di aspirazione dei liquidi sversati - foto: Andrea Canali

 

 

 

 

 

 

 

Le responsabilità – Intanto la “marea nera” prosegue la sua corsa, arriva a Milano, nel parco Lambro, lo supera e scende verso la bassa finendo nel Po. A monte intanto iniziano le indagini, coordinate dalla dottoressa Gambardella, magistrato della Procura di Monza, che apre un fascicolo a carico d’ignoti per disastro ambientale, imitata qualche giorno dopo dalla procura di Lodi.
Le ipotesi nelle primissime ore sono le più svariate: si va dal gesto di un folle alla vendetta di qualche operaio lasciato a casa o di un concorrente, dalla possibilità che si sia voluto “affrettare” il processo di bonifica del sito per poi procedere alla sua vendita, alla decisione di dare una lezione a chi stava per tradire l’accordo stesso di cessione dell’area. Di lunedì 1 marzo è invece la notizia che la procura monzese ha iscritto nel registro degli indagati proprio il proprietario della Lombarda, per violazione della legge Seveso-ter. Secondo quanto previsto dalla normativa infatti nei depositi non avrebbero potuto essere stoccati più di 2.500 metri cubi di materiale: i liquidi invece erano ben superiori al consentito. Inoltre in queste ore gli inquirenti sono alla caccia di chi materialmente ha consentito la fuoriuscita del combustile. Per questo si stanno interrogando operai e tecnici dell’azienda.

Operazioni di pulitura del fiume Lambro dai liquidi inquinanti sversati

Operazioni di pulitura del fiume Lambro dai liquidi inquinanti sversati - foto: Andrea Canali

I retroscena – Per capire un po’ meglio la vicenda però occorre fare un paio di passi indietro. Il primo riguarda l’area prospiciente l’attuale deposito di via Caravaggio 12. Su quel terreno, 309mila mq di proprietà dei fratelli Addamiano e ceduta proprio dai Tagliabue, è in gioco una partita da mezzo miliardo di euro. Si tratta del progetto Ecocity, un ambizioso piano di recupero che dovrebbe portare alla realizzazione di insediamenti commerciali, residenziali, produttivi e direzionali. Inoltre qualche giorno prima del fatto il Parlamento ha approvato, modificando la legge 152/2006, una sostanziale depenalizzazione per chi sversa nei fiumi sostanze pericolose.

Altre operazioni di pulitura svolte dalla Protezione Civile

Altre operazioni di pulitura svolte dalla Protezione Civile - foto: Andrea Canali

«La nostra normativa per quello che riguarda i reati ambientali – spiegano i tecnici di Legambiente di Milano – è piuttosto inefficace. Inoltre mancano veri strumenti investigativi che consentano, di perseguire efficacemente i colpevoli e indurli a non commettere simili reati». Fatti due conti insomma, qualcuno potrebbe dedurre che spesso conviene sversare nel Lambro piuttosto che smaltire correttamente; in fondo si rischiano dai 2 ai 3 anni di reclusione e poche migliaia di euro di sanzione, se non arriva prima la prescrizione a vanificare tutto. «In questi anni – concludono da Legambiente – sono molti i procedimenti finiti in questo modo». Quindi l’ipotesi che ci sia stata intenzionalità nel disastro, un dolo procurato per smaltire in fretta e vendere poi l’area agli Addamiano o a un loro concorrente (da qui l’ulteriore congettura che per impedire la vendita si sia proceduto a una vendetta) è quella attualmente al vaglio degli inquirenti.
Cosa rimane di questa vicenda? – «Un simile fatto – ha commentato Natale Ripamonti, ex senatore dei Verdi – ha messo in luce l’inadeguatezza della nostra normativa e ha pregiudicato l’importante lavoro che si era cominciato a fare proprio sul Lambro, un processo che aveva riportato un po’ di vita sul fiume e che ora non sapremo quale sorte subirà».

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