La sostenibilità è moda? Come riprendersi il mercato dopo il covid

L'industria della moda è sostenibile? L'emergenza covid ha reso più consapevole il settore: servono più investimenti nel green e nella digitalizzazione

Ecosostenibilità e digitale sono le strade su cui il settore moda deve puntare per rimettersi in moto dopo l’emergenza covid

Dai vestiti a noleggio e una piattaforma e-commerce per vendere comprare abiti usati passando per la “moda etica” e sempre più green: vi proponiamo un percorso – che assomiglia di più a una sfida-  che il settore moda è chiamato ad affrontare. Un cambio di prospettiva che vede la pandemia non solo come la causa della perdita di milardi di fatturato, ma anche come un impulso, e per certi aspetti un’accelerata, all’innovazione dell’intero comparto.

Fisico e digitale: il nuovo modo di fare network

A livello globale il settore moda ha subìto un pesante colpo sia dal primo lockdown sia dalle riaperture a singhiozzo concesse dai vari governi. 15 i miliardi di merce ferma dopo la riapertura. Tuttavia, gli agenti hanno permesso di ricollocare in parte tale merce rimettendo in moto il sistema, vitale per l’intera economia.

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Da dove ripartire quindi? Gli esperti del settore non hanno dubbi: dall’ecosostenibilità e dal digitale, come ha sottolineato Giorgio Magello Mantovani, presidente di Niam – Nazionale Italiana Agenti Moda, l’associazione che raccoglie oltre 800 agenti, durante il White Milano, il salone più importante dedicato al fashion che si è svolto a settembre.

«All’indomani del lockdown in Italia si è ampliata la forbice tra i prodotti di bassa fascia e quelli di lusso. Questi ultimi hanno subito un pesante stop; non così gli altri che, visti anche i problemi economici, hanno registrato una pronta ripresa. La sfida è però sul prodotto premium: siamo davanti a uno stacco generazionale. Le nuove fasce di clienti pongono attenzione alla sostenibilità e, in un rapporto corretto di qualità-prezzo, privilegiano i temi ecologici» ha detto Mantovani.

E a proposito di digitalizzazione dei processi, invece, Alessio Badia, tra i maggiori esperti in Italia che ha seguito il progetto phygital di White Milano, ha dichiarato è un’ottima strada per superare le distanze imposte dal covid. «Arrivare a coinvolgere i buyer di Londra, Parigi, Singapore, New York e portarli tutti a Milano. Nell’impossibilità di farlo fisicamente, il digitale è la strada da percorrere, con set virtuali e digital room per raccontare le collezioni e una piattaforma web che permette non solo le attività di networking, ma anche la gestione di ordini B2B in tempo reale».

Moda e tessile “vestono” green

Per i big della moda, della vendita al dettaglio e del tessile la sostenibilità è fondamentale per la sopravvivenza del business. È quanto emerge da una ricerca effettuata negli ultimi mesi da Economist Intelligence Unit (EIU), basata su interviste a marchi leader come Adidas, H&M e Puma. Il report dal titolo “La sostenibilità è di moda?” è arrivato in un momento in cui l’industria si trova di fronte ad un bivio: decidere se continuare a investire nella sostenibilità o tornare sui propri passi.

La maggior parte dei top manager della moda, della vendita al dettaglio e del tessile intervistati (60%), ha individuato la svolta sostenibile come uno dei due principali obiettivi strategici per la propria attività, seconda solo al miglioramento della soddisfazione dei clienti (64%). Ma come?

–  Con l’approvvigionamento di materie prime prodotte in modo sostenibile

– Con un approccio basato su economia circolare e riduzione dei gas serra

– Con nuove tecnologie come la stampa 3D e la blockchain

Una strada non semplice da praticare e che richiede nuove competenze specialistiche. È di giugno uno studio effettuato da Cikis, società di consulenza sulla sostenibilità, dal quale emerge che il 39% delle aziende della moda ha competenze tecniche minime per mettere in pratica azioni di sostenibilità.

Comprare e vendere usato tra i comportamenti sostenibili degli italiani

Raccogliere e vendere capi usati di qualità per ridurre i consumi della moda e favorire uno sviluppo sostenibile e solidale. Sono gli obiettivi di Clothest, una nuova piattaforma e-commerce e no-profit di abiti e accessori di seconda mano del lusso.

“Non è marketing. Non è green-washing, è quello in cui crediamo ed è per questo che siamo diversi” è lo slogan di Clothest. Scegliere in modo responsabile per l’ambiente, comprare un abito usato invece di uno nuovo è un gesto semplice ed efficace, che aiuta a ridurre gli sprechi causati dal mondo della moda. Un modo per contribuire a rendere l’economia più circolare.

