Innovazione, rispetto ambientale e progresso? Si può fare

Strutturare un’idea green al tempo stesso utile al paese e produttiva per le sue energie mentali. Per elaborare la strada da percorrere a testa alta, «mettendo a frutto i propri talenti, conservando la propria anima». La ricetta è contenuta in Green Italy, appena pubblicato da Chiarelettere, un interessante pamphlet firmato da Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente e parlamentare del Pd.

Cosa significa, oggi, dirsi green come nel suo libro Green Italy e proporre una politica non figlia di appartenenze politiche ma di programmi?

«Il libro descrive un’Italia che c’è e che attraversa tutti i comparti produttivi. Non con un’idea classica di green economy, quindi non solo fonti rinnovabili, o risparmio energetico. La tesi sostenuta nel libro è che, per rispondere alla crisi, l’Italia deve ovviamente fare i conti con le sue problematiche ataviche, il debito, la redistribuzione della ricchezza, l’illegalità. Ma anche avere un’idea forte e ambiziosa del proprio futuro che ritengo coincida da un lato con un paese che si muove assieme non lasciando indietro nessuno, facendosi forte della coesione sociale in territori e comunità. E dall’altro accetta le sfide del futuro legate all’innovazione, alla ricerca e alla conoscenza e ai problemi legati all’ambiente. Mettendo a frutto i propri talenti, conservando la propria anima. Questa idea di Italia è trasversale, coinvolge imprese grandi e piccole, la società, l’economia, territori grandi e piccoli».

Nelle 25 storie raccontate nel libro ci sono quelle classicamente legate alle politiche ambientali, al solare, ma anche altro…

«Sì, parlo di quelle direttamente riconducibili al Made in Italy, utilizzando l’ambiente che si rinnova. Penso alla vicenda di Valcucine, o alla Miroglio, o a Rainbow, un’azienda leader mondiale nell’intrattenimento per bambini; senza dimenticare altre imprese innovative fatte da giovani: penso alla Mandarina che diffonde l’utilizzo della rete, passando poi attraverso esempi più tradizionali magari in territori più ristretti, come la storia di Pollica, un piccolo comune del Cilento con un grande sindaco, Angelo Vassallo, assassinato per il suo impegno per l’ambiente e la legalità. Aveva costruito un progetto di valorizzazione del territorio che oggi continua, anche grazie a un riscatto economico formidabile, proprio perché ha messo l’accento sulle proprie caratteristiche».

Lavoro e produzione senza far pagare il conto all’ambiente: si può?

«Certo, la tesi del libro è che se si vuole guardare il paese negli occhi senza nasconderci le criticità, si scorge una piccola grande parte di un futuro possibile già in atto. Penso all’indagine condotta dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, da cui emerge che il 4% delle imprese italiane sta investendo trasversalmente sull’ambiente. E queste imprese sono quelle che reggono meglio la crisi: la sopportano di più, producendo occupazione. Quasi il 40% dei posti di lavoro prodotti lo scorso anno inoltre erano in qualche maniera legati all’ambiente. O bisogna guardare anche a quelle occupazioni più qualificate e che richiedono livelli di istruzione maggiori, come il caso della Powell One di Terranova Bracciolini, che sta assumendo 120 giovani ricercatori nel campo degli inverter perché da lì l’Italia compete con il mondo, esportando il 50% della produzione. Competiamo perché un territorio che sta insieme ed è in continua innovazione consente di essere un passo avanti. Senza dimenticare settori legati anche al lavoro manuale, settori in cui l’Italia riesce a competere perché investe sulla qualità. Se pensassimo per un attimo al comparto delle calzature, ci renderemmo conto che negli ultimi quindici anni abbiamo dimezzato la quantità di scarpe prodotta, ma ne è aumentato il valore. Collocandoci ovviamente sul terreno che l’Italia può praticare, la qualità. E per produrre qualità servono territori coesi, lavoratori che hanno diritti. Non si produce qualità con gli schiavi. Inoltre, come scrivo nell’introduzione al volume, rivolgo un richiamo allo spirito dei 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia».

Innovazione ma senza inficiare l’artigianato, vera eccellenza italiana: è possibile?

«La risposta è in quegli esempi hi-tech di cui ho riportato i dettagli nel libro, non solo concentrati nel campo della ricerca. Penso a una delle eccellenze italiane come i laboratori di fisica nucleare del Gran Sasso: la dimostrazione che non sarebbero così forti se non incrociassero i saperi artigianali con le nuove tecnologie. Trovo bellissima la storia di Angelo Inglese, il sarto di Ginosa Marina approdato ai reali d’Inghilterra. L’avevo invitato alla presentazione del libro in Cilento ma non riuscì a venire perché impegnato alla BBC a commentare il matrimonio di William e Kate. Grazie a internet dal suo paesino pugliese vende i suoi abiti in tutto il mondo: un caso in cui l’artigianato riesce a competere anche grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie».

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