Il nodo delle fonti fossili scuote Cop28, tra annunci e ipocrisie

il Presidente Meloni al Leaders’ Event (Ph Governo.it)

Il surriscaldamento potrebbe uccidere 21 milioni di persone

 

A lanciare l’allarme sull’impatto che i cambiamenti climatici causeranno è la Banca Mondiale alla Cop 28 nel giorno in cui 124 Paesi fra cui la Cina (ma non India, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica e Turchia) hanno firmato una dichiarazione su clima e salute per ridurre le emissioni nel settore sanitario e aumentare i finanziamenti per la salute climatica, ma soprattutto nel giorno in cui le parole di Sultan Al Jaber, presidente della delegazione organizzatrice dell’evento e inviato speciale degli Emirati Arabi per la lotta ai cambiamenti climatici, scatenano non poche reazioni.

Innanzitutto quella del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che le respinge come “Affermazioni assolutamente preoccupanti e sull’orlo del negazionismo climatico”.

Il politico degli Emirati Arabi, Paese che ha aumentato la capacità di produzione di petrolio a più di 4 milioni di barili al giorno e hanno in programma di superare i 5 milioni, contrariamente alle politiche dell’Opec secondo cui non potrebbero estrarre più di circa 3 milioni, uno stop che equivale alla perdita di miliardi di dollari di mancati introiti, ha infatti rilanciato i combustibili fossili generando un vero e proprio cortocircuito posto che la Cop28 ha proprio tra gli obiettivi l’eliminazione delle fonti fossili.

Per Al Jaber eliminare petrolio, carbone e gas significherebbe “un ritorno al tempo delle caverne”. E’ il Guardian con Centre for Climate Reporting che ha raccolto e rilanciato quanto pronunciato nel corso di una sessione dei lavori. “Nessuna scienza dimostra che un’uscita dai combustibili fossili é necessaria per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi sopra i livelli pre-industriali”, ha sostenuto Al Jaber, aggiungendo che seguire quella strada non permetterebbe di perseguire uno sviluppo sostenibile “a meno che qualcuno non voglia riportare il mondo indietro all’era delle caverne”.

Il politico è da tempo nel mirino degli ambientalisti, che lo accusano anche di conflitto di interessi dato che è il numero uno di Adnoc, la compagnia petrolifera statale. 

I Capi di Stato e di Governo partecipanti alla COP28 (Ph Governo.it)

Tra tanti annunci e promesse, evidentemente, non mancano altrettante ipocrisie.

“Più di 100 Paesi – ricorda il Guardian nell’articolo firmato da  and  – sostengono già l’eliminazione graduale dei combustibili fossili e se l’accordo finale della Cop28 lo richiedesse o utilizzasse un linguaggio più debole come “eliminazione graduale” sarà una delle questioni più controverse al vertice e potrebbe essere il fattore determinante del suo successo. Sono necessari tagli profondi e rapidi per portare a zero le emissioni di combustibili fossili e limitare gli impatti climatici in rapido peggioramento”.

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UE: la crisi climatica va affrontata adesso

I principali temi in agenda a Dubai sono:

  • il primo Global Stocktake sull’attuazione dell’Accordo di Parigi (meccanismo di revisione degli impegni assunti dai Paesi sulla base dell’analisi degli obiettivi già raggiunti);
  • un accordo quadro generale di attuazione sull’Obiettivo Globale sull’Adattamento;
  • la creazione di un fondo per le perdite e i danni (Loss & Damage) per i Paesi in via di sviluppo colpiti dai cambiamenti climatici.

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“La Cop 28 rappresenta una preziosa opportunità per riportare l’umanità su una traiettoria più sicura e sostenibile. Quest’anno è giunto il momento del primo bilancio globale, che misuri i progressi compiuti verso il conseguimento degli obiettivi climatici stabiliti dall’accordo di Parigi. Le relazioni mostrano che il mondo non è sulla buona strada per mantenere l’aumento della temperatura mondiale entro 1,5 gradi”.

Così L’Unione Europea che dispone delle normative in materia di clima più rigorose al mondo per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, che in Ue sono state ridotte del 32,5% rispetto al 1990, nonostante un aumento del Pil di oltre il 60%. “Tuttavia, questa è solo una tessera di un puzzle più grande, in quanto l’UE è responsabile solo del 7% circa delle emissioni globali di gas a effetto serra. Ora il mondo deve innalzare il livello di ambizione. Il conseguimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi richiede una forte volontà politica, collaborazione internazionale e solidarietà globale. La crisi climatica può essere affrontata solo lavorando insieme come comunità mondiale”.

