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La pubblicità inquina? Allora inquiniamo la pubblicità!

Nel 2004 Paul Ariès, uno dei padri fondatori del pensiero della decrescita, scriveva nel suo Petit manuel anti-pubche la pubblicità, anche la più ingenua come quella dei detersivi, non solo trasformerebbe il nostro modo di pensare e di vivere, ma sarebbe colpevole del reato più sottile. “La pubblicità inquina i nostri sogni”, tuonava Ariès contro i cartelloni, vettori di una ”immondializzazione” intesa come corruzione sia dello spazio pubblico sia della mentalità individuale e collettiva, poiché espressione di valori sulfurei: solo per citarne alcuni, supremazia del denaro, possesso, competizione, legge del più forte, rapporti di dominazione tra classi e generi, mercificazione del corpo, oggettivazione sessuale.

Secondo i Déboulloneurs, 50x70 è la dimensione massima tollerabile per le affissioni

Life is short: go shopping –  Così, di fatto, ci sussurrano le réclame sospese a ogni angolo della nostra esistenza. Sull’onda delle correnti del pensiero “pubblifobico”, diversi movimenti intellettuali ed artistici denunciano l’incalzante assedio mediatico che istiga al consumismo sfrenato ed è responsabile di più forme d’inquinamento. In Francia, ad esempio, dove secondo alcuni studi se ne tollera sempre meno l’invasività, sono nati diversi collettivi impegnati in una tambureggiante campagna nazionale di disobbedienza civile non violenta contro il sistema pubblicitario.Giù dal piedistallo – Nato a Parigi nel 2005 il collettivo Les Déboulloneurs” (sbullonatori, così si potrebbe tradurre il loro nome), è tra i più attivi promotori di azioni mirate a smontare, anche in senso simbolico, i pannelli pubblicitari. Tra loro ingegneri, professori, imprenditori, artisti, operai, studenti. Les Déboulloneursoggi contano su una rete organizzata in tutta la Francia che, grazie al tam tam comunicativo delle loro azioni ed alla risonanza mediatica, fanno parlare di sé fin dentro le stanze dei Tribunali.

"Fate l'amore non le boutiques": un messaggio simbolico contro il consumismo

Un curriculum con ben diciotto processi e qualche multa ancora non troppo salata. L’ultimo recentissimo, appena lo scorso 8 ottobre. «Questo però è il primo processo per degrado di schermi pubblicitari nelle metropolitane», dichiara Antonin Moulart, uscendo dall’aula del Tribunale con un grande sorriso. Membro del collettivo da due anni, studente di sociologia politica, è uno dei sei attivisti denunciati. «Ogni volta che entriamo in Tribunale è già una mezza vittoria – racconta Antonin – perché possiamo denunciare pubblicamente nelle sedi legali l’inquinamento ambientale e visivo della pubblicità, gli effetti di distrazione, soverchiamento oppressivo e manipolazione mentale che ne derivano. Per noi, questo è poi un processo particolarmente importante.Oggi gli schermi pubblicitari, i pannelli luminosi animati e l’arredo urbano intelligente sono i più pericolosi supporti della comunicazione pubblicitaria. Dietro il loro funzionamento, c’è una manipolazione psico-tecnologica continua per influenzare la società, ma non solo: sono altamente energivori, e quindi anti-ecologici per eccellenza, poiché impongono uno spreco smisurato di risorse, con costi che gravano sulla collettività».

Attivisti travestiti da clown boicottano i pannelli pubblicitari nelle metropolitane

Il fine che giustifica i mezzi – Armati di scale, bombolette e carta adesiva, i Déboulloneurs si muovono ed agiscono pubblicamente ed a volto scoperto. Sotto gli occhi dei passanti e delle forze dell’ordine deturpano i pannelli affissi negli spazi della metropolitana, sviliscono le gigantografie, degradandole con messaggi che rompono lo schema stesso della pubblicità. Se il metodo potrebbe forse essere opinabile per alcuni, l’obiettivo però è indubbiamente nobile. «Noi non chiediamo la soppressione della pubblicità ma desideriamo ridurla a ciò che è: un semplice strumento informativo, da cui abbiamo il diritto di sottrarci visivamente. Pretendiamo che si apra un dibattito nazionale sul ruolo della pubblicità nello spazio pubblico, per giungere ad una modifica della legge sulle affissioni pubblicitarie. La nostra proposta è una riduzione della misura dei cartelloni che attualmente giganteggiano per le strade e nelle metropolitane ad una taglia più umana: 50 x 70, come quella concessa alle attività non commerciali», spiega ancora Antonin. «Noi ci assumiamo davanti alla legge la responsabilità delle nostre azioni tese a sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti subdoli dei messaggi pubblicitari, perché vogliamo portare il potere pubblico a far rispettare la legge proprio nelle sedi decisionali, nell’interesse della collettività». Non stupisce allora che i Débulloneurs trovino consenso tra movimenti politici ecologisti ed intellettuali di fama. Anche Serge Latouche, noto economista della decrescita, è stato tra i testimoni in uno dei passati processi, argomentando come le azioni del collettivo siano una legittima risposta all’aggressione pubblicitaria per frenare l’impatto sociale dell’alienazione consumista indotta dall’eccesso di pubblicità nell’ambiente.

Un dibattito che presto potrebbe seguire lo stesso destino anche in Italia?

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