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INBAR, per dar forza all’ecologia del costruire

Di cosa si occupa l’Istituto Nazionale di Bioarchitettura?

«Siamo un ente morale senza fini di lucro. Un’associazione culturale di professionisti che da oltre un ventennio sensibilizza la società e forma gli operatori sui temi dell’abitare sano, della riqualificazione del territorio e della riconversione ecologica del settore delle costruzioni. L’Istituto è un punto d’incontro, un organismo di riferimento e di raccordo non solo nazionale, ma anche internazionale, per il mondo intellettuale e produttivo in settori quali edilizia, urbanistica, geologia, biologia, gestione delle risorse ambientali del territorio e sviluppo sostenibile».

Quando avete deciso che fosse giunto il momento di aggregarvi per dar vita a INBAR?

Ugo Sasso

«INBAR nasce nel 1991 da un’idea di mio padre, Ugo Sasso, per dare forza in Italia alla parola “ecologia” del costruito, allora poco in voga tra tecnici e opinione pubblica. Così trascinava un pugno di presunti architetti visionari nel Nord dell’Europa a vedere come costruire per rispettare l’uomo e l’ambiente. Da qui nasce a Bolzano il primo condominio ecologico di edilizia residenziale pubblica. Molto prima che si parlasse tanto di efficienza energetica, nel 2002 questo progetto vince il premio Aniacap ed è oggetto di attenzione dei media nell’estate dei black out, in quanto è il solo in tutto il quartiere dove nessuno ha sentito l’esigenza di installare condizionatori. Ora siamo in parte più abituati a sentir parlare di questi temi, ma se è così, lo si deve anche a lui».

Qual è il fulcro dei suoi insegnamenti e quindi cosa è al centro del vostro Istituto oggi?

«INBAR si è sempre caratterizzato per una visione della sostenibilità che rimarca i distinguo tra l’efficienza del singolo elemento (progresso tecnologico) e l’inefficacia complessiva (disastro ecologico) che viviamo quotidianamente. E’ fondamentale che il progetto ecologico non si esaurisca in un edificio eco-sostenibile, ma abbia al centro l’uomo, la qualità sociale del vivere della persona che vi andrà ad abitare, la sua appartenenza al luogo geografico e sociale, la salvaguardia del suo mondo di relazioni stratificatosi attraverso il tempo nelle città e nei paesi. La Bioarchitettura non è la semplice sommatoria di “tecnologie verdi”, ma una visione olistica». 

Il complesso Cooperativa HabitatRioRe a Rimini, realizzato da Giovanni Sasso

Per la vostra attività come siete strutturati?

«La sede legale è a Roma, ma siamo articolati a livello territoriale in sezioni provinciali (attualmente una quarantina nelle principali città italiane). Facciamo consulenze a enti ed istituzioni pubbliche e private, convegni, corsi di formazione, certificazione. I nostri principali temi sono: la gestione oculata delle risorse, la tutela della salute, la progettazione e il recupero edilizio ed ambientale, la definizione e organizzazione di nuovi e vecchi insediamenti, l’attribuzione di qualità spaziale agli ambiti antropizzati e naturalistici»

Tra i tanti interventi effettuati quali ricorda con maggior favore?

«È difficile tralasciarne alcuni, ma molto importanti sono stati progetti europei come Energy link, Save Pilot Projet, Adrianet e la partecipazione al Programma Quadro di Ricerca e Sviluppo per le Linee guida UE sul costruire ecologico. Mentre a livello nazionale, abbiamo preso parte al Tavolo Tecnico sulla Casa Ecologica, oltre ad una serie di altri significativi interventi sul territorio».

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