In tema di finanziamenti, l‘Ue e i suoi Stati membri “mantengono il loro fermo impegno a realizzare l’obiettivo di 100 miliardi di USD fissato dall’accordo di Parigi e a raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento”. 

Nel complesso, sono il principale fornitore di finanziamenti per il clima a livello mondiale. Nel 2022 hanno fornito contributi pari a 28,5 miliardi di EUR in finanziamenti per il clima da fonti pubbliche e hanno mobilitato altri 11,9 miliardi di EUR di finanziamenti privati per aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni di gas a effetto serra e ad adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici.

In occasione della COP 27 l’UE, come scrive sui suoi canali, “ha svolto un ruolo centrale nel varo di un nuovo fondo globale per le perdite e i danni, volto ad aiutare i paesi vulnerabili a superare le distruzioni causate dai cambiamenti climatici. L’UE auspica che in occasione della COP 28 si raggiunga un accordo per rendere operativo tale fondo ed è pronta a rafforzare le modalità di finanziamento esistenti. Il maggiore impegno finanziario deve andare di pari passo con impegni più ambiziosi in termini di mitigazione”

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ActionAid: “Ue non coerente sulla crisi climatica”

“Mentre l’Unione Europea esorta gli Stati presenti alla Cop28 a compiere i passi necessari per interrompere i flussi economici dannosi al clima, è il suo stesso sistema finanziario che continua a sostenere combustibili fossili e settori ad alta intensità di carbonio”.

È quanto emerge dal nuovo rapporto di ActionAid “European Finance Flows fuelling the climate crisis” presentato a livello internazionale.

Giornata delle finanze alla COP28 Flora Vano, direttrice nazionale di ActionAid Vanuatu, prende parte a un’azione che dimostra come le banche stanno riversando finanziamenti nella produzione di combustibili fossili e che il denaro mondiale sta fluendo nella direzione sbagliata (Ph ActionAid)

Dall’Accordo di Parigi nel 2015, dice il rapporto, “le banche dell’Ue hanno fornito una media annuale di 46,74 miliardi di dollari (40,2 miliardi di euro) in finanziamenti per i combustibili fossili e l’agricoltura industriale nel Sud globale. Nello stesso periodo di tempo, l’Ue e i suoi Stati membri ha contribuito in media con 20,62 miliardi di dollari (18,2 miliardi di euro) per la mitigazione della crisi climatica. Tuttavia, se consideriamo solo le sovvenzioni a fondo perduto, dunque escludendo i prestiti e le garanzie, la media è di soli 11,26 miliardi di dollari (9,7 miliardi di euro) all’anno.

In altre parole, dopo l’Accordo di Parigi, le banche dell’UE hanno fornito finanziamenti ai combustibili fossili e alle attività agricole industriali nel Sud globale 4 volte più alti di quanto l’UE e i suoi Stati membri abbiano fornito in termini di valore reale per i Paesi del Sud in prima linea nella crisi climatica”.

Per Teresa Anderson, responsabile globale per la giustizia climatica di ActionAid International e una delle autrici del rapporto, “I flussi finanziari globali si muovono nella direzione sbagliata. Le banche spesso affermano di voler affrontare il problema del cambiamento climatico, ma il loro continuo finanziamento dei combustibili fossili e dell’agricoltura industriale sta condannando le comunità in Africa, Asia e America Latina alla crudele combinazione di mancanza di terra, deforestazione, inquinamento delle acque e cambiamento climatico.

I flussi finanziari europei sono una parte importante del problema del pianeta, in quanto convogliano molti più fondi verso le cause del cambiamento climatico nel Sud del mondo che verso le soluzioni. La COP28 dovrebbe produrre uno stimolo fondamentale per riorientare i flussi finanziari che danneggiano il clima del pianeta. Dobbiamo regolare i flussi finanziari privati che risultano dannosi e incrementare allo stesso tempo i finanziamenti pubblici per le soluzioni alla sfida del clima che cambia”.

