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La riscossa del “vicinato solidale”

Bologna, Via Fondazza

Dal virtuale al reale al virtuoso. È nata così, esattamente un anno fa, l’esperienza innovativa delle social street. L’iniziativa è partita a Bologna il 4 settembre 2013, quando, in un giorno come tanti, Federico Bastiani, un cittadino come tanti, ha realizzato di non sapere nulla delle persone che vivono nel suo stesso quartiere e, deciso ad aiutare il figlio a trovare compagni di gioco, si è rivolto a facebook, la piattaforma sociale per eccellenza. Qui ha creato un gruppo, “Residenti in Via Fondazza Bologna”, con lo scopo di riunire tutti gli abitanti della sua strada. Nel giro di pochi giorni le iscrizioni sono aumentate rapidamente e, ben presto, i più curiosi hanno suggerito di incontrarsi. Da quel momento, gli incontri si sono ripetuti sempre più frequenti, diventando momenti stimolanti di creatività, dialogo e condivisione e, attorno ad essi, hanno preso il via innumerevoli iniziative finalizzate a socializzare tra vicini, instaurare relazioni, condividere necessità, scambiarsi informazioni e professionalità.

Bologna: obiettivo di Via Fondazza social street socializzare tra vicini, instaurare relazioni, condividere necessità , scambiare informazioni e professionalità

Fino al punto di provare a proporre e portare avanti progetti collettivi di interesse comune, rivitalizzando strade e quartieri e traendo tutti i benefici (sociali, economici, culturali) che derivano da una maggiore interazione sociale. Nei mesi seguenti, l’esperienza delle social street, queste comunità di vicinato informali nate sul web e poi aggregatesi intorno a progetti e iniziative reali, si è diffusa a macchia d’olio in molte altre città italiane, da Bologna (dove ormai se ne contano oltre cinquanta) a Milano, da Ancona a numerosi centri di piccole e medie dimensioni dell’Emilia e della Lombardia, dove il fenomeno sta avendo un boom del tutto inaspettato.

«All’inizio – ricorda Bastiani – dicevo che mi sarebbe piaciuto che il nostro esperimento si diffondesse in tutta Bologna». Ora, ad appena un anno di distanza, le social street mappate in Italia sono circa duecentosessanta e l’esperienza di via Fondazza sta facendo scuola anche oltre i confini nazionali, con i primi gruppi di vicinato virtuale che stanno nascendo a Dortmund in Germania e persino a Santiago del Cile.

Un’idea talmente semplice da diventare rivoluzionaria – L’iter per costituire una comunità di vicinato è estremamente semplice. Gli abitanti di una stessa strada, di una piazza, di un quartiere creano un gruppo chiuso su facebook, avendo anche la possibilità di affiliarsi a costo zero alla rete nazionale nata intorno al portale socialstreet.it (il sito curato da Bastiani che mappa tutte le esperienze e offre consigli ai nuovi arrivati). Il passo successivo è quello di pubblicizzare il più possibile l’iniziativa in modo da incrementare il numero degli iscritti e poi, una volta accordatisi su finalità e obiettivi del gruppo, non resta che incontrarsi dal vivo, conoscersi, socializzare, dandosi una mano e condividendo progetti nella vita reale. In molte strade sono nati veri e propri appuntamenti fissi: dall’aperitivo settimanale, al corso di cucina, alla partita di calcetto. E, soprattutto, c’è la possibilità di aiutarsi a vicenda, magari scambiandosi oggetti, libri, favori, consigli.

Bologna: la rete di solidarietà di Via Fondazza social street non va in vacanza neppure d’estate

Una rete di solidarietà che non va in vacanza nemmeno d’estate: anzi, durante il mese di agosto, con le città semi-deserte, le “comunità di via” si sono rivelate come il migliore antidoto alla solitudine e alla noia estiva, coinvolgendo chi restava in città in gite in bicicletta, anguriate in strada, cene di quartiere e attività di booksharing e offrendo a chi partiva per le ferie la possibilità di contare su qualche vicino per tenere il gatto o innaffiare le piante. In più di un caso, ad esempio a Lodi e a Mantova, i gruppi di vicinato si sono lanciati in progetti ancora più ambiziosi, avviando inedite collaborazioni con i Comuni per rivitalizzare strade e quartieri, sistemare giardinetti e aree verdi, creare piccoli orti urbani e ritinteggiare le bacheche comunali oppure hanno organizzato vere e proprie “spedizioni fotografiche”, nell’intento di dar vita ad una “mappa della memoria”, una sorta di archivio condiviso di immagini e testimonianze per ripercorrere cambiamenti ed evoluzioni dell’assetto urbanistico e della socialità del quartiere.

Comune denominatore di tutte queste iniziative è l’idea che per uscire dalla crisi serva un motore interno, la riscoperta di quello che viene comunemente definito il “capitale sociale”, ovvero «la fiducia, la cortesia, le relazioni, il senso civico, la giustizia, la solidarietà; ma anche le strade, le piazze, l’ambiente, la gestione dei rifiuti. Insomma, tutti quei beni comuni la cui valorizzazione rende più leggera la vita quotidiana, migliora la città, crea felicità». È il cosiddetto Bes, l’indicatore del benessere, che soppianta il Pil, crea valore economico, intesse legami, restituisce prospettive. E in questo progetto ambizioso e lungimirante, essenziale diventa anche il contributo delle nuove tecnologie, di quegli stessi social network che spesso sono considerati l’anticamera della solitudine, ma che, se utilizzati in modo innovativo e intelligente, possono divenire culla della condivisione di buone pratiche e di un ritorno alla socialità.

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