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Il parco che non c’è… più

La cava è completamente allagata

«La Cava di Maso fu distrutta da un’alluvione nella notte tra sabato 22 e domenica 23 ottobre 2005. […] Sul fondo della Cava, da qualche anno, funzionava un parco pubblico che andò distrutto: il custode del parco si salvò per miracolo».

Con queste parole il sito UrbanFile ricorda la tragedia che sfiorò Bari con un disastro di proporzioni ingenti – peraltro proprio grazie alla stessa Cava si beneficiò di un argine naturale contro l’alluvione – che, in concreto, ha sancito la morte di questo spazio verde. La Cava conteneva anche un centro sportivo polifunzionale, inaugurato solo qualche anno prima e realizzato con l’obiettivo di dotare un quartiere-dormitorio di un punto di riferimento naturalistico e sociale, che potesse contribuire a chiarire e sviluppare la controversa identità urbana di un territorio progettato a tavolino e sviluppatosi nel tempo in modo quasi inconsapevole sotto il profilo culturale e aggregativo.

Dopo le dichiarazioni di rito circa la ricostruzione del centro e l’immediata preparazione delle pratiche, ad oggi, aprile 2012, 6 anni e mezzo dopo quella notte di mezzo autunno, possiamo affermare che non c’è stato alcun miglioramento e la Cava si presenta come una landa depressa e desolata, una voragine naturale immersa in un contesto cittadino che ancora aspetta un preciso assetto socio-ambientale.

Lavori di sistemazione dopo l'alluvione

Pronti per il 2008 (?) – La prima data di scadenza dei lavori è stata fissata per il 2008, eppure – sarà per i lunghi tempi burocratici, sarà perché le pratiche non sono state preparate così rapidamente – il verbale della Consulta Comunale per l’Ambiente, datato 6 marzo 2008, recita che «durante le indagini per la realizzazione di un muro di contenimento, lungo la sponda sinistra della Lama Picone è stato rilevato un accumulo di materiale contenente resti di manufatti in cemento-amianto. […] Pertanto si suggerisce una nuova ipotesi progettuale circa il posizionamento del muro di contenimento». In sintesi, in questo anno i lavori non sono cominciati, mentre il disagio della popolazione del quartiere comincia a degradare in rabbia o rassegnazione.

2010. È la volta buona? – Ex Cava di Maso, 2 anni dopo. Sfogliando l’archivio di “BariSera” balzano all’occhio due articoli: quello del 29 marzo, intitolato Mancano i fondi: Cava di Maso bloccata e che mestamente apre così: «Su Cava di Maso nessuna novità. I fondi […] non ci sono ancora»; quello del 29 novembre, che – quasi fosse una liberazione – titola: Cava di Maso, in arrivo i fondi dalla Regione. 4.430.000 euro per i lavori di bonifica e ristrutturazione del parco, anche se leggiamo più avanti – con le parole del geologo Cotecchia, titolare del progetto – che «per proseguire e mettere in sicurezza l’intera cava servono ancora 6milioni e 700mila euro». Il parco è ormai abbandonato a se stesso, luogo inselvatichito dalla vegetazione spontanea e fauna di vario tipo e comunque non propriamente corrispondente a una catena biologica dai contorni netti, ricettacolo di materiali di varia natura abbandonati dalla gente.

Foto aerea dello stato attuale

Un anno dopo… a che punto siamo? – In un articolo del 12 novembre 2011 “Bari-Repubblica” toglie il fragile velo di ottimismo che il 2010 aveva dato in dote agli abitanti del quartiere Santa Rita lanciando un allarme con toni forti ed eloquenti: «La lama è potenzialmente ancora molto pericolosa. E potrebbe verificarsi un disastro simile a quello che ha colpito Bari nel 2005 nel caso si verificasse un deflusso più massiccio di acque». Il progetto è ancora fermo e non si vede la luce in fondo al tunnel; l’assessore Lacarra prova a ridare slancio alla rassegnazione collettiva, ribadendo l’impegno profuso dal governo per superare gli “ostacoli di natura tecnico-legale che ostacolano la presentazione del progetto” e rilanciare l’idea del parco urbano.

La situazione, oggi –In mezzo a tutte queste controversie e questioni, ciò che resta davvero sono solo due nitide istantanee. La prima, quella di un frammento di terra abbandonato a se stesso, su cui si è costruito tanto (anzi, troppo) con le parole e nulla, assolutamente nulla, col cemento e le gru. La seconda, quella degli abitanti che vivono a stretto contatto con la cava e i suoi topi, gli scarafaggi e qualsiasi altra forma di insetto che presidi la zona, sempre più allo stato brado; è stato già abbondantemente superato il limite della sopportazione ed il dissenso è stato manifestato anche in tribunale.

Da questo racconto cronologico, fatto di voci e testimonianze della città e in particolare dei cronisti, attenti e puntuali osservatori dello stato di salute del territorio locale, crediamo risalti l’amarezza per un parco – e per le sue strutture portanti, come il centro sportivo polifunzionale – che dal 2005 non c’è; per investimenti economici che si sono rivelati finora infruttuosi e spesso solo annunciati; per la crescente delusione della gente, che invece ha bisogno di ritrovare nello spazio della convivenza quotidiana luoghi in cui riconoscersi, incontrarsi, poter aver cura dell’ambiente. Ad oggi – oggettivamente – non si può affermare il contrario.

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