Secondo la ricerca di ActionAid, le banche con sede nell’Unione Europea hanno erogato 327,15 miliardi di dollari in prestiti e sottoscrizioni a favore di combustibili fossili e attività agricole industriali nel Sud globale nei sette anni dalla firma dell’Accordo di Parigi. In particolare, si tratta di 239,63 miliardi di dollari di finanziamenti per combustibili fossili e di 87,42 miliardi di dollari di finanziamenti per l’agricoltura industriale nel Sud globale emessi tra il 2016 e il 2022. “A espandere maggiormente gli investimenti in attività climalteranti – continua ActionAid – oltre alle italiane Unicredit (18,40 miliardi di dollari) e Intesa San Paolo (11,95 miliardi di dollari) ci sono BNP Paribas (49,55 miliardi di dollari), Société Générale (41,7 miliardi di dollari) e Crédit Agricole (37,57 miliardi di dollari), ING Group (21,14 miliardi di dollari).

Durante il Finance Day della COP28, l’attivista giovanile Rand Al Khushman di ActionAid per le piattaforme globali e l’attivista giovanile nigeriano Blessing Ifemenam di ActionAid prendono parte a un’azione che dimostra come le banche stanno riversando finanziamenti nella produzione di combustibili fossili e che il denaro mondiale scorre nella direzione sbagliata (Ph ActionAid)

Miliardi di finanziamenti diretti ad alcuni dei più grandi progetti di espansione dei combustibili fossili, le cosiddette carbon bombs o bombe di carbonio. Deutsche Bank finanzia direttamente e indirettamente ben 83 “bombe di carbonio” con un potenziale di emissioni stimato in 272,3 GtCO2, mentre BNP Paribas ne finanzia, direttamente o indirettamente, 59, con un potenziale di emissioni stimato in 216,9 GtCO2″.

L’associazione punta il dito anche contro Eni, multinazionale italiana del petrolio e del gas: “riceve la maggior parte dei finanziamenti per le sue attività nel Sud globale da banche europee. Dal 2016 al 2022 ha ricevuto da UniCredit 4,01 miliardi di dollari, da Intesa Sanpaolo 3,45 miliardi di dollari, da BNP Paribas 3,19 miliardi di dollari e da Crédit Agricole 3,03 miliardi di dollari. Nonostante affermi di voler trasformare la propria attività per raggiungere la “carbon neutrality entro il 2050”, in realtà l’azienda continua a dare priorità agli investimenti in petrolio e gas e nel 2023 è uno dei maggiori produttori al mondo alla guida di un’ulteriore “corsa al gas” in tutto il continente africano e in particolare in Egitto, Mozambico, Angola e Libia”.

Marco De Ponte, Segretario Generale ActionAid Italia: “I finanziamenti che le banche europee continuano a indirizzare verso progetti altamente dannosi per l’ambiente e i diritti umani sono in aperto contrasto con la strategia di medio periodo contenuta all’interno dell’art. 2.1c dell’Accordo di Parigi, che chiede che i flussi finanziari siano coerenti con uno sviluppo a basse emissioni. Vanno colte tutte le opportunità che permettano di costruire un percorso coerente.

L’inclusione del settore finanziario all’interno della direttiva in materia di diritti umani e ambiente (CSDDD), ad esempio, rappresenta un’opportunità unica.

Alcuni paesi però, guidati dalla Francia, stanno facendo pressione per escludere la finanza dalla direttiva. ActionAid chiede al governo italiano di sostenere l’inclusione del settore finanziario all’interno della direttiva e a tutte le banche di esprimersi pubblicamente in questa direzione. Chiediamo altresì al governo, nell’ambito della COP28 di Dubai, di dare ampio seguito al mandato del Parlamento, facendosi promotore di iniziative e impegni che favoriscano una riforma del sistema della finanza internazionale che ponga tutti i paesi in condizione di avere accesso a volumi di capitale adeguati per una transizione energetica a zero emissioni e per la resilienza delle economie contro i crescenti impatti climatici” .

E l’Italia? Meloni: ‘Fa la sua parte nella decarbonizzazione’

il Presidente Meloni al Leaders’ Event (Ph Governo.it)

La presidente Giorgia Meloni, venerdì 1 e sabato 2 dicembre, ha partecipato a Dubai ai lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Venerdì 1 dicembre ha tenuto un intervento al “Leaders’ Event: Transforming Food Systems in the face of Climate Change” e al “GST High Level Event on Adaptation” e, sabato, alla seconda parte della sessione plenaria “High-Level Segment for Heads of State or Government”. Infine, ha tenuto un punto stampa 

Sostanzialmente ha detto che “l‘Italia sta facendo la sua parte nel processo di decarbonizzazione”. Intervenendo alla plenaria ha detto: “E’ un momento chiave del nostro sforzo di contenere le temperature entro 1,5 gradi: anche se ci sono ragioni per essere ottimisti l’obiettivo è lontano, la Cop28 deve essere una svolta“.

