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ILVA: un’AIA che salva l’ambiente?

Il Ministro per l'Ambiente Corrado Clini

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale (n. 252 del 27/10/12) il decreto contenente la nuova AIA, (Autorizzazione Integrata Ambientale) o meglio il riesame della precedente. Il decreto del Ministro Clini è dello scorso 26 ottobre e titola “Riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (omissis) del 4/08/2001 per l’esercizio dello stabilimento siderurgico della società ILVA S.p.A. ubicato nei comuni di Taranto e di Statte”. Fonti giornalistiche indicano che l’ILVA ha fatto sapere di accettare in toto le prescrizioni previste dall’AIA a patto, però, di avere la piena disponibilità degli impianti.

È la fine di un incubo? È evitata la chiusura dello stabilimento, o è l’inizio di un nuovo calvario? Speriamo che le prescrizioni vengano attuate e si avvii un percorso di “normalità” in un perfetto equilibrio tra ambiente, salute e lavoro. Taranto ne ha bisogno.

C’è ora bisogno di alcune riflessioni dettate dalla lettura del decreto. Non farlo significa rischiare di dimenticare il passato, con i suoi tanti errori e la doverosa assunzione di responsabilità da parte di chi ha deciso di ignorare nel 2011 gli aspetti ora tenuti in conto. Dove erano e dove sono i decisori del 2011? Perché allora hanno deciso diversamente? Non si tratta di colpevolizzare nessuno, ma solo di chiamare alle proprie responsabilità un sistema, per evitare che in futuro commetta altri errori a danno della salute umana e dell’ambiente. Pescato a rubare la marmellata, il “sistema” non può essere tacciato solo con un “birbantello”. Occorre anche capire dove sono ora tutti coloro che a luglio ed agosto si sono schierati contro i magistrati assumendo posizioni in contrasto con quelle attuali.

Nella lettura del riesame dell’AIA si legge il parere favorevole della Regione Puglia, subordinato all’istituzione di un tavolo tecnico che valuti gli effetti cumulativi degli inquinanti prodotti dalle aziende presenti nelle aree industriali di Taranto e Statte, individuando eventuali provvedimenti finalizzati alla mitigazione degli effetti.

L'intero sistema industriale tarantino va studiato e monitorato

Oltre ILVA è infatti responsabile l’intero sistema industriale tarantino; questo va studiato e monitorato, sia perché potrebbero esserci (come ci sono) altri focolai di inquinamento, sia perché il rispetto di requisiti fondamentali da parte di ILVA potrebbe non essere sufficiente in relazione al carico industriale di Taranto; servirebbe allora l’obbligo di ridurre le immissioni addirittura al disotto dei valori di legge in modo da garantire il contenimento globale delle stesse generate da tutte le realtà industriali nel territorio. E a Taranto le possibili fonti sono tante: dall’ILVA all’ENI, a ENIpower, ad AMIU, Cementir e ad altri soggetti cui si applicherà il regolamento regionale n. 24 del 2012, che ha introdotto la Valutazione del Danno Sanitario. L’attenzione alle immissioni globali dovrebbe essere estesa a tutte le realtà industriali e dovrebbe essere di stretta pertinenza pubblica. Purtroppo nel passato tale funzione pubblica è stata spesso ignorata, con grave responsabilità.

Molti altri aspetti importanti sono contenuti nelle prescrizioni del Comune di Taranto, ma va segnalata quella relativa al ristoro delle spese sostenute per la pulizia di tutte le aree pubbliche del quartiere Tamburi. Tale richiesta, inserita nel decreto Clini ed estesa anche alle aree del comune di Statte, apre scenari incredibili: perché riconoscere il ristoro della pulizia ai due comuni e non già anche ai proprietari delle aree private che subiscono gli stessi effetti? È ovvio che, anche se non scritto, tale estensione debba essere automatica! È praticamente l’applicazione del mai applicato principio “Chi inquina paga” . Un’AIA sorprendente!

La nuova AIA prevede il ristoro delle spese sostenute per la pulizia delle aree pubbliche del quartiere Tamburi

E ancora, il testo del decreto detta prescrizioni importanti in tema di tutela dell’inquinamento, specie laddove impone momenti di informazione e trasparenza mai osservati nel passato.

È poi ritenuto possibile, e di fatto prescritto, che i parchi primari vengano interessati entro sei mesi da uno specifico “progetto per la realizzazione della completa copertura e impermeabilizzazione”. E nello stesso periodo di sei mesi occorrerà procedere allo studio per il convogliamento delle emissioni diffuse da numerose fonti, interessando così le cokerie e l’agglomerato. Ventidue prescrizioni per l’esercizio, una per la prevenzione dei pericoli di incidenti rilevanti e numerose disposizioni finali. Ma l’aspetto più rilevante è forse contenuto nelle condizioni inserite nel parere istruttorio conclusivo intermedio che forma parte integrante del decreto Clini: si prescrive infatti di limitare “la produzione a non oltre 8milioni di tonnellate/anno di acciaio, riferita all’anno solare”. Se meno si produce meno si inquina, vista la capacità di produzione dichiarata di 10,5 e 11,5 milioni di tonnellate rispettivamente di ghisa e di acciaio all’anno. È fondamentale però prestare attenzione ad un aspetto: nel calcolo del beneficio ambientale futuro non può considerarsi la capacità massima di produzione bensì quella effettivamente che c’è stata nel corso degli anni (ben inferiore). Si rischierebbe infatti di parlare di una fittizia riduzione globale dell’inquinamento se dovessero usarsi parametri unitari legati alla produzione. Insomma, per esemplificare, deve diminuire l’inquinamento per unità di produzione unitaria e non solo quello globale, altrimenti si rischia di introdurre un pericoloso calcolo di riduzione in assenza di benefici ambientali, come fu per il vecchio DPR 203/88.

Quindi serve una vera svolta con un Sistema di Gestione Ambientale che sia di garanzia per l’ambiente e di certezza per il mantenimento della produzione.

 

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