Ipocrisia al Word Economic Forum: la denuncia di Greenpeace

Davos, rapporto ong, banche e assicurazioni colpevoli della crisi climatica

L’organizzazione non governativa contro banche e lobby che dicono di fare il bene del Pianeta ma in realtà fanno affari con le industrie dei carboni fossili

“Il settore finanziario deve essere al centro del cambiamento climatico”. Inzia così il nuovo rapporto di Greenpeace International, “It’s the finance sectore, stupid”, a conclusione del Word Economic Forum 2021, che si è svolto dal 25 al 29 gennaio, a Davos (Svizzera).

La finanza al centro del cambiamento climatico, dunque, e non il contrario. Il rapporto parla chiaro e senza troppi giri di parole colpisce al cuore denunciando l’ipocrisia di certe banche, assicurazioni, lobby che si nascondono dietro a slogan a favore di clima e ambiente, mentre non fanno nulla per “nascondere” i propri investimenti nell’industria dei combustibili fossili: 1,400 miliardi di dollari per la precisione.

A Davos erano presenti anche cinque compagnie assicurative che basano i loro affari su investimenti a copertura di impianti e infrastrutture legate al carbone, il peggior combustibile fossile. Il tutto contro gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. In sostanza il rapporto di Greenpeace denuncia come venga “tradito”, sia da un punto di vista ambientale sia economico, l’obiettivo degli incontri internazionali come quelli di Davos, e cioè di migliorare il mondo in cui viviamo. E di consegnarlo nel modo migliore alle generazioni che verranno.

Investiti 1.400 miliardi nell’industria dei combustibili fossili

«Le banche, i fondi pensione e le assicurazioni riuniti a Davos sono colpevoli per l’emergenza climatica. Nonostante i numerosi avvertimenti sia dal punto di vista ambientale che economico, questi colossi stanno alimentando un’altra crisi finanziaria globale continuando a sostenere l’industria dei combustibili fossili», ha affermato Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. «Sono semplicemente degli ipocriti: dicono di voler salvare il Pianeta ma lo stanno uccidendo per fare profitti».

La denuncia dell’organizzazione non governativa non si ferma qui: dalla firma dell’Accordo di Parigi (dicembre 2015) fino al 2018, è emerso che ben 24 banche che hanno partecipato al Forum dell’economia mondiale, hanno finanziato l’industria dei combustibili fossili per un valore di circa 1.400 miliardi di dollari, come già anticipato. Cifra che equivale al patrimonio complessivo dei 3,8 miliardi di persone più povere del Pianeta nel 2018.

“Se un settore non è assicurabile, non è neppure finanziabile”, ha sottolineato Greenpeace. AIG, ad esempio, è considerata la peggiore compagnia nel settore assicurativo, “dato il suo supporto a un nuovo progetto condotto in Australia dal gigante del carbone Adani, nel cui finanziamento è in parte coinvolta anche la banca italiana Intesa Sanpaolo”.

«Occorre dunque cambiare atteggiamento e smetterla con i falsi annunci (…). Siamo in emergenza climatica e non ci sarà economia su un Pianeta morto», ha chiosato il direttore esecutivo di Greenpeace.

Manager italiani consapevoli? Il rapporto Deloitte

Durante il forum a Davos è stato presentato anche uno studio sulla consapevolezza dei rischi del cambiamento climatico da parte dei manager italiani. Il rapporto “Resilience Report 2021” porta la firma di Deloitte, azienda di servizi, revisioni e consulenze.

Lo studio. Cambiamento climatico: priorità per i manager italiani. Seguono sanità e lavoro

Il 52% dei manager italiani indica il tema ambientale come “la più rilevante questione sociale da affrontare per le aziende nei prossimi anni”. A dirlo è Fabio Pompei, ceo di Deloitte Italia. Inoltre, il rapporto approfondisce l’atteggiamento di 2.260 amministratori delegati di 21 Paesi del mondo (tra cui 102 italiani) verso gli scenari economici del futuro e la fiducia nella propria capacità di gestione di eventi straordinari come il Covid-19.

Se al primo posto c’è la questione del cambiamento climatico,  le altre due tematiche che preoccupano i manager sono quella sanitaria (46%) e quella relativa all’istruzione della forza lavoro (38%). Una consapevolezza rafforzata dall’emergenza pandemica. Tuttavia, il 38% dei manager italiani ritiene che le conseguenze del cambiamento climatico possano essere più severe di quelle del Covid-19; il 35% si aspetta una portata simile, mentre il restante 24% pensa che l’impatto del cambiamento climatico sarà minore di quello della pandemia in corso.

Oltre che sulla consapevolezza, dunque, bisognerà lavorare sulle azioni concrete da mettere in campo per salvaguardae il nostro Pianeta. Per noi e per le generazioni che verranno.

 

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