Inquinamento delle acque, nuove tecniche per ripulire le acque reflue

Un team di aziende spagnole insieme all’Università di Bari ed al CNR stanno studiando come risolvere l’inquinamento delle acque

Inquinamento delle acque reflue. Un problema grave che si sta affrontando a Bari con ottimi risultati.

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Il gruppo di ricerca UNIBA-CNR
Da sinistra il dott. Vito Rizzi, la prof.ssa Pinalysa Cosma, la dott.ssa Paola Fini e la dott.ssa Paola Semeraro

Il gruppo della prof.ssa Pinalysa Cosma, Associato di Chimica Fisica del Dipartimento di Chimica dell’Università di Bari, composto dalla dott.ssa Paola Fini, Ricercatrice dell’Istituto Processi Chimico-Fisici del CNR, e dagli assegnisti di ricerca, i dott. Paola Semeraro e Vito Rizzi, sta conducendo una serie di ricerche per ripulire le acque reflue dai più svariati componenti.

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Ad Ambient&Ambienti la dott.ssa Cosma e il suo team hanno raccontato l’interessante ricerca sulla depurazione delle acque nel settore tessile. L’altra ricerca che vede il gruppo barese protagonista riguarda la “pulizia” delle acque reflue da prodotti inquinanti come antibiotici e particelle magnetiche. Il progetto si svolge in collaborazione con una partnership di aziende spagnole esperte di depurazione, grazie ad un finanziamento europeo. Questo progetto durerà 3 anni, da ottobre 2017 ad ottobre 2020.

Terminato il Programma Life+ 2012, il gruppo sta continuando le ricerche indipendentemente, puntando su altri materiali. L’assenza di fondi li costringe a lavorare in economia, ma la ricerca non si ferma.

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Pulire l’acqua dagli antibiotici

«Si tratta di sostanze chimiche – spiega la dott.ssa Fini – perlopiù di origine sintetica, come antibiotici, ormoni, ovvero sostanze il cui consumo è via via cresciuto con l’aumento dello stato di benessere. Questi contaminanti non sono ancora del tutto coperti da normative. Negli ultimi anni è emersa la necessità di recuperarli dalle acque».

«Il trattamento delle acque reflue urbane, oltre a quelle industriali, avviene con metodi tradizionali – chiarisce la prof.ssa Cosma – Questi contaminanti non vengono trattenuti dai fanghi, per cui si ritrovano nelle acque scaricate a mare o nei fiumi. Noi stiamo utilizzando il polimero di ciclodestrina, la sansa, il chitosano, l’alginato e le nanotecnologie per ripulire l’acqua. Stiamo già lavorando su alcuni inquinanti emergenti. Per esempio, le tetracicline che sono una categoria di antibiotici ad ampio spettro e largamente utilizzati. Abbiamo anche usato degli erbicidi, che sono molto recalcitranti, come l’atrazina e la terbutrina. Ma è impossibile utilizzare un solo materiale per pulire tutto. Ogni molecola ha le sue caratteristiche e richiede una specifica soluzione. Quindi bisognerà pensare ad un sistema a più stadi, sperando che il tutto sia efficiente anche da un punto di vista energetico e che sia economicamente sostenibile per le aziende».

Recuperare i materiali di scarto

Per combattere l’ inquinamento, è fondamentale recuperare e riciclare i materiali, soprattutto quelli inquinanti. Rendere tutto ciò economicamente vantaggioso è indispensabile. «Il progetto – continua Cosma – si pone ambiziosamente l’idea di poter recuperare il materiale con dei sistemi che degradino queste molecole. In questo caso entrano in gioco i nanomateriali come il biossido di chitanio che sono degli ottimi catalizzatori. Si spera che lì dove non riusciamo a recuperare si possa degradare. Tutto questo allo scopo di riciclare l’acqua e ripulirla dall’ inquinamento. Tutte le molecole con cui lavoriamo sono biocompatibili».

Nanoparticelle naturali per combattere l’ inquinamento delle acque

«Stiamo anche lavorando sulle nanoparticelle magnetiche  – spiega il dott. Rizzi – in questo modo, possiamo ottenere materiali capaci di assorbire l’inquinante e recuperarlo attraverso la forza magnetica prima che finisca in acqua. Stiamo tentando di modificare queste particelle per migliorare la selettività verso alcuni tipi di inquinanti. Siamo riusciti ad indurre la formazione di particelle magnetiche, ottenute a basso costo, in tempi brevi ed in quantità notevoli. Questo processo si potrebbe facilmente applicare a livello industriale. Utilizziamo molecole naturali che spontaneamente inducono la formazione di nanoparticelle. Per esempio, utilizziamo estratti di frutti, tipo il melograno, che in particolari condizioni di lavoro induce la formazione di materiali nanostrutturati».

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