L’approccio è pragmatico e “libero da radicalismo: se vogliamo essere efficaci serve una sostenibilità ambientale che non comprometta la sfera economica e sociale, una transizione ecologica non ideologica”. In particolare, (qui si può leggere quanto Meloni ha detto a Dubai), ha detto di non aver “preclusioni su tecnologie nuove, se si può avere un risultato positivo sono disposta a parlarne, ma la grande sfida sarà la fusione nucleare e credo che l’Italia debba avere la capacità di pensare in grande”.

Il ruolo dell’Italia alla Cop28 si fonda sull’impegno del Governo nel promuovere l’Accordo di Parigi in tutti gli scenari internazionali, ma punta anche a valorizzare il più possibile esperienze e buone pratiche dei tanti stakeholder e dei diversi attori del nostro Paese impegnati nel contrasto al cambiamento climatico.

Per questo, il padiglione del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica all’interno della Conferenza ospita per tutto il periodo dei lavori un fitto calendario di 53 eventi tematici, organizzati e promossi da università, centri di ricerca, fondazioni, ong, Regioni e aziende italiane. Una proposta di confronto e approfondimento che, partendo da azioni concrete ed esperienze sul campo, abbraccia le principali sfide sistemiche del cambiamento climatico e dello sviluppo sostenibile, che vanno dalla transizione energetica al settore dei trasporti, dal ruolo dell’informazione all’economia circolare alla governance delle relazioni regionali, dal settore industriale e produttivo al ruolo dei territori.

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Critico il Wwf Italia: “Meloni? Parlare di incendi senza nominare il fuoco”

Tra i commenti alle dichiarazioni, c’è quello del Wwf Italia secondo cui “è indispensabile che la premier e il governo aprano un processo partecipato e interloquiscano con esperti e società civile, per garantire davvero una transizione giusta e al passo con la sfida climatica. Solo così avrà la visione necessaria per fare dell’Italia un Paese che guarda al futuro in un contesto di forte collaborazione internazionale”.

Se la crisi climatica “ci impone di accelerare la transizione e il ruolo dei governi è guidarla cogliendone tutte  le opportunità e accompagnandola con le corrette misure a tutela di tutti”, per gli ambientalisti, “il vero approccio ideologico è quello che difende il passato e non vuol vedere l’urgenza dell’azione sul clima e i rischi dei ritardi per economia e società”.

In una nota il Wwf Italia commenta il discorso nel segmento di Alto Livello della Cop28, a Dubai spiegando che “la premier ha sì ribadito alcuni impegni (limitare la temperatura globale a 1,5°C, obiettivi europei per neutralità climatica entro il 2050, riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030) e richiamato l’importanza dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili, ma senza andare al cuore delle cause del cambiamento climatico, ovvero le emissioni derivanti dall’uso dei combustibili fossili. Pur citando l’eliminazione graduale del carbone in Italia, l’elefante nella stanza rimangono gas e petrolio: è, insomma, emersa ancora una volta la subalternità del Governo alla narrativa dettata dall’interesse immediato delle partecipate oil&gas. Un discorso molto più rivolto alla politica nazionale che a quella globale, tranne che sul fumoso Piano Mattei, e questo desta preoccupazione alla vigilia della Presidenza italiana del G.

Per il WWF  (qui tutti gli altri interventi giorno per giorno su Cop28) “la narrativa va ribaltata perché la realtà è molto diversa. La crisi climatica ci impone di accelerare la transizione e il ruolo dei governi è guidarla cogliendone tutte  le opportunità e accompagnandola con le corrette misure a tutela di tutti.  Non c’è ideologia nel chiedere di indirizzare i miliardi di investimenti e incentivi nocivi che ancora vanno ad alimentare l’industria fossile: ci sono invece decenni di studi che indicano nuove fonti energetiche e nuovi modelli di sviluppo compatibili con un futuro di benessere per tanti e non per pochi, come di fatto avviene oggi.

Non c’è neutralità davanti alla crisi climatica e le sue cause, quindi la cosiddetta neutralità tecnologica, come l’uso massiccio, senza criterio e quindi ideologico dei biocombustibili per fermare l’elettrificazione, sono solo foglie di fico per rallentare la transizione, che potrebbero però aggravare la crisi climatica ed ecologica. Il vero approccio ideologico, inoltre, è quello che difende il passato e non vuol vedere l’urgenza dell’azione sul clima e i rischi dei ritardi anche per economia e società.

