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La Grande Muraglia Verde del Sahara

Le operazioni di riqualificazione del territorio sono sempre state complesse, e sebbene sia più semplice se circoscritta a un edificio o un giardino, molto più ardua sembra l’impresa se l’obiettivo è restituire un po’ di verde al grande deserto del Sahara. Ovviamente non su tutto il deserto, però una porzione di terra sì, tanto da dare il nome di “Grande Muraglia Verde“.

Contro la desertificazione hanno aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite i Capi di Stato e i ministri degli undici Paesi dell’Africa sub-sahariana

Un’iniziativa ONU – L’impoverimento del suolo per cattiva gestione del terreno e per siccità – da non confondere con l’avanzamento della desertificazione, che ha altri aspetti geologici e naturali – sta condizionando la qualità della vita e quella alimentare degli indigeni. Per questo motivo la proposta lanciata dall’ONU, già in occasione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione tenutasi a Bonn ad inizio 2011, ha registrato la collaborazione dei Capi di Stato e dei ministri degli undici Paesi dell’Africa sub-sahariana, dal Gibuti fino al Senegal, attraversando Eritrea, Niger, Nigeria, Burkina Faso, Sudan, Mali, Mauritania, Etiopia e Ciad. Dopo un anno di pianificazione ed organizzazione dei lavori, sono stati mossi fisicamente i primi passi: la Grande Muraglia Verde – per la cui realizzazione sono stati stanziati dei finanziamenti dalla Banca Mondiale e da altre partnership dell’Unione Africana per circa 2 miliardi di dollari – secondo le previsione sarà lunga circa 7.775 chilometri e larga 15.

Sui terreni sottoposti a desertificazione vivono attualmente circa cinquecento milioni di persone

Una prospettiva a 360 gradi – Sarebbe sbagliato – tuttavia – pensare che si tratti esclusivamente di un rinverdimento di alcuni tratti del deserto; dietro questa operazione c’è un progetto politico, economico/sociale ed ambientale ben più ampio. Politico perché, sebbene – come dichiarato da J-M. Sinnassamy, esponente del Global Environment Facility – «ogni Paese partecipante ha i propri obiettivi individuali che comprendono la riduzione dell’erosione, la diversificazione del reddito, aumentando la resa delle colture e migliorando la fertilità del suolo», è altresì vero che c’è una comunità di intenti tra i vari leader politici per portare avanti, congiuntamente, questo grande progetto. Sociale, perché sui terreni sottoposti a desertificazione vivono attualmente circa cinquecento milioni di persone con tutte le conseguenze del caso; inoltre, tale operazione sta offrendo lavoro a moltissimi abitanti in loco, riducendone la condizione di miseria e, ovviamente, migliorandone la condizione economica, che in certi contesti diventa inversamente proporzionale al terrorismo e agli estremismi politici. Ambientale, perché non è solo un “impiantamento” di alberi e arbusti autoctoni, ma il bisogno e la volontà di «ottimizzare la qualità del suolo, migliorare la resa delle colture e, a sua volta, la produzione agricola». Un esempio? La piantagione degli alberi da frutto aiuterà a combattere la malnutrizione nelle aree rurali.

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