Ambientato nel Salento, come tutti i film di Edoardo Winspeare, già nelle sale cinematografiche italiane da qualche settimana, “In Grazia di Dio”, ultima fatica del regista salentino, sta facendo molto discutere. È un film che propone suggestioni irresistibili, autentiche ed efficaci, come il paesaggio e il dialetto (i dialoghi) ma anche un intreccio di “ambienti” e “attualità” che danno corpo alla storia, riuscendo bene, anche, a far riflettere. Una fabbrica che chiude, i debiti che assalgono le donne che la gestivano e un’intuizione che restituisce loro una dignità, in fondo, mai compromessa. Critica e botteghini, per ora, non lasciano spazio a equivoci.
Edoardo WinspeareIn “Grazia di Dio” sta ottenendo un ottimo successo. Edoardo Winspeare, se lo sarebbe aspettato?
“Beh, non è “La Grande Bellezza”, ovviamente. È un piccolo film che è costato poco, molto meno rispetto ai miei altri film, otto volte meno rispetto a “Galantuomini”.
Però, sembra essere andato a “colpo sicuro”: anche questa volta, ha puntato sul Salento.
“Sì, il Salento aiuta moltissimo, ma non è che se punti sul Salento ottieni successo sicuro. C’è tutta un’alchimia che funziona, con gli attori e altre componenti. Parte tutto dalla storia”.
Celeste Casciaro, moglie di Winspeare, nel film interpreta il personaggi di AdelePerché ha scelto di privilegiare, nella scelta di quasi tutti i personaggi, i suoi familiari?
“Perché è più semplice, perché ce li ho a casa, perché ci lavoro tanto, perché sono belli, intelligenti, bravi. Sa, io scelgo quegli attori perché scrivo pensando a loro come i personaggi della storia. Pino Zimba esisteva prima del personaggio di Pino Zimba, così anche il personaggio di Adele. E poi funziona, la resa degli attori è buona”.
Qual è la difficoltà di muoversi dietro una telecamera filmando i propri familiari? È diverso, cioè, operare in un ambiente “familiare” piuttosto che, almeno formalmente, “professionale”?
“È molto diverso rispetto al lavoro che si può condurre con degli attori professionisti. Con gli attori, tecnicamente, forse, è più facile. Io amo molto gli attori, però devono essere bravi. Il problema è quando uno ha la patente di attore ma non è bravo. Fare l’attore come coordinatore artistico non è come fare l’idraulico e anche lì devi essere bravo. È costretto a essere bravo l’attore. Mi deve emozionare, mi deve convincere. Io ho lavorato con attori bravissimi, professionisti, come Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni. L’autenticità è ciò che cerco”.
Una scena del filmL’agricoltura è, in un certo senso, la “svolta” che il suo film “suggerisce” a chi dalla crisi ha subito un brutto colpo. È indubbio, però, che anche chi oggi si dedica all’agricoltura per tirare avanti, in molti casi, nel Salento, non se la passi proprio bene. Quale agricoltura può, secondo lei, supportare lo sforzo di chi vuol crederci in questa potenziale via d’uscita?
“Io non sono un passaggista che vuole l’agricoltura con il vòmere, il bue al posto del trattore. Immagino un’agricoltura sul modello di quella toscana, emiliana o bavarese. Un’agricoltura imprenditoriale, in cui il contadino diventa piccolo imprenditore e un prodotto diventa ricerca di qualità. Noi abbiamo un ottimo olio ma spesso non lo sappiamo fare. Spesso non è olio extravergine. Insisto sulla ricerca della qualità, che abbiamo, perché noi abbiamo ottimi vini, olivi fantastici. Addirittura, io so che amici toscani fanno il loto ottimo olio con quello pugliese, perché non ne hanno abbastanza. E quindi immagino lo sviluppo di un ambiente imprenditoriale, in cui si faccia più ricerca funzionale alla creazione di un prodotto che sia pagato anche bene. Penso anche a politiche di consorzio. La verità è che “qui tutti se mintenu a sulu”, per usare una formula dialettale salentina. Tutti preferiscono far da soli”.
Quale immagine del Salento crede che, attraverso il suo film, sia stata percepita fuori dai confini di questa terra? In altre parole, secondo lei, gli italiani e non solo, che idea si sono fatti degli abitanti del Salento guardando il suo film?
“Non lo so. Io devo raccontare le storie. Non è che lavoro per l’ufficio provinciale del turismo. Io amo molto il mio territorio. Lo amo veramente molto. Si figuri, nel film ho fatto recitare mia moglie, la figlia di mia moglie, mio suocero. Credo che in tanti abbiano percepito l’idea di donne forti che questo film sicuramente veicola. Donne intelligenti, tenaci, che resistono, che affrontano la crisi, l’immagine di un territorio bello”.
Qual è la critica più pesante che ha ricevuto?
“Io ho avuto una critica praticamente unanime. L’unica, forse, ad esprimere perplessità è stata quella del Nuovo Quotidiano di Puglia, però mi piace questa cosa, sono molto contento. Perchè Manifesto, Liberazione, Libero, Giornale, Famiglia Cristiana, Repubblica, Corriere della Sera, Roberto Saviano ne hanno scritto benissimo. L’unica perplessità l’ha avuta il Quotidiano. Ma, ripeto, mi fa piacere. Ès tata l’unica, non ho mai avuto un coro di consensi unanimi come per questo film”.
Qual è il complimento, fra i tanti ricevuti, che, invece, l’ha più gratificata?
“Mi sono commosso, mi sono emozionato: questo è, come sempre, il complimento più bello, perché questo è il mio scopo. Io voglio emozionare le persone, questo è lo scopo dell’arte. Poi le dico ancora di più: sì, è un film ambientato nel Salento, con storie salentine in dialetto salentino, ma, in fondo, questa storia poteva essere ambientata anche in Spagna, in Grecia, in Irlanda. Naturalmente, il mio valore aggiunto è il territorio, che io conosco bene, lo maneggio bene, perché conosco il dialetto, però, dal punto di vista drammaturgico poteva essere ambientato da qualsiasi parte e per questo piace. Se racconto una storia che può funzionare solo qui, poi non diventa più universale”.
Oggi in “Grazia di Dio”. Ma domani: sta già pensando al prossimo film?
“Faccio sempre progetti. Sto già lavorando per un nuovo film”.
E sarà ancora una volta ambientato nel Salento?
“No, non lo girerò nel Salento: dovrebbe essere ambientato in Trentino Alto Adige”.