La crisi climatica è un fenomeno enormemente distruttivo che sconvolge già oggi economia, vita e lavoro, oltre a alimentare un circolo vizioso e reciproco di perdita di natura. La civilizzazione e le attività dell’umanità sulla Terra si basano su un clima stabile e sugli ecosistemi in salute. Dunque, l’interesse sociale ed economico del mondo è accelerare la transizione per vivere su un pianeta vivente e accogliente, nonché per cogliere le opportunità di prosperità senza sprechi che questa porta. La transizione sarà giusta verso i più vulnerabili se sarà accelerata e alla portata di tutti”.

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Legambiente: ‘Vincere lentamente, equivale a perdere’

Il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani commenta così l’intervento di Meloni: “La transizione ecologica va fatta bene e velocemente: è surreale parlare di Piano Mattei e del ritorno del nucleare in Italia nel pieno della COP28 di Dubai. L’Italia deve promuovere un Piano Bergoglio per l’Africa, diventare hub europeo delle rinnovabili e realizzare un piano nazionale per l’innovazione produttiva e l’economia circolare”.

“Nella lotta alla crisi climatica – continua nella sua relazione – vincere lentamente equivale a perdere, e oggi ci sono ancora troppi rallentatori che pongono ostacoli. L’Italia questa sfida epocale la deve vincere spingendo il piede sull’acceleratore, per questo la transizione ecologica deve essere fatta bene e velocemente, come fanno già i protagonisti della nostra campagna sui cantieri della transizione ecologica. Serve una nuova stagione di riforme ambientali, politiche climatiche più coraggiose, a partire dalla graduale dismissione delle fonti fossili come abbiamo ribadito con la manifestazione in nome del clima organizzata sotto la sede dell’Eni, all’Eur. L’Italia non perda altro tempo, lavori sulle priorità ambientali che servono per accelerare il processo di decarbonizzazione. Ce lo chiede il Pianeta, lo evidenziano i bilanci di famiglie e aziende, ce lo impone la crisi climatica che avanza in modo drammatico anche nel nostro Paese. Nei prossimi anni la nostra associazione svolgerà il ruolo di capocantiere insieme alle istituzioni, alle imprese, al mondo del lavoro, della ricerca e dei media e delle associazioni più coraggiose e coerenti, per completare la rivoluzione della decarbonizzazione italiana”.

Sulla questione nucleare, l’associazione risponde anche all’ex ministro Cingolani: “Il nucleare è una forma di produzione elettrica in via di estinzione. Il Paese ha piuttosto bisogno di un deposito unico per lo smaltimento definitivo delle scorie a media e bassa attività senza colpi di mano o scorciatoie”

Legambiente, che ha appena celebrato il suo XII congresso nazionale, lancia inoltre la petizione “Stop fossili, start rinnovabili” con 3 richieste di “stop” e 3 di “start” al Governo Meloni:

Stop a:

1) sussidi a chi inquina, dato che l’Italia solo nell’ultimo anno ha speso 41,8 miliardi di euro per finanziare attività, opere e progetti connessi alle fossili.

2) alle strategie fossili che non vanno nella direzione di una riduzione delle emissioni climalteranti dal 40,3% al 65% rispetto ai livelli del 1990 e dell’uscita dal carbone al 2025 e del gas per il settore elettrico al 2035.

3) alle false soluzioni, come il nucleare e lo stoccaggio dell’anidride carbonica, che rischiano di far perdere al Paese le vere occasioni di innovazione e sviluppo per i territori.

Start a:

1) all‘Italia come l’Hub delle rinnovabili, con piani di investimento e semplificazione dei processi autorizzativi con l’obiettivo del 91% di copertura delle fonti rinnovabili nel settore elettrico entro il 2030 e del 100% entro il 2035.

2) all’efficienza e alla rigenerazione urbana fissando, entro il 2030, obiettivi ambiziosi di risparmio energetico e avviando un piano di riqualificazione del settore edilizio residenziale con nuovi strumenti di incentivazione basati sulla qualità degli interventi, il reddito delle famiglie, la messa in sicurezza rendendoli accessibili anche per gli incapienti.

3) giustizia climatica, a livello nazionale e internazionale, in direzione del riconoscimento di forme di protezione per i migranti climatici e ambientali, dell’annullamento degli accordi con la Libia di respingimento dei migranti in mare e della depenalizzazione delle attività di soccorso in mare operate dalle ONG.

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