Nello specifico, secondo i dati dell’osservatorio Second Hand Economy, condotto da BVA Doxa, l’economia “di seconda mano” comincia a prendere piede anche in Italia. Comprare e vendere usato si colloca al quarto posto tra i comportamenti sostenibili più diffusi tra gli italiani.

 Clothest raccoglie e vende abiti usati di brand del lusso per finanziare i progetti di assistenza della Casa Famiglia Caritas di Montevarchi, che aiuta circa 200 persone all’anno, con ospitalità per 40 persone mista tra residenze stazionarie e temporanee.

 «Il digitale abilita opportunità, non è un nemico da combattere», ha sottolineato Enrica GnoniCeo e fondatrice di b2commerce, che ha curato la progettazione della piattaforma ecommerce. «La nostra vita, da consumatori, è ormai molto più digitale che reale, non ha senso combattere il cambiamento, impegniamoci invece a renderlo sostenibile per tutti».

Abiti e accessori a noleggio: una soluzione dopo il coronavirus

L’economia mondiale ha subìto una battuta d’arresto a causa della pandemia. Secondo gli esperti  per il settore della moda la strada da seguire per rimettersi in careggiata sarà quella del fashion reting, o più comunemente nota come la pratica di noleggio di abiti e accessori. L’obiettivo: tutelare la salute dei consumatori e aiutare i brand a risollevarsi. Come? Con la spedizione di capi disinfettati direttamente a casa evitando le lunghe code fuori dai negozi, a prezzi contenuti e con un’attenzione particolare all’ambiente.

Fashion reting: una pratica diffusa oltreoceano che sta prendendo piede anche in Italia

Grazie al noleggio, infatti, è possibile ricevere capi sicuri e disinfettati direttamente a casa, evitando le code dei negozi che si vedranno costretti a contingentare l’afflusso dei clienti per tutelarne la salute.

Ecco 5 motivi per i quali il fashion renting può essere la soluzione per il post coronavirus:

  • Il lavaggio in tintorie specializzate certifica la sicurezza dei capi noleggiati
  • Libera dalla preoccupazione di lavare e disinfettare i vestiti a casa
  • Consente di ridurre le spese, garantendo prezzi contenuti
  • Contribuisce a far sì che il futuro della moda sia più green
  • Permette ai brand, tanto a quelli affermati quando a quelli emergenti, di dare nuova vita ai capi invenduti della collezione primavera/estate 2020

Il fashion renting rappresenta quindi una valida alternativa anche per i brand, che potranno vendere i capi della collezione estiva 2020 ai “fashion renter”, un modo per non cedere a politiche di sconto eccessive o, addirittura, alla distruzione di interi stock. Gran parte di questi abiti, infatti, è rimasta nei magazzini senza poter arrivare nelle vetrine in Italia e in gran parte del mondo a causa del lockdown, ed è così che oggi i brand si trovano a fare i conti con enormi quantità di capi invenduti. Il pericolo potrebbe essere una corsa al ribasso dei prezzi, una logica particolarmente pericolosa per il segmento del lusso poiché si scontra con la necessità di preservare la propria immagine.

Infine, scegliere il noleggio significa fare una scelta consapevole, contribuendo a salvare un Pianeta messo a dura prova dallo spreco di materiale tessile e dall’inquinamento prodotto da questa industria: basti pensare che il 35% delle microplastiche presenti nell’oceano arriva dalle fibre sintetiche di vestiti abbandonati, come ha spiegato The Guardian.

La moda etica di Quid a zero emissioni di C02

Metti un’azienda, con esperienza ventennale nel campo efficienza energetica, e un’impresa sociale che vanta la collaborazione di noti brand del mondo della moda: il risultato sarà una spinta verso la sostenibilità ambientale. Proprio come è accaduto tra AlperiaBartucci e l’impresa sociale Quid (Verona) per garantire l’annullamento delle emissioni di anidride carbonica.

Secondo uno studio di Global Fashion Agenda, infatti, il 10% delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera è legato al mondo della moda. Emissioni che sono destinate ad aumentare del 50% entro il 2030 se non si correrà ai ripari. Per questo molti brand negli ultimi anni hanno deciso di lanciare dei progetti che vanno nella direzione della carbon neutrality, ossia dell’azzeramento del rilascio di CO2 nell’atmosfera.

Una nuova sfida, dunque, per il progetto Quid nato nel 2012 con l’obiettivo di rendere possibile il reinserimento lavorativo di donne con trascorsi difficili. Fine sociale ed ambientale vanno di pari passo.

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