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La Città Resiliente – 2a parte

Vivere la realtà ambientale nell’orbita della resilienza significa, innanzitutto, convincersi che qualsiasi sforzo o progettazione tesi a ripristinare le condizioni di partenza del sistema sociale, non potranno dimostrarsi mai efficaci. Una comunità che pretenda di riportare indietro le lancette dell’orologio della propria storia coltiva illusioni pericolose, oltre che errate.

Invece è sicuramente positivo provare a gestire la vulnerabilità del contesto ambientale attraverso la ricerca di soluzioni nuove ai problemi di sempre. Nella società dell’incertezza non è poco, se è vero che la percezione della direzione di marcia e la qualità del percorso contano quanto è più del raggiungimento del traguardo.

Il percorso virtuoso della città resiliente è però possibile, se si tiene debitamente conto di alcuni passaggi fondamentali. Il migliore punto di partenza – fermo restando che in una logica di circolarità è comunque vero che ogni elemento può rappresentare un avvio più o meno funzionale ai bisogni della comunità sociale – è dato dalla conoscenza non superficiale e non pregiudiziale degli elementi e dei processi che partecipano alla strutturazione della vita urbana. Il bisogno di conoscenza è, in questo caso, una forma di autoriflessività, ma anche frutto dell’attitudine a guardare la realtà circostante in modo cordiale.

Dalla conoscenza si genera l’azione: la capacità di sviluppare iniziative concrete di gestione del cambiamento, ma ancor più la voglia di maturare a livello comunitario la competenza dell’autoimprenditorialità sociale. Non è un dato scontato, questo, soprattutto laddove – come ad esempio nel Meridione – ci si è da troppo tempo abituati ad una modernizzazione senza sviluppo, ad una cittadinanza che conserva intatto nel suo dna la condizione di una sudditanza civile.

Lo spirito di iniziativa porta a produrre innovazione che non è la realizzazione a tutti i costi di novità, ma la capacità di promuovere esperienze e processi qualitativamente migliori e non soltanto diversi rispetto a ciò che è già consolidato. Questo significa anche una rivisitazione intelligente della tradizione, per far tesoro dei giacimenti di senso che ogni comunità sociale ha accumulato nel tempo come ragione del suo modo di essere e di regolare la convivenza.

Solo in questo modo è possibile il passaggio successivo, dall’innovazione alla cooperazione; i cambiamenti non condivisi non si riveleranno mai efficaci e durevoli, ma si trasformeranno presto in ulteriori problemi e conflitti sociali.

Nel pensare e nel fare insieme la resilienza genera ulteriori forme di apprendimento, che possono dare vita ad un percorso di formazione permanente della cittadinanza e tenere insieme le generazioni nel cammino di trasformazione della convivenza urbana.

In questo itinerario, diventa possibile un passaggio strategico fondamentale dalle pratiche sociali di emergenza alla politica della prevenzione. Si tratta di predisporre interventi che possano garantire un ritmo fisiologico dei processi sociali, riducendo le aree in cui si sviluppano le patologie della città (marginalità ed esclusione di particolari gruppi, gestione degli immigrati, fenomeni di inquinamento o di crisi delle risorse ambientali, drammatici squilibri economici e produttivi…).

Il governo della città, se caratterizzato dalle strategie della resilienza, non azzera i suoi problemi, ma li rende gestibili perché ricadenti in una situazione di responsabilità diffusa, che viene comunque garantita da un sistema efficiente di ruoli e funzioni gestionali. Questi però non derivano da deleghe in bianco o da arroccamenti di potere – come spesso accade oggi -, ma sono legati e orientati da una elaborazione culturale, che alimenta un’etica della città.

Per realizzare il percorso virtuoso della resilienza, occorre abituarsi a pensare che non rappresenta un’utopia sociale confinata a poche realtà o affidata ad amministratori particolarmente illuminati. Esso è molto più a portata di mano di quanto non si creda ed è sperimentato in vari contesti urbani con forme più o meno mature di progettazione e di intervento. Quel che manca alla sua estensione e radicamento, è piuttosto la carenza di comunità sociali che ordinariamente partecipano al cambiamento urbano.

Per questo la cultura della resilienza ha bisogno di un sostegno pedagogico, di processi educativi permanenti, che coinvolgano tutte le agenzie formative (dalle famiglie alle scuole, dalle associazioni alle parrocchie). Sarà bene investire su questo nel prossimo futuro, se davvero si vuole innescare e consolidare l’esperienza della città resiliente.

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