Inquinamento, boschi potenti filtri naturali, ma ora non bastano

I boschi urbani e periurbani sono un fondamentale fattore per contenere polveri sottili, anidride carbonica e ozono. Ma da soli non bastano

  

I livelli di inquinamento in questi giorni nella Pianura Padana sono elevatissimi. Ossidi di azoto, ozono e particolato atmosferico (PM10 e PM2.5) possono provocare gravi rischi alla salute umana. Però, dai boschi che puntellano l’area che va dal Friuli-Venezia Giulia al Piemonte arriva un grande aiuto per trattenere polveri e inquinanti, anche se da soli non possono certo essere risolutivi.

inquinamento-Corea-del-Sud-12Le polveri sottili e ultrasottili, visto il diametro ridotto delle particelle, sono tra gli agenti più pericolosi in fatto di smog, mentre l’Italia è il Paese Ue dove ogni anno si registrano più decessi prematuri a causa di questa sostanza. I numeri (Eurostat) ci dicono che le polveri sottili, il PM2.5 in particolare, provoca ogni anno 52.300 morti premature in Italia: 143 al giorno.

Il problema dell’inquinamento atmosferico nella Pianura Padana non è recente e già da tempo amministratori locali e Regioni cercano di porvi un rimedio, incentivando ad esempio il rinnovamento dei sistemi di riscaldamento, favorendo la mobilità dolce o condivisa, avviando programmi di compensazione o stock della CO2 emessa; tra questi ultimi ovviamente ci sono il ricorso alla creazione di nuove foreste e, prima ancora, la conservazione di quelle esistenti, anche in città. “Gli alberi – sottolinea Giuseppe Bonanno, direttore di FSC Italia – possono contribuire in molti modi a mitigare gli impatti negativi delle attività umane, a partire proprio dall’assorbimento e stock dell’anidride carbonica attraverso il processo di fotosintesi. Come sottoprodotto di questo processo poi, le piante rilasciano ossigeno”.

(foto Pixabay)

Le foglie delle piante e gli alberi possono agire inoltre come potenti filtri naturali: “Trattengono le particelle presenti nell’aria sulla propria superficie – aggiunge Bonanno – e poi, all’arrivo della pioggia, questi inquinanti vengono lavati via e dispersi a terra. Inoltre l’ombra portata dalle chiome diminuisce il rischio di picchi di inquinanti nocivi, come l’ozono, che viene attivato dalle alte temperature o dalla radiazione solare. In questo è fondamentale ad esempio l’azione dei boschi urbani, la cui ombra funge non solo da luogo di ristoro, ma anche come potenti polmone in grado di migliorare la qualità dell’aria. Ovviamente non tutti gli alberi hanno la stessa capacità di filtraggio, che dipende da fattori come dimensioni della chioma e delle foglie”.

Foto di Jonny Belvedere da Pixabay

Dati largamente confermati da ricerche scientifiche: studi sulla rimozione di PM10 e dell’ozono da parte delle foreste urbane e periurbane in dieci città metropolitane italiane hanno dimostrato, infatti, che un ettaro di foresta urbana rimuove mediamente 8,5 kg/anno di PM10 e 35,7 kg/anno di ozono. In generale un albero di medie dimensioni che ha raggiunto la propria maturità e che vegeta in un clima temperato in un contesto urbano, con molti fattori limitanti, assorbe in media tra i 10 e i 20 kg CO2 all’anno. Un piccolo parco urbano di poche decine di ettari può assorbire l’anidride carbonica rilasciata da circa 100 veicoli benzina Euro6. Infine, le piante in ambito urbano possono ridurre la temperatura a livello del suolo fino a 8°C.

“Ovviamente – aggiunge Bonanno – gli 8-10 mila ettari di bosco attualmente censiti nella Pianura Padana rappresentano un’esigua parte dell’immensa distesa verde che occupava queste aree duemila anni fa, e risultano del tutto insufficienti come unica soluzione nel contrasto all’inquinamento atmosferico. A maggior ragione se, come risulta da dati Ispra, i livelli di CO2 sono diminuiti di appena il 20% tra il 1990 e il 2021 e addirittura sono tornati a crescere dopo il 2021. Tuttavia, se puntare sui boschi urbani e periurbani è importante per combattere l’inquinamento – conclude Bonanno – certificare queste infrastrutture verdi in quanto gestite in modo responsabile consente di verificarne quantitativamente i servizi vitali, facendoli diventare motore di cambiamento anche per cittadini e comunità”.

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